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Nicolò Minisi
Leggi i suoi articoliDa calle Vapor a Perseverancia, da San Lázaro al Malecón, Centro Habana assomiglia a una piega del tempo. Un luogo dove la storia sembra essersi fermata e dove, allo stesso tempo, continua a muoversi sottopelle. Le facciate portano i segni di un passato mai del tutto concluso, mentre la vita occupa ogni spazio disponibile con una vitalità che resiste alle difficoltà e alle contraddizioni del presente.
È da questo territorio complesso che prende forma il progetto fotografico di Paolo Simonazzi Habana, eventual che vede la sua formalizzazione nel libro omonimo, edito da Silvana Editoriale, arricchito da un testo dello scrittore Davide Barilli e da un’intervista della critica e curatrice Ilaria Campioli allo stesso Simonazzi. Un lavoro che attraversa uno dei quartieri più densi dell’Avana senza inseguire l’immagine stereotipata di Cuba. Le sue fotografie si muovono altrove, in quella zona incerta dove il quotidiano produce improvvise deviazioni e il reale sembra aprirsi a possibilità inattese.
Da sempre Simonazzi osserva il mondo cercando ciò che sfugge a una lettura immediata. Nei suoi lavori il documento convive con l’ironia, l’osservazione con il paradosso. Basta un dettaglio, una postura, un accostamento inatteso tra persone, animali, oggetti e architetture per incrinare la normalità della scena e trasformare l’ordinario in qualcosa di sorprendente.
A Centro Habana questa attitudine trova un terreno particolarmente fertile. Il quartiere appare come un intreccio continuo di memorie, leggende, illusioni e realtà concrete. Le strade diventano luoghi di attraversamento, spazi in cui convivono la durezza della quotidianità e una persistente capacità di immaginare altro. Non c’è nostalgia nelle immagini di Simonazzi, né compiacimento. C’è piuttosto l’attenzione per una città che continua a reinventarsi pur restando sospesa tra un passato ingombrante e un futuro ancora incerto.
Le fotografie costruiscono così un racconto fatto di frammenti. Ogni immagine sembra contenere una storia che non viene mai raccontata fino in fondo. Le persone incontrate, i muri consumati dal tempo, gli oggetti che abitano lo spazio urbano diventano tracce di una narrazione aperta, in cui realtà e visione convivono senza mai prevalere l’una sull’altra.
Lo sguardo del fotografo resta vicino ai luoghi e alle persone che attraversa. Non cerca effetti spettacolari né scorci esotici. Lavora invece sulle piccole dissonanze che emergono dal tessuto della città, su quei momenti in cui il mondo sembra rivelare qualcosa di inatteso. È una fotografia che osserva con attenzione e che trova nel dubbio, più che nella certezza, la propria forza narrativa.
Alla fine del percorso resta la sensazione di aver attraversato una città che sfugge continuamente a qualsiasi definizione. Le fotografie di Simonazzi non cercano di spiegarla né di sintetizzarla. Si limitano a sostare dentro le sue contraddizioni, nei suoi vuoti, nelle sue improvvise apparizioni. È lì che Centro Habana smette di essere soltanto un luogo e diventa uno stato dello sguardo.
Paolo Simonazzi, dal progetto «Habana, Eventual»
Paolo Simonazzi, dal progetto «Habana, Eventual»
Nicolò Minisi
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