Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Luca Fiore
Leggi i suoi articoliThe Gordon Parks Foundation ha compiuto vent’anni, e in questo periodo è stata, allo stesso tempo, causa ed effetto di un cambiamento culturale nel mondo della fotografia. La volontà di valorizzare e promuovere l’opera di autori neri è parte di una sensibilità divenuta centrale nel mondo dell’arte, che con sempre più insistenza rivolge la sua attenzione alla cultura non bianca e non occidentale.
In questo contesto è interessante come l’istituzione fondata nel 2006 dallo stesso Gordon Parks, fotografo, regista, scrittore e musicista di colore, reso celebre dalla sua collaborazione come fotoreporter di «Life» negli anni della lotta per i diritti civili, e Philip B. Kunhardt Jr., caporedattore bianco del leggendario magazine, abbia operato in questi due decenni. Sotto la guida di Peter W. Kunhardt Jr., nipote di Philip e direttore esecutivo dal 2011, la Fondazione si è progressivamente configurata come un vero e proprio centro di produzione culturale, che abbraccia un ampio spettro di programmi educativi e artistici. Innanzitutto, ha stretto una partnership con l’editore e stampatore tedesco Gerhard Steidl, considerato un’eccellenza mondiale nell’ambito della fotografia, pubblicando nel corso degli anni 19 monografie, che hanno permesso al nome di Parks di affermarsi all’interno del canone della fotografia americana. Tra le iniziative di maggiore rilievo c’è il Gordon Parks Foundation Scholarships and Prizes Program, che dal 2009 ha assegnato oltre 2 milioni di dollari a più di 200 studenti, e il Fellowship Program, dedicato ad artisti e scrittori impegnati sui temi della giustizia sociale. Nel 2019 Kunhardt ha aggiunto un Fondo per l’Arte e la Giustizia Sociale e, in collaborazione con Steidl, un Book Prize annuale per la pubblicazione di monografie. Più recentemente ha avviato la Legacy Initiative, per l’acquisizione di opere di artisti a fine carriera, e una Fellowship in Music, assegnata per la prima volta nel 2026 al pianista jazz Jason Moran. A parte rare eccezioni, i beneficiari sono stati autori afroamericani con una forte attenzione per la dimensione sociale: tra loro Jamel Shabazz, Deana Lawson, LaToya Ruby Frazier e Tyler Mitchell. Per capire l’orizzonte delle iniziative dell’istituzione diretta da Kunhardt, va detto che il cuore della pratica di Parks risiede nella costruzione di una narrazione dall’interno, dove l’empatia non scade mai in retorica. È una questione di tempo e relazione: i suoi reportage per «Life» non erano «mordi e fuggi», ma il risultato di una frequentazione prolungata che permetteva di restituire la complessità delle vite umane, fuggendo dagli stereotipi bidimensionali della stampa mainstream dell’epoca.
In questo senso, il lavoro di Parks anticipa quella sensibilità che oggi ritroviamo in autori come Dawoud Bey (che non a caso ha scritto diverse introduzioni alle monografie uscite per Steidl), dove la fotografia è intesa come una relazione di durata tra chi guarda e chi è guardato. Parks non si limitava a «rappresentare» la comunità nera; ne costruiva le condizioni di visibilità condivisa, rendendo l’invisibile una presenza ineludibile. Non è un caso, del resto, che Parks fosse amico dello scrittore Ralph Ellison, autore di Invisible Man, per l’uscita del quale Parks realizzò un servizio per «Life», in cui appare, molto prima della celebre opera di Jeff Wall, il protagonista del romanzo nella stanza illuminata da migliaia di lampadine. Il tentativo di far uscire dal cono d’ombra la componente afroamericana della società americana, insieme alle ingiustizie sociali e al razzismo che la attraversano, porta con sé anche l’emergere di un «black gaze», ovvero di una specifica modalità di sguardo che non è rimasto confinato alla fotografia. È diventato un linguaggio condiviso, una rivendicazione politica, una forma di resistenza collettiva. Non si può non tener conto delle dinamiche che hanno portato alla nascita nel 2013 del movimento Black Lives Matter, culminato nelle proteste del 2020 dopo l’uccisione di George Floyd, e di come quell’esplosione abbia accelerato processi di revisione già in corso nelle istituzioni culturali. La Gordon Parks Foundation si inserisce in un contesto in cui moltissime istituzioni culturali hanno iniziato ad avere una nuova sensibilità. Basti considerare l’Aperture Foundation, nata nel 1952 per volontà di quello che era l’allora establishment bianco della fotografia americana (Ansel Adams, Dorothea Lange, Minor White, Nancy e Beaumont Newhall, tra gli altri).
Non è un caso che autori, premiati dalla fondazione di Kunhardt, come Deana Lawson, LaToya Ruby Frazier e Tyler Mitchell siano stati pubblicati da Aperture. Inoltre, la fondazione newyorkese oggi diretta da Sarah Meister ha promosso altri fotografi neri come Carrie Mae Weems, Zanele Muholi, Dawoud Bey, Ming Smith, Kwame Brathwaite, Coreen Simpson, Arielle Bobb-Willis oltre che pubblicato l’antologia The New Black Vanguard: Photography Between Art and Fashion, curata da Antwaun Sargent. Ciò a cui abbiamo assistito è un tentativo nobile di ribilanciamento della rappresentanza razziale che, per forza di cose, ha avuto come effetto collaterale una ridefinizione delle priorità. In un mercato dell’arte e in un sistema editoriale con risorse finite, la centralità acquisita da alcune voci ha spostato l’attenzione, critica, curatoriale, economica, lontano da altri autori, non per una rivalutazione estetica del loro lavoro, ma per il fatto che non corrispondevano ai nuovi criteri identitari dominanti. È una dinamica che riguarda tanto i fotografi bianchi quanto quelli neri di generazioni precedenti, la cui opera non dialoga con le urgenze del presente secondo i codici del dibattito attuale. Talvolta intellettuali neri accusano le istituzioni e gli intellettuali bianchi di valorizzare le opere di artisti neri per mettersi a posto la coscienza, perpetuando di fatto uno status quo «normativamente bianco nel suo orientamento fondamentale». È il caso del critico Stanley Wolukau-Wanambwa, che nel suo Dark Mirrors (MACK, 2021) ha rimproverato Roberta Smith di «The New York Times» per aver definito gli anni 2010 il periodo più «entusiasmante» della sua carriera, citando la crescente presenza di artisti neri in musei e collezioni. L’entusiasmo del critico bianco davanti all’arte nera rischia di essere una forma di appropriazione dello sguardo, si celebra la visibilità senza mettere in discussione le strutture che l’hanno a lungo negata. La Gordon Parks Foundation ha vissuto i suoi vent’anni nell’America in cui queste contraddizioni sono deflagrate come mai prima d’ora (e le ha attraversate senza risolverle) forse l’unica cosa onesta che un’istituzione possa fare. Resta aperta la domanda se valorizzare un’eredità significhi custodirla o trasformarla. Parks, che non smise mai di spostare lo sguardo verso dove faceva più male, probabilmente aveva già la sua risposta.
Gordon Parks, «Washington D.C. Government charwoman», 1942. © Gordon Parks
Altri articoli dell'autore
Troppo meccanica per essere pittura, troppo legata al reale per essere pura invenzione. Tra appropriazione e osservazione, l’ottava arte interroga il proprio rapporto con le arti e con il mondo
Per la prima volta a Milano esposta la monumentale installazione di Giovanni Frangi, Nobu at Elba Redux. A vent’anni dalla sua prima apparizione l’opera dell’artista milanese si propone in un nuovo allestimento a Palazzo Citterio
Un racconto tra il serio e il faceto della 28ma edizione della kermesse fotografica francese
Il Ceo e cofondatore Stephan Erfurt ripercorre la storia dell’istituzione indipendente nata nel 2000



