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Una veduta della Sala 17 «Una pintura más pintada» al Reina Sofía di Madrid

Foto: Roberto Ruiz

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Una veduta della Sala 17 «Una pintura más pintada» al Reina Sofía di Madrid

Foto: Roberto Ruiz

La rivoluzione di Segade al Reina Sofía di Madrid parte dall’allestimento

Il nuovo direttore trasforma il percorso di visita della sezione dal 1975 a oggi in uno più accessibile, dinamico e didattico, con il visitatore al centro dell’esperienza museale. Oltre 400 opere, il 35% di donne e più della metà inedite

Roberta Bosco

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Due anni e mezzo dopo essere stato nominato direttore del Museo Reina Sofía di Madrid, Manuel Segade (La Coruña, 1977) presenta la prima parte del nuovo allestimento della collezione permanente del museo d’arte contemporanea più importante di Spagna, dal 18 febbraio aperto al pubblico. La sua «ristrutturazione concettuale» inizia proprio dagli ultimi 50 anni della storia delle arti visive, la parte più controversa dell’eredità lasciatagli dal suo predecessore Manuel Borja-Villel, quella che provocò più polemiche tanto da accelerare il suo abbandono del museo.

«Collezione. Arte Contemporanea: 1975-Presente» occupa tutto il quarto piano dell’Edificio Sabatini, oltre 3mila metri quadrati, con una storia che inizia con la morte di Francisco Franco, prosegue con la Transizione democratica, la devastazione dell’Aids, l’evoluzione e la frammentazione del movimento femminista e le questioni di identità e genere, fino alle nuove destre e alle questioni aperte di oggi. Segade non abbandona l’approccio politico tanto caro a Borja-Villel, però lo affronta da una diversa prospettiva: «Il personale è politico», grido di battaglia femminista poi adottato da tutti i movimenti della «controcultura», diventa il nodo centrale della sua narrazione, in cui l’opera d’arte ritrova tutto il suo protagonismo, a scapito del documento d’archivio, e il pubblico acquista importanza attraverso un percorso più empatico, accessibile e didattico.

«A partire da 403 opere di 224 artisti, suddivise in 3 itinerari e 21 capitoli, il nuovo allestimento vuole mettere in luce il notevole contributo dell’arte contemporanea spagnola alla storia dell’arte globale», ha spiegato Segade, accompagnato dal ministro della Cultura, Ernest Urtasun, dalla presidentessa del Patronato che guida il museo, Ángeles González-Sinde, e dalla vicedirettrice, Amanda de la Garza. Gli itinerari includono capitoli dedicati al cruising, alla devastazione provocata dall’eroina, al dolore e alla morte e alla fotografia e alla Videoarte degli anni ’80. Tra le numerose opere che affrontano la tragedia dell’Aids spiccano i ritratti, mai esposti prima d’ora, che Miquel Barceló fece del critico francese Hervé Guibert. «In questi tempi incerti, il compito del museo non è rileggere il passato cercando uno specchio per la società attuale, ma offrire una moltitudine di risposte alle preoccupazioni del presente che ci permettano di comprendere che l’oggi non è qualcosa di fisso, ma piuttosto un divenire, una costruzione collettiva», ha continuato il direttore, sottolineando che non si tratta di una narrazione unidirezionale, ma aperta e continuamente soggetta a revisione. «Ho voluto allargare la prospettiva, dare spazio a più voci e più sguardi, specialmente sguardi femminili, tanto che il 35% degli artisti presenti sono donne. Inoltre è importante segnalare che più della metà delle opere in mostra, 258, il 64% del totale, non sono mai state esposte fino ad ora nella collezione permanente del museo», ha segnalato Segade, che per quanto riguarda la dicotomia nazionale/internazionale presta speciale attenzione al panorama artistico locale: 137 artisti (il 77%) sono spagnoli e degli stranieri la gran maggioranza sono latinoamericani. L’Italia è rappresentata da un’unica artista, Elisa Montessori (Genova, 1931), con il suo poetico erbario che parla della sessualità come di un momento sempre in bilico tra dramma e felicità. L’artista ora 94enne, che nel museo condivide lo spazio con Judy Chicago, fu una vera outsider e anticipò tutte le artiste che negli anni seguenti hanno messo il corpo al centro della loro creatività.

L’approccio di Segade riporta al centro del discorso l’opera d’arte con la sua capacità di far sognare e riflettere, di stupire e di affascinare. Lo si vede fin dall’inizio con la straordinaria pittura bruciata del Miró più radicale, esposto insieme a «Documento nº…» (1975) di Juan Genovés e alle stampe della «Suite Vollard» di Picasso, danneggiate nel 1971 durante un attacco alla Galleria Theo di Madrid perpetrato dal gruppo terroristico di estrema destra Guerrilleros de Cristo Rey. Gli striscioni del movimento popolare spagnolo 15-M sono scomparsi, insieme alle critiche dell’Esposizione Universale di Siviglia del 1992, alla crisi immobiliare e al dramma degli sfratti e al loro posto sono apparsi artisti afro-spagnoli, latino americani e dei Paesi dell’Est Europa, molti residenti in Spagna. «Sono presenti gli stessi movimenti sociali di prima, ma ora sono rappresentati dalle opere d’arte; credo che sia questa la maggiore differenza, che il documento non sparisce, ma passa in secondo piano. Questo allestimento dimostra la nostra fiducia nell’arte per affrontare problemi sociali e politici», ha affermato Segade, che prevede di proseguire con la ristrutturazione degli altri piani del museo: nel 2027 inaugurerà la ristrutturazione del periodo 1950-70 e nel 2028 quella delle avanguardie. «L’arte contemporanea è politica di per sé, e un museo nazionale non dovrebbe avere una specifica tendenza politica», ha concluso Segade.

Una veduta della Sala 11 «Estructuralismo escultórico en los años setenta». Foto: Roberto Ruiz

Roberta Bosco, 18 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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