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Scelta mesi fa come immagine guida della mostra «Il ritmo della vita. Vecchi e bambini nella fotografia umanista del XX e XXI secolo», che è presentata dal 24 settembre al 16 ottobre da Cmc-Centro Culturale di Milano (in Largo Corsia dei Servi 4), la fotografia «Felicità rivelata», scattata nel 1993 da Max Baccetti nel villaggio nepalese Namche Bazar (quasi 3.500 metri di altitudine, ai piedi dell’Himalaya), assume una tragica attualità dopo l’apocalittica inondazione che ha colpito quel Paese, mentre racconta la realtà di una vita condotta in condizioni climatiche estreme, a un’altitudine elevatissima, in una situazione di evidente povertà, eppure gioiosa: lo dichiarano il volto cotto dal sole e dal vento, con la bocca priva di denti ma sorridente, della donna anziana seduta a terra, con i berretti di lana da lei confezionati e messi in vendita per il suo misero sostentamento e la risata a piena gola della bellissima bambina alle sue spalle, forse la nipotina.
Le immagini di Max Baccetti, scattate in Nepal come questa, o nel Mali o in Amazzonia, sono state poste dalla curatrice, Angela Madesani, nel cuore di una narrazione che include altri tre sensibili interpreti della fotografia contemporanea (Paolo Simonazzi, medico, con i suoi anziani cubani; Enzo Obiso, con le sue colte immagini italiane degli anni Settanta e altre successive scattate in India e Mongolia, e la sua allieva Paola Mongelli, qui con due fotografie del Benin), mettendo i loro lavori in dialogo con una selezione di immagini storiche della collezione napoletana di Rita e Riccardo Marone, esemplari di quella corrente della fotografia, nata in Francia alla fine della Seconda guerra mondiale e di qui diffusa nell’intera Europa, che ha preso il nome di umanista, o sociale, per la sua volontà di raccontare la più feriale quotidianità delle persone, specie di quelle svantaggiate, evidenziandone al contempo la dignità e l’intrinseca nobiltà. Il tutto, in questa mostra, filtrato attraverso la lente del rapporto tra la prima e l’ultima età della vita, due stagioni che negli ultimi decenni hanno subito trasformazioni radicali sul piano sociologico.
Robert Doisneau, «Scène de rue», anni Quaranta. Collezione Rita e Riccardo Marone
Max Baccetti, «Felicità rivelata», 1993, Namche Bazar, Nepal. © Max Baccetti 1993 - 2026
In mostra sfilano 85 lavori di 45 fotografi attivi dagli anni Quaranta ad oggi, alcuni più noti, altri meno, ma tutti di eccellente caratura, fra i quali figurano i reporter dell’Agenzia Tullio Farabola, con le loro immagini dei vicoli napoletani (e con quelle, le immagini di simile soggetto di Aldo Bonasia, Mario Cattaneo, Aldo Roveri e Antonio Sansone) e poi Federico Patellani, Nino Migliori, Mario De Biasi, Ferdinando Scianna (uno scatto del celebre progetto, con Leonardo Sciascia, «Feste religiose in Sicilia», 1965), la poetessa e fotografa Giulia Niccolai e, ancora, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, lo svizzero Peter Moeschlin, con le persone fra le macerie della guerra, René Jacques e l’agenzia Roger-Viollet, Helen Levitt, così attenta al mondo dei bambini, e infine, per giungere a oggi, Monica Biancardi, con i piccoli palestinesi che, sorridendo, giocano con una rete a Ebron.
Sono bambini, quelli di queste fotografie, che giocano fra simili e non con alienanti dispositivi elettronici, e anziani che ancora erano considerati come portatori di saggezza e non come vecchi arnesi da rottamare: un mondo lontanissimo non tanto nel tempo (in fondo restano ancora parecchi testimoni dell’immediato dopoguerra) quanto nei modelli culturali, nella percezione, nelle relazioni sociali. Sbagliato però idealizzare quel passato: ce lo rammenta perentoriamente la sezione relativa al lavoro minorile, per la cui abolizione la fotografia rivestì un ruolo primario. E lo fa attraverso gli storici scatti americani di Lewis Hine, le immagini di bambini di Jack Delano e Mary Ellen Mark e, in Italia, quelle di Gabriella Mercadini, Enrico Pasquali, Barry Thumma e Tony Spina.