Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Cosimo Merlini il Vecchio e Bernardo Holzmann, Reliquiario della Passione o Croce della Granduchessa, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo

Image

Cosimo Merlini il Vecchio e Bernardo Holzmann, Reliquiario della Passione o Croce della Granduchessa, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo

La gemma della Granduchessa bella come il diamante fiorentino

L’Opificio delle Pietre Dure ha restaurato la Croce Reliquiario della Passione, superba opera di oreficeria del Sei-Settecento conservata al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze

Laura Lombardi

Leggi i suoi articoli

È un prezioso quarzo e non un topazio d’India la gemma nel «Croce Reliquiario della Passione» (detta anche «Croce della Granduchessa»), conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. La novità è emersa nel corso del restauro da parte dell’Opificio delle Pietre Dure appena concluso e ha particolare rilievo in quanto la scelta e anche il taglio, sono ispirati al «diamante fiorentino», la cui provenienza resta misteriosa. Del celebre «diamante fiorentino», acquistato il 12 ottobre 1601 da Ferdinando I de Medici allo stato grezzo, fatto tagliare al veneziano Pompeo Studentoli dal granduca Cosimo II per donarlo alla consorte Maria Maddalena d’Austria nel 1615, montato su pendente in oro a forma di serpente e tempestato di altri diamanti minori e gemme, si erano perse le tracce da un secolo quando è stato ritrovato in un caveau canadese ad opera del «New York Times». Fino a quel momento il quarzo del Reliquario della Passione ha rappresentato una rara testimonianza di come dovesse essere la meravigliosa gemma medicea.

Il quarzo della «Croce della Granduchessa» (una stauroteca di 130 cm di altezza e 74 di larghezza, realizzata in oro sbalzato e cesellato con parti a fusione e smalti policromi a caldo e a freddo) certo non è la sola gemma contenuta nel reliquiario. Vi sono infatti 130 perle scaramazze, 32 granati, ma anche smeraldi sfaccettati e a cabochon, ametiste, acquemarine, quarzi calcedoni. La stauroteca (dal greco «stauros», croce, e «theke», collezione) a croce latina, conserva al suo interno un frammento della croce di Gesù e una crocetta a filigrana (decorata con perle tonde, granati e zaffiri) con i frammenti della Passione di Cristo.

La tradizione narra che le reliquie sono state riscattate nel 1454 da Marco Chestialselim, «domestikos» dell’ultimo imperatore di Oriente, e sono giunte a Firenze dopo la presa di Costantinopoli da parte dell’impero ottomano per esser poi inserite in una stauroteca d’argento portata in processione dall’arcivescovo sant’Antonino il 13 agosto 1455. Dai documenti, citati nell’esauriente studio di Alessandro Bicchi, si ricava che dopo la metà del Cinquecento il reliquiario versava già in cattivo stato e che una nuova lavorazione era stata affidata a Cosimo Merlini il Vecchio (1580-1641). La croce appare ultimata nel 1618, quando figura nel guardaroba mediceo, e il 18 settembre 1619 gli Operai di Santa Maria del Fiore deliberano una messa da catarsi di ringraziamento del dono ricevuto dai granduchi; l’opera entra subito nel cerimoniale del duomo tanto da dover esser presto restaurata. La base su cui poggia è opera settecentesca in bronzo fuso cesellato e dorato dell’orefice Bernardo Holzamnn.

Al restauro è stato dedicato un convegno.

Laura Lombardi, 09 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci un’ampia selezione di lavori dalla raccolta del collezionista pratese e una lettura nuova del lavoro di una delle esponenti più rappresentative della fotografia «al femminile»

Nato dal dialogo diretto tra il fotografo e i lavoratori della cantina toscana, il progetto site specific curato da Ilaria Bonacossa a Bargino riflette anche su quanto il cambiamento climatico abbia un impatto sulla produzione vinicola

Al Museo Nazionale d’Arte medievale e moderna di Arezzo restaurato un bell’esempio di quella tecnica distintiva dell’arte rinascimentale toscana che è la scultura in terracotta invetriata 

Con un cantiere aperto al pubblico il Museo del Bargello restaura l’opera d’arte a sé nata per rendere ben visibile il capolavoro sotto la Loggia dei Lanzi

La gemma della Granduchessa bella come il diamante fiorentino | Laura Lombardi

La gemma della Granduchessa bella come il diamante fiorentino | Laura Lombardi