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Alcune vedute di «The Only True Protest Is Beauty» alla Fondazione Dries Van Noten di Venezia fino al 4 ottobre

Foto Matteo De Mayda

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Alcune vedute di «The Only True Protest Is Beauty» alla Fondazione Dries Van Noten di Venezia fino al 4 ottobre

Foto Matteo De Mayda

La nuova Fondazione veneziana di Dries van Noten, un playground in evoluzione

Una conversazione con lo stilista belga sull’artigianato, sulla bellezza e su perché non si debba possedere qualcosa per amarlo davvero

Jacopo Bedussi

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Quando Dries Van Noten e il compagno Patrick Vangheluwe hanno cominciato a cercare un palazzo a Venezia per la loro fondazione, avevano le idee abbastanza chiare: niente di troppo grande, niente di troppo complicato, soprattutto niente di troppo decorato. Poi hanno visto il Palazzo Pisani Moretta, direttamente sul Canal Grande, cinquecentesco, affrescato, con soffitti tiepoleschi e pavimenti su cui hanno camminato i secoli. Era l’esatto opposto di quello che cercavano. L’hanno preso. «Il livello di artigianato in questo edificio è così eccezionale che ci è sembrato il posto giusto per parlare dell’arte del fare», dice Van Noten in una chiacchierata qualche settimana prima dell’apertura. 

Il 25 aprile la Fondazione ha aperto con «The Only True Protest Is Beauty» (fino al 4 ottobre), titolo preso da un testo di Phil Ochs, cantautore e attivista americano degli anni Sessanta. La presentazione si dispiega su venti stanze tra piano terra e piano nobile, con oltre 200 opere che attraversano moda, gioiello, arte, design, fotografia, vetro, ceramica e sperimentazioni sui materiali. In una logica che tiene insieme tutto e che non è tassonomica ma istintiva. La storia dell’arrivo qui passa per una domanda che Van Noten e Vangheluwe si sono posti alla soglia dei sessant’anni: «Vogliamo continuare a fare moda per il resto della nostra vita?». La risposta è stata no, o meglio: non solo. 

Nel 2018 il gruppo Puig ha acquisito il marchio, Van Noten ha continuato come direttore creativo fino al 2024, e nel mezzo è nata l’idea di che cosa fare dopo. Abbastanza presto era chiaro che sarebbe stato qualcosa sull’artigianato, in forma di fondazione. Quanto al luogo, il Belgio era la risposta ovvia, e proprio per questo l’hanno scartata perché «abbiamo già vissuto tutta la vita in Belgio». Tra le città italiane in gara ha vinto Venezia, che Van Noten descrive come una (ri)scoperta e non come un riconoscimento. Venezia è una di quelle città che si conosce per anni dalla superficie e poi, quando ci si vive, si mostra come un posto completamente diverso e a un certo punto vero. «Mi aspettavo la Venezia che conoscevo: tre giorni all’anno in un hotel, dice. Invece ho trovato qualcosa di molto costruttivo, molto giovane, una città con un’energia positiva, dove ci sono buone scuole, dove i giovani vengono a studiare e decidono di restare». Chiama questo «a different modernity», una modernità differente: una città senza automobili in cui ci si muove a piedi e in vaporetto, dove si incontrano le persone per strada, dove c’è spazio in testa per pensare ad altro. Una città che, semplicemente, stimola la creatività. È una lettura antidecadentista che a prima vista stupisce, questa di Venezia come luogo di vitalità invece che di elegia ma poi, se si passa qualche giorno a camminare tra i campielli lontano dai percorsi turistici, torna a sembrare esatta. Ci sono due Venezie sovrapposte, dico. «Non proprio due, mi corregge Van Noten, con la precisione di chi vuole che le cose siano dette come le vede, ma è vero che basta girare l’angolo». 

Alcune vedute di «The Only True Protest Is Beauty» alla Fondazione Dries Van Noten di Venezia fino al 4 ottobre. Foto Matteo De Mayda

La mostra è curata da Van Noten con il supporto di Geert Bruloot, figura leggendaria che riporta agli inizi di Van Noten e alla storia degli Antwerp Six prima e del MoMu di Anversa poi, con una pratica pluridecennale tutta belga di lavorare intorno alla moda come pratica curatoriale. Il percorso comincia nel portego al piano terra con una scultura di Peter Buggenhout, presenza ambigua e perturbante, e sale attraverso stanze in cui il dialogo tra le opere e il palazzo non è una scusa decorativa ma il principio strutturante della narrazione. Nel primo salone del piano nobile, il soffitto con «La vittoria della Luce sulle Tenebre» di Jacopo Guarana, allievo di Giambattista Tiepolo, sovrasta le fotografie di soggetti addormentati di Steven Shearer, accostate alle gioiellerie «Memento Mori» di Codognato e a pezzi di haute couture di Lacroix o di ricerca sperimentale di Comme des Garçons. La storica collezione di vetri della famiglia Pisani Moretta parla con le opere contemporanee in vetro di Ritsue Mishima e Alexander Kirkeby. Nell’alcova della cappella, un assemblage di Misha Kahn introduce un antipasto irriverente prima delle composizioni di Ann Carrington in elementi metallici di scarto. Il designer palestinese Ayham Hassan, la cui pratica è plasmata dalla vita in Cisgiordania, porta un vocabolario di forza materica che non media per metafora. Il titolo di Phil Ochs non è decorativo. 

Nella lettura di Van Noten, la bellezza non è una risposta ma una domanda: qualcosa che turba invece di risolvere, che lascia spazio all’ambiguità e alla contraddizione invece di chiuderle. Nel mezzo di una conversazione su artigianato e arte, Van Noten introduce Picasso come caso limite per una distinzione che non regge: «Picasso fa ceramica. È arte o artigianato? Dipinge una tela ed è arte. Ne dipinge quattrocento, è ancora arte, o diventa artigianato, o diventa perfezione tecnica?». Per Van Noten quello che accomuna arte e artigianato è qualcosa di più semplice e più sostanziale: «Sono cose che si fanno con il cervello, con il cuore e con le mani, dice, e si lascia spazio alla coincidenza, all’intuizione». Il fare a mano come il processo che trasforma chi lo compie. Sul rapporto storico tra moda, arte e artigianato, Van Noten cita i Ballets Russes come momento in cui la fusione è stata totale: costumi, musica, teatro e arte visiva, tutto in una competizione costruttiva tra persone che cercavano di spingersi a vicenda più avanti. Ed Elsa Schiaparelli, che lavorava con Jean Cocteau e Man Ray e Meret Oppenheim in qualcosa che «bolliva», dice, con un verbo che sceglie bene. Adesso, osserva, si tende a mettere le cose in compartimenti. «Spero che uno dei ruoli della fondazione possa essere spostare le cose anche solo di un centimetro. Non saremo grandi agitatori, ma magari qualcuno comincerà a pensare in modo leggermente diverso». 

Sulla differenza tra una fondazione e un museo pubblico è diretto: il museo ha struttura e continuità, la fondazione è un playground. «Posso fare un progetto grande come questa presentazione e l’anno prossimo fare qualcosa di piccolo, intimissimo, rivolto solo agli studenti. Possiamo cambiare completamente». C’è qualcosa di liberatorio in questo, anche se Van Noten lo dice con la cautela di chi sa che la libertà totale è spesso un’illusione pratica: «La Fondazione è giovanissima. Ho ancora molto da imparare». Un tema su cui torna più volte è quello del mercato, ed è dove la conversazione diventa più concreta e, detto francamente, più rara nel panorama delle fondazioni culturali. Van Noten vuole che la fondazione venda. Ha uno shop, venderà opere di artigiani giovani e meno giovani, e questo per lui non è una concessione commerciale ma il punto. «Non ha senso convincere i giovani che possono fare l’artigiano o l’artista se poi non puoi dimostrare che ci si può campare». La romanticizzazione della povertà come condizione dell’autenticità artistica non lo interessa, e non è cinismo: è che ha visto abbastanza del mondo della moda e dell’artigianato da sapere quanto quella narrativa costi ai talenti che non hanno reti di protezione. Sul pubblico, fa un’osservazione che sembra ovvia e viene ignorata la maggior parte delle volte: se vuoi convincere i giovani a scegliere una carriera nell’arte o nell’artigianato: «I primi che devi convincere sono i genitori e i nonni. Se non permettono ai figli di studiare queste cose, non si va da nessuna parte». Verso la fine della conversazione arrivo alla domanda un po’ scema, che avevo tenuto per ultima: «C’è un’opera che sa di non poter avere, ma che vorrebbe per la fondazione o per casa sua?». Van Noten ci pensa un po’ e poi dice qualcosa che non ci si aspetta da qualcuno che ha costruito un’intera carriera intorno all’oggetto fisico, alla materia, al tessuto: «Non ho mai sentito il bisogno di possedere qualcosa per poterne godere». Ha una memoria visiva molto precisa, dice, e avere visto qualcosa per lui vale più che possederlo. «Basta ripensarci, e mi torna l’emozione di quando l’ho visto la prima volta. Possedere non è necessario». Per qualcuno con la sua carriera alle spalle forse una risposta più contraddittoria di così sarebbe difficile. Allo stesso tempo però, più coerente probabilmente impossibile.

Alcune vedute di «The Only True Protest Is Beauty» alla Fondazione Dries Van Noten di Venezia fino al 4 ottobre. Foto Matteo De Mayda

Alcune vedute di «The Only True Protest Is Beauty» alla Fondazione Dries Van Noten di Venezia fino al 4 ottobre. Courtesy di Fondazione Dries Van Noten

Jacopo Bedussi, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

La nuova Fondazione veneziana di Dries van Noten, un playground in evoluzione | Jacopo Bedussi

La nuova Fondazione veneziana di Dries van Noten, un playground in evoluzione | Jacopo Bedussi