Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Corrado Cagli, «Capo Sioux», 1961

Image

Corrado Cagli, «Capo Sioux», 1961

La quarta dimensione di Corrado Cagli

A Milano va in scena un dialogo tra le visioni dell’artista e il design contemporaneo per restituire l’attualità di colui «che rifiutò ogni classificazione rigida per affermare la coesistenza dei generi come condizione necessaria della modernità»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Negli anni, così fertili per l’arte italiana, che dividono le due guerre mondiali, Corrado Cagli (1910-76) ha occupato un ruolo tutt’altro che secondario. Per capirlo è sufficiente scorrere le presenze espositive precoci (a soli 23 anni, fu chiamato da Sironi alla V Triennale di Milano, ma già a 19 anni aveva dipinto a Roma un murale, perduto, di 200 metri quadri) e quelle successive, o i sodalizi artistici che strinse (con Capogrossi, Cavalli e Fausto Pirandello, con cui formò il gruppo dell’École de Rome) o, ancora, le relazioni intellettuali con personalità come P.M. Bardi (gallerista e motore di cultura in Italia, fondatore dopo la guerra del magnifico museo MASP a San Paolo del Brasile), Massimo Bontempelli, Waldemar George e Libero De Libero, con cui Cagli diresse a Roma la Galleria della Cometa, fondata nel 1935 dalla contessa Mimi Pecci Blunt e presto invisa al regime perché promotrice di un’«arte degenerata, internazionalista, cosmopolita, decadente».

Cagli, che era ebreo, nel 1938 dovette rifugiarsi a New York, dove lavorò intensamente fino a che, nel 1944, non si arruolò nella Prima Armata degli Stati Uniti, partecipando allo sbarco in Normandia e alle successive campagne ed entrando, fra i primi, nel campo di concentramento di Buchenwald: un’esperienza sconvolgente da cui scaturì un ciclo di drammatici disegni. Una biografia, la sua, che dà la misura dello spessore intellettuale, artistico e umano di questa figura non ancora abbastanza riconosciuta.

Tornato in Italia nel dopoguerra («perché ogni albero ha il suo paesaggio», spiegava), Cagli portava con sé i germi di importanti innovazioni (che gli guadagnarono l’ostilità di De Chirico) e, mentre si dedicava alla scenografia, dava il via a inedite riflessioni intorno alla quarta dimensione, in cerca di una nuova e più ampia modalità di rappresentazione che andasse al di là del visibile.

È a questo ambito della sua indagine che guarda in particolare la mostra «Cagli e il Simbolo. Nella contemporaneità materica di ABI» (a cura di Alberto Mazzacchera), presentata dal 16 aprile al 15 maggio da Brun Fine Art in collaborazione con l’Archivio Corrado Cagli e in dialogo con ABI (contemporary stone design brand attivo tra Il Cairo e Milano), che con Marmomil, in accordo con l’Archivio dell’artista, ha tradotto in nove esemplari nel limestone delle cave di Assuan una suggestiva ma effimera «maschera» realizzata da Cagli giustapponendo semplici bande di cartone. Un segno molto presente nel suo percorso, quello della maschera, che perde ora la sua naturale deperibilità per trovare una fisicità solida e durevole. Intorno, suoi dipinti e sculture dal 1950 fino alle «Carte» del 1958–59, sperimentali e originalissime, che simulano fogli spiegazzati, e anche oltre, con «La gabbia (Uccello in gabbia)», 1968, in acciaio inox. Il tutto, in dialogo con gli oggetti in granito di ABI: arredi (sedie, panche, scaffali) che, prima ancora che oggetti d’uso, si propongono come vere sculture.

La mostra in galleria, spiegano da Brun Fine Art, «è un progetto non celebrativo, che restituisce l’attualità di un artista che rifiutò ogni classificazione rigida per affermare la coesistenza dei generi come condizione necessaria della modernità». Ma questa non è che una delle tessere di un mosaico che, in occasione della Milano Design Week, la galleria presenta anche nel Fuorisalone e nel Salone del Mobile (dal 16 al 26 aprile).

Nel Salone, all’interno del nuovo percorso sul design da collezione curato da Annalisa Rosso, in uno spazio progettato da Formafantasma Brun propone «Raritas», il cui titolo stesso dichiara lo spirito dell’iniziativa, mentre nel Fuorisalone la galleria è presente in più sedi, con interventi che puntano a evidenziare il dialogo felice che può accendersi tra pezzi antichi e creazioni di oggi. Ecco allora, con La Bottega Collective (via della Spiga 46), il progetto «Grand Tour», curato dal duo Campbell-Rey, ideato per il lancio di una linea da viaggio, che Brun Fine Art, con la regia di Matteo Allemandi, accompagna a una serie di opere storiche legate al viaggio d’istruzione in Italia degli aristocratici europei del Sette e Ottocento: il Grand Tour appunto. Per Alimonti (corso Venezia 53), con lo studio di architettura e interior design Etereo, Brun dà vita a un dialogo tra antichi busti e oggetti contemporanei in pietre e marmi, mentre da Giorgetti (via della Spiga 31) arredi di oggi, selezionati da Gian Carlo Bosio, sono posti a confronto con pezzi antichi e in Casa Conte (via Monte Napoleone 18) Laura De Jonckheere fa dello spazio espositivo del marchio un vero appartamento, in cui, come accade nelle case abitate da più generazioni, si stratificano memorie del passato e oggetti di pregio della contemporaneità.

Corrado Cagli, «Guerin meschino», 1961

Ada Masoero, 14 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

La quarta dimensione di Corrado Cagli | Ada Masoero

La quarta dimensione di Corrado Cagli | Ada Masoero