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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliGuardare non basta. Con Jeff Koons si entra subito in gioco. Nessuna distanza di sicurezza, nessun margine per restare osservatori neutri. «Balloon Venus Lespugue (Red)» lo chiarisce al primo sguardo: l’opera ingloba chi la guarda, lo trasforma in immagine, lo restituisce dentro una luce rossa che sembra assorbire tutto. Acciaio inox lucidato a specchio. Una pelle che cattura ogni presenza. Il mondo circostante scivola sulla superficie e si deforma, mentre lo spettatore diventa parte del lavoro senza accorgersene. Koons insiste: riflettere è un processo duplice. Interno. Esterno. Qui non è un concetto astratto: è ciò che accade concretamente davanti all’opera.
Questa logica del riflesso ha radici profonde nella sua pratica. Risale alla fine degli anni ’70, quando l’artista lavora con piccoli gonfiabili in scenografie specchianti, quasi esperimenti ottici ante litteram. Il passaggio decisivo arriva nel 1986 con «Rabbit», il primo gonfiabile fuso in metallo. Un cortocircuito tra materiale industriale e immaginario infantile. L’inizio di un linguaggio che si svilupperà per decenni. Parallelamente compare, silenziosa ma costante, la figura della Venere. Non come citazione diretta, ma come presenza ricorrente. Una matrice archetipica. In «Snorkel Vest» e «Aqualung» (1985) Koons riconosce già un legame con la Venere di Willendorf: forme arcaiche che riemergono in oggetti salvavita gonfiabili, caricati di un’inaspettata antropomorfia. L’artista lo dice chiaramente: alcuni lavori parlano con la storia umana più che con il design contemporaneo.
Il discorso si struttura in modo esplicito con «Antiquity», il ciclo iniziato nel 2008. Qui la «Venere di Lespugue», statuetta paleolitica ritrovata nel 1922, diventa un punto di partenza. Un grumo di tempo remoto che Koons allunga, trasforma, gonfia, trasponendo millenni di rappresentazione in una scultura monumentale. La metamorfosi è lenta, tecnica, calibrata: dalle curve scolpite nel mammut alla superficie liscia, quasi liquida, dell’acciaio moderno. Il risultato è una figura che sta sospesa tra astrazione e corpo, tra presenza arcaica e estetica pop. La Balloon Venus ha proporzioni giacomettiane, linee che sembrano nascere dal modernismo più che dalla preistoria. E infatti Koons non nasconde il suo pantheon: Brancusi, Duchamp, Tiziano, Botticelli, Nadelman. Sono riferimenti che non cita per rendere omaggio, ma che incorpora come strati visivi sedimentati. L’astrazione non cancella il corpo, lo amplifica. La figura si riconosce e si perde: un profilo netto, subito dissolto dal riflesso. È una scultura che oscilla continuamente tra forma e illusione, tra chiarezza e ambiguità. E che, in questa oscillazione, porta con sé un interrogativo sulla bellezza come costruzione culturale: millenni di curve, linee, modelli, riemersi in un oggetto che sembra leggero ma pesa la storia.
Koons lo sintetizza in una frase: «Posso ricondurla al modernismo». E di fatto questa Balloon Venus si muove liberamente tra epoche distanti, senza nostalgia. Unisce la materia preistorica alla lucentezza contemporanea, l’archetipo alla superficie specchiante. Alla fine resta un dato semplice, diretto: la scultura non si guarda, si attraversa. Ti trascina dentro la sua pelle rossa, ti cattura nel suo bagliore, ti costringe a farne parte. Una Venere che non è più solo un modello antico, ma un dispositivo di visione. Una forma che ti guarda mentre la guardi. Ti riconsegna a te stesso, riflesso e ingrandito, come se l’opera – più che rappresentare qualcosa – stesse misurando la distanza tra ciò che sei e ciò che vedi.
Jeff Koons, «Balloon Venus Lespugue (Red)», 2013–2019. Courtesy David Zwirner.
Nicoletta Biglietti
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