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«Taula d’espectres». Taller Estampa

Foto Miquel. Coll. Molas

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«Taula d’espectres». Taller Estampa

Foto Miquel. Coll. Molas

La piattaforma che unisce arte e scienza. Nel nome di Dalí

Il programma internazionale di residenze, open call, borse di studio e mostre promosso dalla Fundació Gala-Salvador Dalí ha trovato casa nel Barrio Gótico di Barcellona

L’interrogativo, millenario, «che cos’è reale?» lega la ricerca scientifica avanzata all’ossessione che ha attraversato l’intera esistenza di Salvador Dalí (Figueres, 1904-89). Oggi quella stessa domanda è il motore di Platform Dalí, il programma culturale internazionale promosso dalla Fundació Gala-Salvador Dalí. Concepito per esplorare i confini della conoscenza e dell'immaginazione, il progetto getta un ponte tra la creazione artistica contemporanea e centri di ricerca scientifica d’eccellenza.

«Platform Dalí riflette la fascinazione di Dalí per la scienza e la sua capacità di trasformare il modo in cui comprendiamo il mondo. Con l’invito ad artisti e scienziati a confrontarsi creativamente con alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo, la piattaforma sfida le forme di pensiero consolidate e sperimenta nuovi modi di intendere la realtà», sintetizza Jordi Mercader, presidente della Fundació Gala-Salvador Dalí.

Platform Dalí è un ecosistema di open call, residenze e borse di studio che offre ad artisti e creativi la possibilità di coabitare con fisici quantistici, biologi marini ed esperti di supercalcolo. Spirito guida è, va da sé, il maestro catalano, per il quale i fisici atomici e i cosmologi del XX secolo rappresentavano i veri mistici dell’era moderna, capaci di svelare la trama invisibile dell’universo.

La guida curatoriale è nelle mani alla storica dell’arte Mónica Bello, per un decennio alla direzione di Arts at Cern a Ginevra. «L’obiettivo principale di Platform Dalí, conferma, è stabilire un quadro stabile in cui l’arte e la scienza possano affrontare insieme la complessità del mondo e invitarci a osservarlo attraverso molteplici lenti. In Platform Dalí, il dialogo, lo scambio e la sperimentazione delle diverse discipline saranno centrali, perché cerchiamo punti significativi di convergenza e intersezione». E aggiunge: «Il programma esplora il modo in cui l’arte e la scienza partecipano alla costruzione e interpretazione del reale: ciò che esiste oltre la percezione diretta, ciò che emerge dallo strano e dall’inatteso, o le soglie dove l’illusione incontra le condizioni iperreali del presente».

Il programma è sviluppato in stretta collaborazione con i cinque principali centri scientifici della Catalogna: Bsc-Cns (Barcelona Supercomputing Center - Centro Nacional de Supercomputación); Icfo (Institut de Ciències Fotòniques); Icm-Csic (Instituto de Ciències del Mar); Ifae (Institut de Fisica d'Altes Energies) e Prbb (Parc de Recerca Biomèdica de Barcelona).

Baricentro e «casa» fisica del programma è l’Espai Platform Dalí, appena inaugurato nel cuore del Quartiere Gotico di Barcellona, in Carrer Ciutat, 7. Lo  splendido spazio unisce uffici direzionali, atelier per i residenti e sale espositive aperte al pubblico. La mostra inaugurale è incentrata sulle opere di Tania Candiani, George Mahashe e del collettivo Taller Estampa, primi artisti residenti della programmazione, ed è visitabile dall’8 luglio al 18 settembre  (dal martedì al giovedì, ore 17-19, su prenotazione).

Nel suo lavoro la messicana Candiani (Città del Messico, 1974) esplora la traduzione tra linguaggi visivi, sonori e scientifici, fondendo tecnologie contemporanee e saperi ancestrali, tra paleogenomica, intelligenza artificiale e modelli oceanici. La sua ricerca, spiega, rintraccia risonanze profonde tra campi apparentemente distanti: il Dna antico e le lingue perdute, l'evoluzione biologica e gli spazi latenti, interrogandosi su come le diverse discipline immaginino ciò che non è direttamente osservabile.

Nei suoi 18 mesi di fellowship presso Bsc, Icm-Csic e Prbb  i complessi processi computazionali e biologici analizzati nei laboratori hanno dato vita a HUM e Physics for an Imaginary Storm, che trasformano fenomeni fisici invisibili e dati atmosferici in un’installazione multimediale e una performance corale. «Non posso capire le pratiche artistiche contemporanee senza stabilire connessioni con scienziati, creatori e praticanti ancestrali. Fa parte del nostro impegno, così come Dalí ha trovato un legame tra la curiosità scientifica e la propria», chiosa.

Il collettivo barcellonese Taller Estampa, composto cineasti, programmatori e ricercatori e attivo nell'ambito dell'audiovisivo sperimentale, degli ambienti digitali e dell'archeologia dei media, ha svolto la propria residenza presso l’Icm-Csic.  «Gli scienziati ci hanno dato accesso a modi completamente nuovi di percepire e rappresentare cose che non possono essere viste direttamente, spiegano, sottolineando lo shock metodologico nel vedere come i biologi marini costruiscano la conoscenza attraverso l’osservazione indiretta, utilizzando fluorescenze, segnali acustici e tracce genomiche. Questo ha ampliato la nostra indagine sulla percezione e sulla creazione di immagini, sfidando i nostri presupposti su come viene prodotta la conoscenza e sul fertile spazio che separa la realtà dalla sua rappresentazione». Il collettivo ha ricordato come dal 2017 «una delle nostre principali linee di lavoro è l'indagine sugli usi e sulle ideologie della IA, un interesse iniziato con il progetto “El mal alumne. Pedagogia critica per intelligenze artificiali” per mettere in discussione i dogmi degli algoritmi». In una stanza dell’Espai, la loro Taula d’Espectres attende che almeno un visitatore si sieda a un capo del tavolo, per vivere un’esperienza ludica e al tempo stesso spiazzante grazie a un dispositivo ottico progettato per dividere la luce in due parti e «convocare» degli spettri (da cui il titolo dell’opera).  Un vetro divide il tavolo in due, creando altrettante superfici, ciascuna con gli stessi oggetti disposti simmetricamente. Ogni movimento quando viene osservato nello specchio centrale produce un effetto illusorio: se un oggetto viene spostato, sembra dar vita a un doppio cromatico spettrale o a dividersi in due «fantasmi» di colore. Girando intorno al tavolo, gli oggetti appaiono e scompaiono, lasciando l’osservatore nell’incertezza su quali siano reali e quali siano riflessi. Magia dei vetri dicroici, che interagiscono con la luce riflettendo determinate lunghezze d’onda e lasciandone passare altre.

La pratica dell’artista e docente sudafricano George Mahashe, che per la sua residenza è stato ospitato dall’Ifae,  esplora criticamente i confini della rappresentazione visiva, della fisica quantistica e della costruzione delle immagini del reale, collocandosi all'intersezione tra fotografia, antropologia e gestione degli archivi postcoloniali. Basandosi sulla sua piattaforma di ricerca, «defunct context», Mashashe integra i sistemi di conoscenza indigena del popolo Balobedu per dimostrare come spiritualità, scienza e cosmologia possano coesistere. Attraverso l'uso di dispositivi storici e archeologici come la camera oscura decostruisce l'idea che la realtà sia interpretabile solo per mezzo di dati quantificabili occidentali. Sfidando i tradizionali modelli espositivi dei musei etnografici europei, trasforma l’installazione in uno spazio partecipativo e transdisciplinare. Il fulcro del suo pensiero accademico adotta la lingua Khelovedu come strumento concettuale per scardinare e complicare le forme di sapere istituzionalizzate. Per la performance Motshwara Marapo, riflettendo sulla materia oscura, ha trasformato una camera schermata in fotocamera oscura: «Perché la luce rimane così centrale nell’osservazione scientifica e che cosa potrebbero rivelare altri modelli percettivi, come le tecnologie sonore, sul cosmo? Che tipo di sibilo fa la gravità? La mia ricerca, ha evidenziato, prende l'idea del Khelovedu come nucleo centrale per complicare le forme di conoscenza consolidate e promuovere la transdisciplinarità, collegando la ricerca astronomica contemporanea ai sistemi materiali ancestrali africani».

L’idea che la realtà non sia una condizione fissa o stabile, ma un terreno dinamico fatto di incertezza, simulazione e relazioni invisibili è stato il focus della tavola rotonda «Què es real?», primo atto pubblico del programma della Piattaforma, ospitato il primo luglio  nella spettacolare Sala delle Contrattazioni della Llotja de Mar, dove la tavola rotonda moderata dal fisico José Ignacio Latorre ha visto dialogare artisti, storici della scienza e astrofisici intorno all’idea  che la realtà non sia una condizione fissa o stabile, ma un terreno dinamico fatto di incertezza, simulazione e relazioni invisibili.

La giornata è stata l’occasione per annunciare la prossima artista invitata da Platform Dalí: Lydia Ourahmane. La 34enne anglo-algerina (che fino al 22 novembre è ospite a Venezia della Fondazione Nicoletta Fiorucci con la personale «Five Works», allestita in concomitanza con la Biennale) dal prossimo autunno sarà in residenza all’Embl, European Molecular Biology Laboratory: «Mi interessa l’autoorganizzazione cellulare e capire in quale momento la coscienza inserisce la memoria in una cellula, e se quest'ultima, riportata a uno stato preembrionale, sia ancora in grado di ricordare ciò che era, spiega. La residenza con Platform Dalí offre un’opportunità unica di lavorare a fianco di leader nella ricerca sulla biologia predittiva»

L’iniziativa è interamente sostenuta dalla Fundació Gala-Salvador Dalí, fondata dallo stesso artista nel 1983, che reinveste i proventi del patrimonio e dei musei daliniani nella produzione culturale e scientifica contemporanea. Montse Aguer, direttrice dei Musei Dalí, sottolinea come l’artista anelasse a una sintesi totale tra arte, scienza e poetica alla ricerca dell’immortalità. Nelle parole dello stesso Dalí: «Il mio genio è come un protone di sostanza assoluta, il sole di un universo che mi legittima». Questa visione affonda le radici nei luoghi fisici che hanno strutturato la cosmologia daliniana: il «Triangolo Daliniano». A Portlligat, Dalí edificò in un grappolo di case di pescatori affacciata sul mare la sua unica residenza fissa, «una vera struttura biologica» dove ogni impulso vitale aveva la sua stanza; qui hanno visto la luce capolavori di misticismo nucleare, come la «Madona de Portlligat», in cui le figure levitano annullando la gravità. A Figueres, il Teatro-Museo Dalí, coronato dalla cupola geodetica ispirata a Buckminster Fuller, si attesta come laboratorio cognitivo ed esperimento ottico precursore della piattaforma attuale. Infine, il Castello di Púbol rappresenta la dimensione austera e geometrica del suo pensiero.

Guardando al futuro, Platform Dalí pubblicherà a metà 2026 la nuova Open Call internazionale per selezionare entro fine anno 5 residenti e 2 fellow per il ciclo 2027. L'iniziativa mira inoltre a estendere la rete di scambio a centri di ricerca europei e mondiali. Il traguardo finale di questa avventura sarà la realizzazione nel 2029 di una monumentale mostra collettiva istituzionale che raccoglierà tutte le opere, i quaderni di laboratorio e le installazioni prodotte, consacrando definitivamente il dialogo tra il genio dell’artista e la scienza del domani.

Anna Maria Farinato, 07 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Anna Maria Farinato

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