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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliAnche i beni culturali possono diventare vittime di un conflitto ed è in loro difesa che durante la Seconda guerra mondiale venne costituita una task force militare dagli Alleati, i cui membri sono passati alla storia come Monuments Men. Grazie al loro lavoro sono state recuperate e messe in salvo circa 5 milioni di opere (4 milioni di esse erano state rubate dai nazisti).
Nel caso della Gemäldegalerie di Berlino, però, un altro fattore giocò un brutto scherzo al destino della collezione, per la maggior parte custodita nella torre di comando del bunker antiaereo di Friedrichshain: due incendi che nel maggio del 1945 distrussero quasi tutto (circa 430 esemplari). Di quello che andò perduto (oltre a dipinti confiscati e sottratti, oppure allora in prestito ad altre istituzioni), resta oggi una traccia costituita dai negativi in vetro conservati nell’archivio fotografico del museo, mentre ciò che fu spedito in Turingia e messo in salvo all’interno di alcune miniere fu recuperato dalle truppe americane.
L’esecuzione di tali scatti era stata affidata nel 1925 al fotografo Gustav Schwarz (1871-1958), dopo le ingenti perdite in ambito culturale subite nel corso della Prima guerra mondiale. Quei negativi sono ora oggetto di una campagna di digitalizzazione, per permettere a specialisti, studiosi, ma anche semplici curiosi, di osservare alcuni capolavori dei più grandi pittori antichi europei, tra cui dieci firmati da Pieter Paul Rubens, cinque di Paolo Veronese, cinque di Antoon van Dyck e tre di Caravaggio.
Michelangelo Merisi da Caravaggio, «San Matteo con l’angelo», prima del 1602 (particolare). © Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie
I file saranno presto consultabili online: «Hanno un valore documentario straordinario, non solo per il museo e le sue collezioni, ma anche per il pubblico, ha dichiarato la vicedirettrice della Gemäldegalerie, nonché responsabile del progetto, Katja Kleinert, a «The Art Newspaper». Digitalizzando i negativi su vetro, il significato della collezione può essere compreso in un modo completamente nuovo».
A livello tecnico, si è optato per rifotografare ogni negativo (dando priorità a quelli in bianco e nero) con una fotocamera ad alta risoluzione e, dopo essere state modificate e ritagliate, le immagini sono state caricate in un database (la conclusione del progetto è prevista per la fine dell’anno).
Data la loro fragilità, ogni elemento era sistemato all’interno di una «busta di carta etichettata con il numero di catalogo, il titolo e il nome dell’artista», come ha spiegato la ricercatrice specializzata in provenienza delle opere, Franziska May, alla testata inglese, mentre ora sono «riposti in carta priva di acidi e scatole d’archivio per garantirne una migliore protezione a lungo termine».
I risultati di questo lavoro hanno indotto a procedere nello stesso modo anche nei confronti di negativi che ritraggono opere tuttora nei cataloghi della Gemäldegalerie, ma andate perdute, come «vecchi prestiti mai restituiti, dipinti confiscati dall’esercito sovietico e non rimpatriati, opere perdute prima del 1945 e opere registrate come rubate o distrutte, portando così l’inventario complessivo delle opere perdute a circa 585 oggetti».
Jacopo Tintoretto, «Annunciazione della Vergine», 1540-94 (particolare). © Staatliche Museen zu Berlin, Gemäldegalerie
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