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Una veduta della mostra «Pathos Formulas» all’ex Teatro dell’Oriuolo di Firenze

Foto Casati Andolcetti

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Una veduta della mostra «Pathos Formulas» all’ex Teatro dell’Oriuolo di Firenze

Foto Casati Andolcetti

A Firenze il futuro della cultura e della moda

In occasione di Pitti Uomo 110 all’ex Teatro dell’Oriuolo un progetto espositivo e installativo dello IED che esplora il dialogo tra moda, arti visive e pratiche editoriali

Laura Lombardi

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In occasione di Pitti Uomo 110, «Pathos Formulas», all’ex Teatro dell’Oriuolo dal 17 al 19 giugno, è il progetto dello IED (Istituto Europeo Design, nella sede di Firenze diretta da Benedetta Lenzi), a cura di Francesca Gavin, Editor-in-Chief di EPOCH Review e direttrice delle Arti Visive di Murmur, che, coinvolgendo studenti di diversa formazione e provenienza, si confronta con uno dei principi fondanti il pensiero di uno dei padri dell’iconologia, Aby Warburg. Autrice di libri dedicati all’arte e alla cultura visiva, curatrice attiva a livello internazionale (tra cui Manifesta 11, Somerset House, Palais de Tokyo e MU Eindhoven), Gavin ha infatti orchestrato il progetto a partire da quelle «formule di pathos» che vedono l’intreccio di campi diversi dell’espressione, collegando immagini del mondo antico, rinascimentale o contemporaneo, com’è nelle memorabili tavole dell’Atlante Mnemosyne, all’insegna di una struttura non lineare della storia, dove simboli, motivi e forme migrano attraverso le epoche e i luoghi. La figura di Warburg è ben legata a Firenze, dov’è stato uno dei fondatori nel 1897 dell’Istituto Germanico di Storia dell’arte.

Il linguaggio della moda è adottato come punto di partenza nel suo intreccio con arti visive e pratiche editoriali in una riflessione condivisa, osservando la circolazione e la trasformazione di immagini, gesti, risonanze del passato che si riattivano nel presente, con citazioni visive e psicologiche che attraversano, oltre alle epoche, anche le geografie e i limiti delle tradizioni culturali, quel che Warburg definiva le «sopravvivenze». Il concept della mostra è proprio mettere in luce «come il modo in cui viviamo il mondo che ci circonda sia in dialogo con la storia dell’essere umano», nota Gavin. Con diciassette studenti di fashion design, styling, fotografia, graphic design, video, sound e interior design, provenienti da luoghi molto diversi, abbiamo visto come si possano trovare nuove idee per il futuro della cultura e della moda esplorando i motivi del passato. Dalla collaborazione tra persone che mai si erano incontrate finora, ma che io ho scelto di far lavorare a coppie, proprio in base alle sensibilità che avevano manifestato, sono nate opere molto nuove, ma al tempo stesso piene di riferimenti a epoche diverse, che mostrano come le invenzioni creative del presente possano far parte di una conversazione continua nel tempo». Oltre ai sette progetti condivisi, ci sono due progetti individuali: un soundwork di Maria Chiara Delli Santi, «Suono temporale», interagisce con tutti i lavori riunendo i diversi temi in una partitura sonora, e il progetto grafico editoriale «Trasparenza dell’archivio» di Alejandro Dominguez, che connette coerentemente tutti i progetti in un archivio grafico modulare e in potenziale crescita, una struttura raffinata che sollecita più livelli di lettura.

I sette nuclei di ricerca si sviluppano, come tavole warburghiane dell’Atlante, in altrettante installazioni su singoli temi a partire da un capo di moda e dall’immaginario che a esso si lega, unendo quindi manichini, oggetti, fotografie, tessuti e moving image. Al concetto warburghiano di Nachlebern der Antike si riferisce «Sublim Terrain» (Geo Vergnano ed Elisabetta Boffi) incrociando fashion design e fotografia, con echi di Romanticismo tedesco nei riferimenti a Friedrich e al paesaggio (stampato su chiffon), mentre fluidità spaziale e formale in «Forme senza soluzione di continuità» (Luca Tomei e Matteo Rosadi), vede scarpe realizzate con stampante  3D dialogare con fotografie di architetture contemporanee; in «Modern Antoinette» (Alessia Boldrini ed Emma Brondi) una fashion stylist e un’illustratrice calano il personaggio della regina, celebre per i suoi eccessi, nel consumismo della società contemporanea;  in «Movimento fragile» Joane Zabala, Asia Di Biccari e Lara Jagoic lavorano sul modo in cui il tessuto riflette il tumulto interiore, tema warburghiano, dando vita anche a un Eadweard Muybridge contemporaneo. A Warburg ci riporta anche «Living Gesture» (Alexandra Barkova e Martina Giusti), esplorando il gesto in quanto traccia che appare, scompare, muta attraverso l’interazione, mentre «Memory Silouhette» (Luca Dessì e Alberto Michisanti), muovendo dalla dicotomia warburghiana del corpo tra costruzione (corpo scudo sociale) e collasso (sua gravità), coglie spunti, tra gli altri, da Egon Schiele. Gesto di sofferenza e di crollo, che anch’esso si trasforma ma persiste nel tempo, è infine quello messo in scena in «Fallen Angel» (Marisol Areola e Raffaella Faizulina).

Una veduta della mostra «Pathos Formulas» all’ex Teatro dell’Oriuolo di Firenze. Foto Casati Andolcetti

Laura Lombardi, 16 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

A Firenze il futuro della cultura e della moda | Laura Lombardi

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