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Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliNonostante si parli molto delle affinità culturali tra Spagna e Italia, la verità è che gli scambi artistici tra le istituzioni sia pubbliche che private dei due paesi continuano ad essere molto meno frequenti di quanto sarebbe auspicabile. Per questo è una gradita sorpresa che l’italiano Paolo Maggis sia l’artista prescelto per la mostra inaugurale del nuovo spazio e del nuovo progetto della galleria Sergi Sánchez di Barcellona, che inizia una nuova tappa centrata in artisti emergenti ma già consolidati, tra cui spiccano nomi di grande interesse come Vanessa Pey, Carles Mercader, Xavi Deu o Javier Garcés.
«Dark as Light / Scuro come la luce», aperta dal 22 gennaio al 23 marzo, riunisce un insieme di opere recenti di Paolo Maggis, artista che nasce come pittore, ma che si cimenta anche spesso e volentieri con altre discipline come la scrittura, la scenografia e la musica in una complementarità di espressioni artistiche che si nutrono a vicenda e rivelano come l’influenza del regista Bigas Luna, con cui condivise studio e progetti, fu fondamentale per lo sviluppo del suo linguaggio.
Il titolo della mostra, che presenta opere di diversi formati, anche se Maggis è noto soprattutto per le grandi dimensioni, si collega direttamente al processo creativo dell’artista e alla sua riflessione sulla luce e sull’oscurità. «Nel caso della luce la somma di tutti i colori da il bianco, ma nella pittura se uniamo tutti i colori il risultato è il nero, che erroneamente viene considerato il colore della negazione, quando in realtà è una forza che, attraverso la sua luce inversa, sospende il tempo e dissolve il contesto. È un’oscurità che, come la luce, brucia i contorni e i confini delle forme», spiega Maggis, che in queste ultime opere lavora prevalentemente su sfondi scuri, dai quali emergono figure avvolte in un’atmosfera onirica e disorientante, «che sposta la realtà verso un territorio di origine psicoanalitica, in cui l’oscurità diventa un liquido amniotico, un universo-grembo in cui trovare pace e rigenerazione», precisa l’artista. In queste opere la figura umana appare priva del contesto temporale che per molto tempo l’ha accompagnata per galleggiare senza apparenti punti d’appoggio in un eterno passaggio da un equilibrio all’altro. Figurativo? Astratto? Le pitture di Maggis traggono indubbiamente origine dalla realtà e spesso, anche se non sempre, la sua iconografia è riconoscibile. Tuttavia, appartiene a quella tendenza della pittura europea contemporanea che diffida dell’Iperrealismo freddo e senz’anima, confrontandosi invece con la rappresentazione della realtà da molteplici prospettive che sfidano i canoni della percezione convenzionale. Le opere sono realizzate con una tecnica di velature e stratificazioni, con pennellate precise caratterizzate da un potente dinamismo interiore, che spesso evoca immagini in movimento o fotogrammi cinematografici dell’era analogica.
«Da Manet in poi la pittura ha eliminato le velature e le stratificazioni che io ho recuperato perché creano la magia del volume e della profondità e rallentano il processo creativo nel ritmo frenetico, superficiale e instagrammabile della società occidentale contemporanea», afferma Maggis, che non lavora mai con modelli dal vivo. In questa rassegna ogni opera ha una sua storia autonoma e indipendente, e insieme parlano di sentimenti collettivi, di momenti di piacere e abbandono che nascondono la paura della solitudine e del vuoto, della pace che precede una decisione liberatoria o dell’incertezza generata dalle vicissitudini quotidiane.
Paolo Maggis, «Head 1», 2025