Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

La grande rotonda, cuore scenografico del progetto affidato da Giuseppe Ricci Oddi all’architetto Giulio Ulisse Arata, in un’immagine del 1931

© Archivi Storici «Foto Croce»

Image

La grande rotonda, cuore scenografico del progetto affidato da Giuseppe Ricci Oddi all’architetto Giulio Ulisse Arata, in un’immagine del 1931

© Archivi Storici «Foto Croce»

La nuova Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi tra storia, architettura e identità

Torna interamente visibile il museo voluto da Giuseppe Ricci Oddi e progettato da Giulio Ulisse Arata come uno dei rari musei ex novo del primo Novecento italiano. Nelle sale, esposti per scuole regionali, capolavori di Pellizza da Volpedo e Casorati. E il celebre Klimt

Dal 28 aprile la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza torna a mostrarsi nella sua interezza dopo un intervento di riqualificazione che ha restituito agli ambienti la misura, la sobrietà e la chiarezza architettonica volute dall’architetto piacentino Giulio Ulisse Arata tra il 1925 e il 1931, quando il museo aprì al pubblico. Un ritorno alle origini che non è semplice restauro, ma un riallineamento profondo allo spirito del fondatore Giuseppe Ricci Oddi, il nobiluomo piacentino che trasformò la propria collezione privata in un museo pubblico, inaugurato l’11 ottobre 1931. Nel panorama italiano del Novecento, la Ricci Oddi rappresenta un caso anomalo: non un palazzo di famiglia adattato a galleria, né un edificio storico riconvertito, ma uno dei primi (e pochissimi) edifici realizzati ex novo con finalità museali per ospitare una collezione moderna. Ricci Oddi scelse di donare alla città non solo la collezione (da lui avviata fin dal 1897), ma anche l’edificio appositamente progettato nell’area dell’ex Convento di San Siro, messa a disposizione dal Comune. Arata integrò con grande sensibilità le preesistenze seicentesche (riconoscibili perché intonacate all’esterno) con le nuove strutture in mattoni a vista, secondo un linguaggio che univa rigore geometrico e memoria storica. 

La direttrice Lucia Pini, in carica dal 2021 dopo aver guidato il Bagatti Valsecchi di Milano, ricorda come Ricci Oddi concepisse il museo come un atto di responsabilità civica: «La Galleria da lui creata doveva essere di incoraggiamento alla sua stessa città, favorendone il risveglio delle forze più vive e propositive». Una visione che colloca il progetto nel solco delle idealità risorgimentali e del collezionismo civico di primo Novecento. Grazie al lascito testamentario, tutte le sostanze di Ricci Oddi vennero destinate al sostentamento e alla crescita del museo che, dopo la morte del fondatore nel 1937, continuò ad accogliere nuove opere, spesso acquisite nel corso delle Biennali di Venezia o attraverso donazioni da parte degli stessi artisti: è il caso di «Vaso di fiori con pipa», donato da Filippo de Pisis immediatamente dopo averlo dipinto, nel 1937. Gli interventi di restauro e riallestimento condotti nella Galleria si inseriscono in questa linea di mecenatismo, e sono il frutto di un gesto collettivo: 19 sostenitori (aziende, associazioni e privati) hanno contribuito economicamente, confermando il legame tra la Galleria e la comunità piacentina. Ciò che sarà nuovamente visibile al pubblico è in primo luogo l’edificio. Arata interpretò il desiderio del committente immaginando un museo che fosse insieme funzionale e simbolico. La facciata è una composizione classicista, arricchita nel 1931 da due bassorilievi di Antonio Maraini. 

All’interno, il percorso si sviluppa lungo un asse centrale (una vera e propria «navata») che conduce a sale simmetriche (le «cappelle» laterali) e culmina nella rotonda, cuore scenografico del museo. Tutti gli ambienti sono illuminati da luce naturale zenitale, una scelta all’epoca innovativa e fortemente voluta da Ricci Oddi. Gli spazi sono ora riportati al nitore geometrico originario, che richiama tanto il Modernismo europeo quanto le architetture rinascimentali a pianta centrale, in particolare le elaborazioni leonardesche studiate dallo stesso Arata. All’interno di questa macchina espositiva, è la collezione di opere che documenta un secolo di pittura italiana, dagli anni Trenta dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento, privilegiando paesaggi e dipinti di figura. L’attenzione di Ricci Oddi era rivolta alla tradizione romantica e naturalista, con aperture selettive verso la modernità. Tra i capolavori oggi esposti figurano «Il roveto» di Pellizza da Volpedo, «Ecce puer» di Medardo Rosso e «Donne in barca» di Felice Casorati, insieme a «Place d’Anvers» di Federico Zandomeneghi, «La colazione del mattino» di Amedeo Bocchi e «Quiete» di Felice Carena. E naturalmente il celebre «Ritratto di signora» di Gustav Klimt, acquistato nel 1925 e protagonista di una vicenda che ha segnato la storia del museo: la scoperta del ritratto sottostante, il furto del 1997 e il ritrovamento avvenuto soltanto nel 2019. 

Il progetto di riqualificazione, firmato da Lissoni & Partners, ha restituito agli ambienti la purezza architettonica voluta da Arata, rispettando proporzioni e luminosità originarie. Le 22 sale sono state rinnovate senza mai chiudere completamente il museo, grazie a un complesso lavoro per fasi. «La raccolta nasce da una collezione privata, frutto dei gusti del fondatore, e così deve essere offerta al visitatore, spiega Lucia Pini. Il riallestimento resta fedele alla logica originaria organizzata per scuole regionali mentre i cambiamenti introdotti sono stati rivolti soprattutto ad alleggerire il percorso espositivo per dare respiro alle opere. L’intento è quello di valorizzare una collezione di qualità altissima e di rendere chiaramente leggibile il nesso che la lega alla limpida architettura creata per accoglierla. In questo senso, grande attenzione è stata riservata alle studiatissime prospettive che inquadrano le opere attraverso le diverse aperture degli ambienti. Ne deriva un percorso chiaro e pausato, in grado di recuperare funzionalità, ma anche bellezza e quell’austera eleganza, che è la cifra stilistica del luogo». 

La nuova Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi a Piacenza

Alessandro Martini, 24 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Quale ruolo hanno avuto le riviste internazionali di Allemandi e Politi nell’offrire sguardi inediti e quale giornalismo hanno proposto? Lo ricordano Carolyn Christov-Bakargiev, Anna Somers Cocks, Francesco Bonami e Andrea Bellini

Il passaggio di testimone tra Daniela Santanché e l’ex sottosegretario alla Cultura segna un cambio di rotta per il settore. La cronaca di una successione maturata da tempo e il profilo di un manager prestato alla politica 

L’indagine annuale di «The Art Newspaper» mostra che alcune delle istituzioni più prestigiose al mondo faticano ancora ad attirare lo stesso numero di visitatori che avevano prima della pandemia, ma c’è grande entusiasmo per i nuovi musei, soprattutto a Oriente e in America Latina

Dopo meno di un anno, il critico d’arte e curatore ligure rimette il mandato di direttore del CAMeC per dedicarsi a Luci d’Artista, che si avvia a festeggiare la trentesima edizione

La nuova Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi tra storia, architettura e identità | Alessandro Martini

La nuova Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi tra storia, architettura e identità | Alessandro Martini