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Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliNel 1986, sei giovani designer belgi caricano le loro collezioni su un furgone e le portano a Londra per presentarle al British Designer Show. Non hanno un piano né una strategia di marketing. Non hanno una narrativa collettiva. Non hanno nemmeno un nome comune — quello arriverà dopo, inventato dalla stampa anglosassone, che non riusciva a pronunciare i loro cognomi e si arrangiò con la città di provenienza. In quarant’anni quella storia si è transustanziata in mito. Il lodevole intento di una grande mostra retrospettiva dedicata a quelle esperienze oggi come oggi può essere soltanto uno: non onorare quella leggenda, ma disattivarla, come toglierle la patina mitica per restituirle la consistenza utile e funzionale di un metodo da usare. È in questa operazione che si impegna «The Antwerp Six», la mostra del MoMu — Fashion Museum Antwerp inaugurata il 28 marzo (e fino al 17 gennaio 2027) e curata da Geert Bruloot insieme a Romy Cockx e Kaat Debo, direttrice del museo. Il suo oggetto dichiarato è il lascito di Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee, morta a 67 anni nel novembre 2025. Il suo oggetto implicito, più urgente e più rischioso, è il presente della moda: quello che non funziona, quello che manca, quello che potrebbe essere fatto altrimenti, in un sistema che mostra crepe che non è più possibile ignorare nemmeno dal suo interno. «Il settore per come lo conosciamo oggi ha preso forma negli anni Novanta, e spesso ci si dimentica che, da un punto di vista storico, è un arco di tempo brevissimo. Quel sistema è sotto una pressione enorme, è al suo limite. Abbiamo bisogno di una nuova direzione», dice Debo all’inizio della nostra conversazione. La mostra sugli Antwerp Six non è una risposta a questa crisi, piuttosto l’estrazione di un’esperienza che può proiettarsi in pratica: un archivio che non ha senso riprodurre ma che ha molto senso capire.
Il primo errore che la narrazione mitologica ha sistematicamente prodotto, è leggere l’emergere degli Antwerp Six come una questione di genio. Sei talenti eccezionali che si trovano per caso nello stesso posto nello stesso momento. È una storia molto bella e quasi completamente falsa, perché il genio è indubbio ma assolutamente non sufficiente. Quando i Sei iniziano a studiare alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, siamo alla fine degli anni Settanta: le crisi petrolifere hanno messo a durissima prova le economie occidentali, che si rendono conto per la prima volta dalla seconda guerra mondiale di alcune proprie debolezze strutturali, e in Belgio l’industria tessile — più di cinquemila aziende, uno dei pilastri dell’economia nazionale — comincia a perdere terreno rispetto all’offshoring. Il governo commissiona a McKinsey un’analisi della situazione. La diagnosi è netta: il Paese ha un’industria rilevante ma non ha un’identità, non produce marchi riconoscibili rispetto alla Francia o all’Italia. Il consiglio è altrettanto netto: puntare su prodotti più qualificati, più culturalmente situati. Ne nasce l’ITCB, l’Institute for Textile and Clothing of Belgium, dotato di un piano quinquennale che Kaat Debo non esita a definire una «sorta di Piano Marshall per l’industria»: 27 miliardi di franchi belgi, circa due miliardi di euro odierni. La maggior parte di quei fondi va a macchinari e grandi manifatture, ma una parte viene investita nei giovani talenti che vengono riconosciuti come il possibile futuro del comparto. Nasce il Golden Spindle Contest: un concorso in cui i giovani designer collaborano con i produttori per realizzare collezioni non commerciali, senza obiettivi di mercato. Tutti e sei i futuri Antwerp Six partecipano e per la prima volta si trovano ad avere collezioni realizzate professionalmente, con tessuti e manifatturieri belgi, una piattaforma di presentazione e — a partire dalla seconda edizione, con Jean-Paul Gaultier come presidente di giuria — una visibilità che travalica i confini nazionali. Alla stampa Gaultier dichiara che prima del Golden Spindle Contest ignorava che il Belgio avesse un tale livello di talento. È un’apertura. Ma quello che conta, al di là dell’aneddoto, è la struttura che l’ha resa possibile.
Walter Van Beirendonck, W.&L.T. Paradise Pleasure Productions, Autumn/Winter 1995-96. © Foto: Ronald Stoops
Walter Van Beirendonck, Wild and Lethal Trash, Spring/Summer 1993. © Foto: Ronald Stoops
Già una prima proiezione, conoscendo i fatti è possibile. Se il sistema della moda contemporanea fatica a produrre nuove generazioni di designer con un linguaggio autonomo e riconoscibile, la ragione non va cercata nell’assenza di talento ma nell’assenza di strutture che creino le condizioni per farlo emergere senza immediatamente subordinarlo alle logiche del mercato. Il supporto istituzionale all’ITCB non era filantropia: era una scommessa industriale che aveva capito che valore simbolico e valore economico, nella moda, non si escludono ma si generano a vicenda. Che la creatività radicale non è un lusso che ci si può permettere quando si è già abbastanza grandi, ma la condizione originaria da cui il valore emerge.
C’è un secondo elemento strutturale che la narrazione mitologica tratta come accidente geografico e che invece merita di essere letto come condizione attiva: Anversa non è Parigi. Non è Milano. Non è Londra. È, nel gergo che i suoi stessi protagonisti usano senza imbarazzo, la periferia. Kaat Debo: «Anversa non è una città della moda come le altre. Siamo sempre stati una sorta di underdog. Ma credo davvero che l’innovazione possa venire dalla periferia e non dal centro, proprio perché il centro — il sistema stesso — è in qualche modo bloccato» In questo caso la marginalità non funziona come limite da superare ma come spazio di libertà che il centro non si può più permettere. Le grandi maison hanno eredità da amministrare, aspettative da rispettare, investitori da rassicurare: producono moda dentro un perimetro di rischio accettabile che si restringe man mano che la posta in gioco cresce. La periferia non ha questo problema. Può inventarsi le proprie regole. E questa libertà, nella storia degli Antwerp Six, non è solo estetica: è anche economica. Nessuno di loro, nell’avviare la propria carriera indipendente, lavora con investitori esterni.
«Volevano restare indipendenti. Non volevano lavorare con investitori, nessuno di loro. Il che dava loro una libertà incredibile di fare quello che volevano, quando volevano», ricorda Geert Bruloot. Non era, almeno non interamente, una scelta filosofica: era anche la conseguenza di un ecosistema che non offriva quelle possibilità. In Belgio non c’erano grandi gruppi del lusso, non c’erano investitori specializzati nel fashion. L’assenza di struttura diventa struttura alternativa. E con il tempo, quella posizione imposta dalle circostanze è diventata consapevole scelta di metodo. È questa trasformazione — da limite subito a vantaggio coltivato — che costituisce forse la lezione più difficile da trasferire nel presente: non l’indipendenza come valore astratto, ma la capacità di riconoscere in un vincolo strutturale la fonte di una libertà che altrimenti non si sarebbe mai conquistata.
La periferia, intesa in questo senso, non è una questione geografica ma epistemica. Quello che caratterizza il margine produttivo non è la distanza fisica dal cuore del sistema, ma la distanza dalle sue aspettative. La moltiplicazione delle geografie della moda degli ultimi vent’anni — Seul, Lagos, Città del Messico, Lisbona — non è solo una questione di mercati emergenti: è potenzialmente una riscrittura delle condizioni di possibilità del linguaggio della moda. Ma questa possibilità si trasforma in realtà solo quando la periferia smette di imitare il centro e inizia a pensare dal proprio punto di vista.
Nel 1983 e nel 1985, nel quadro delle missioni commerciali ITCB, i Sei viaggiano in Giappone. Trovano le boutique dei designer giapponesi che già ridisegnavano i contorni della moda internazionale. Ma ciò che li colpisce non è tanto la rivoluzione formale delle silhouette quanto qualcosa di più sottile: il modo in cui quegli abiti esistevano nel mondo. Geert Bruloot: «Non erano tanto ispirati dalla rivoluzione stilistica dei giapponesi in sé. Li affascinava soprattutto l’approccio totale». Le boutique di Yamamoto e Kawakubo erano spazi concepiti come ambienti preparati: non contenitori per esporre prodotti, ma estensioni del linguaggio del designer. L’identità visiva, la comunicazione, l’allestimento degli show — tutto faceva parte di un unico sistema di senso coerente. E poi c’era Parigi: le sfilate giapponesi dimostravano che con un pavimento di cemento, del casting di strada e un giradischi era possibile costruire un evento professionale che sconvolgeva la stampa internazionale. Che la forma di presentazione poteva essere coerente con il contenuto. Questa lezione — la moda come sistema totale di senso, non come produzione di oggetti — è la più trasmissibile tra quelle che la storia degli Antwerp Six porta con sé. Ed è quella più sistematicamente tradita dal sistema contemporaneo, dopo gli exploit pre Covid-19, nella svolta a destra del mondo sempre più raramente produce mondi, nemmeno quando i budget restano paperoneschi.
Dirk van Saene, Autumn/Winter 1991-92. © Foto: Dirk Van Saene
Marina Yee, Spring/Summer 1988. © Foto: Andrew MacPherson
Prima di qualunque considerazione sul talento individuale o sulle condizioni istituzionali, c’è nella storia degli Antwerp Six un elemento che la lettura contemporanea tende a trascurare proprio perché appare ovvio: la qualità dell’educazione che hanno ricevuto. La scuola di moda di Anversa era, all’epoca, classica e accademica nel senso più rigoroso del termine. Insegnava a costruire i vestiti, a lavorare sul capo come farebbe un architetto: con rigore strutturale, comprensione profonda di come un indumento viene concepito prima ancora di come appare.
«Erano davvero al lavoro come un architetto sugli abiti, tecnicamente. E su questa base si è innestata la nuova cultura che arrivava da Londra, dal punk, da New York. Tutto questo ha plasmato il modo in cui hanno iniziato a creare e ha fatto sì che costruissero il proprio vocabolario autonomo», dice Geert Bruloot. La combinazione è precisa e non casuale: padronanza tecnica assoluta da un lato, apertura culturale totale dall’altro. La padronanza tecnica significa che puoi decostruire senza distruggere, che conosci esattamente quali regole stai violando e perché, e che c’è un mondo da abitare che sta tra le scelte e gli errori. L’apertura culturale significa che il riferimento non è il passato della moda ma il presente vivo della cultura: la musica, la strada, la performance, l’arte visiva. Quello che emerge da questa combinazione è una radicalità fondata, una sperimentazione tecnicamente sostenibile.
Quello che la scuola di Anversa degli anni Settanta aveva capito — e che la mostra del MoMu, con la sua attenzione agli archivi di produzione oltre che alle immagini finali, ha il merito di rendere visibile — è che la tecnica non è il contrario della creatività ma la sua condizione di possibilità.
Smontare la percezione dei Sei come collettivo è utile a ridare dignità al lavoro di ognuno di loro. Trattandosi a tutti gli effetti di personalità più che mai autonome. Ma è fondamentale anche rendere visibile e leggibile l’ecosistema in cui si sono formati. Ann Demeulemeester lavorava già con il suo compagno Patrick Robyn, fotografo: gli altri studenti lo vedevano e si mettevano a cercare fotografi anche loro. Costruirono relazioni con truccatori, con stilisti. Persone come Inge Grognard e Ronald Stoops erano nell’entourage dei Sei e hanno costruito le proprie carriere internazionali nel trucco, nello styling, nella fotografia di moda. L’ecosistema non era un’appendice: era parte integrante dell’esistenza di quel fenomeno. «La moda viene promossa come qualcosa di individuale, come un genio individuale. È un marchio individuale, ma non viene mai fatta da individui. Viene fatta da team creativi», dice Kaat Debo.
C’è un paradosso al cuore di questa storia che la mostra non nasconde ma anzi mette in primo piano: il nome stesso è un’invenzione esterna. «Furono Tim Blanks e la stampa anglosassone a chiamarli così, ricorda Geert Bruloot, perché non riuscivano a pronunciare i nostri nomi». Nessuno di loro aveva scelto di essere parte di un gruppo. «Presentavano insieme per ragioni pratiche, ma non hanno mai cantato la stessa canzone». Eppure il mito è sopravvissuto ai tre anni londinesi, alle carriere individuali, alle differenze sempre più accentuate. «Nessuno di noi lo ha alimentato consapevolmente. Il mito ha continuato a vivere da solo». La ragione di questa persistenza non va cercata solo nel fascino della storia, ma in qualcosa di più preciso: il nome «Antwerp Six» aveva condensato, senza pianificazione, un’idea di moda che il sistema del tempo non sapeva ancora nominare altrimenti.
Alla fine della conversazione, Geert Bruloot dice una cosa apparentemente semplice: «Aprite le porte, aprite le finestre, cercate l’autenticità, le cose nuove, esprimete voi stessi». Non sta dicendo: fate come hanno fatto loro. Sta dicendo: capite come hanno fatto, e poi cercate il vostro modo. Nessuno può ripetere la storia degli Antwerp Six, né dovrebbe tentarlo. Il contesto è irripetibile: il Belgio industriale degli anni Settanta, l’ITCB, il Golden Spindle, Londra punk, i giapponesi a Parigi. Sono coordinate di un momento specifico che non tornerà. Ma il metodo — l’uso della periferia come posizione produttiva, la costruzione di ecosistemi creativi, la visione della moda come sistema totale di senso, l’indipendenza come condizione di autenticità — non appartiene a quel momento. Appartiene a una logica che era valida allora e che è valida oggi, anche se le forme in cui si manifesta sono necessariamente diverse. La mostra stessa, nella sua costruzione, pratica questo principio. Prima di allestire una sola vetrina, i curatori si sono seduti con tutti i designer per confrontare le memorie, spesso contraddittorie, di quella storia. Hanno cercato documenti, video, fotografie, cosa non facile perché «quelli non erano tempi in cui si girava con una macchina fotografica in tasca». Poco a poco, confrontando le memorie con le fonti, la storia ha preso forma. La struttura della mostra riflette quella fatica: non un gruppo ma sei individualità, con un’introduzione contestuale e poi sei percorsi distinti. La tensione tra la forza del nome collettivo e la diversità radicale dei linguaggi individuali viene tenuta aperta. Tra un Walter Van Beirendonck e una Marina Yee non c’è quasi nulla in comune, stilisticamente. Eppure sono stati messi insieme sotto lo stesso nome, e quel nome ha avuto senso. Rendere visibile questa contraddizione invece di dissolverla è, in sé, un atto critico. «Ci credo molto, nel potere della periferia. Anche come museo, penso che possiamo fare mostre più critiche di quelle che potrebbe fare un’istituzione molto più legata all’industria», chiude Kaat Debo. Il MoMu sceglie consapevolmente di occupare una posizione periferica rispetto al sistema e di usare quella posizione come leva critica. La mostra non è un atto devozionale. In un momento in cui il sistema ha bisogno non di celebrazioni ma di alternative, questa proposta arriva al momento giusto. Non per nostalgia di un passato che non tornerà, ma perché il passato, quando è ben lavorato, non è un mausoleo ma un laboratorio.
Marie by Marina Yee, invito per la sfilata della collezione Spring/Summer 1988. Foto Andrew McPherson