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Carla Cerati, Morire di classe

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Carla Cerati, Morire di classe

La fotografia è un sogno. E la realtà non è più una sola

Dalle fotografie epurate nella Russia stalinista ai manicomi raccontati da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, fino alle immagini generate dall’intelligenza artificiale e diffuse oggi dalla politica, il rapporto tra immagine e verità è sempre stato instabile. Qualcosa, tuttavia, è cambiato: la manipolazione correggeva, cancellava o orientava una realtà condivisa; l’immagine artificiale può costruirne un’altra e farla convivere con la prima. Andrea Tinterri parte da un sogno per interrogarsi su una trasformazione che riguarda ormai la fotografia, la memoria e la nostra stessa percezione del presente.

Andrea Tinterri

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Qualche giorno fa ho fatto un sogno. È un periodo in cui soffro di insonnia e quando finalmente riesco ad addormentarmi è come se concentrassi in un breve lasso di tempo tutte le mie paure e desideri, sogni veloci e intensi, un frame dopo l’altro, brevi film che si susseguono e di cui al risveglio rimane qualche traccia, a volte estremamente nitida seppur concentrata in poche scene. E quel sogno che stranamente mi riporta alla fotografia, ed è il motivo per cui lo cito, vedeva come protagonista un signore anziano, che probabilmente aveva superato da un pezzo gli ottanta, che sosteneva di essere Hitler. Ecco, non so per quale strana ragione, ma in quell’incubo avevo il compito di incontrarlo, credo non fossi solo, ma quel particolare rimane confuso e presumo non sia rilevante. Sapevo che non poteva essere A.H., ne ero convinto perché l’età non tradisce  e la storia ha emesso il suo verdetto, ma comunque rimaneva in me un certo timore e forse anche una curiosità morbosa nel vedere quel volto segnato dal mistero. Mi trovai davanti ad un vecchio pacato, con voce calma e quasi rassicurante. 

Era in divisa, sul tavolo un’agenda con una piccola svastica. Non aveva rinnegato nulla. Guardai il suo profilo, la somiglianza era evidente, non sapevo se ero al cospetto di un semplice pazzo o di un pazzo che aveva scatenato una guerra mondiale. Una sostanziale differenza che separa la storia dalla sua mistificazione. Non ricordo se c’è stato un proseguo, mi sono svegliato e ho cercato di trattenere quelle poche immagini, la voce l’ho persa, ma forse non aveva importanza. Pur consapevole dell’impossibilità che A.H. fosse seduto sulla sedia davanti alla mia, provavo comunque timore e ansia. Non ero semplicemente al cospetto di un fanatico, perché una strana forma di sostituzione identitaria percuoteva le mie ormai vacillanti certezze. Stavo lentamente accettando una nuova narrazione, forse nemmeno in conflitto con quella ufficiale, solo un’alternativa possibile.

Probabilmente per deformazione professionale, ma credo che l’incubo estivo appena riportato possa esemplificare come la fotografia, il video, ma soprattutto le immagini generate stiano spostando il limite dell’accettazione e della percezione del vissuto, inteso come susseguirsi verificato di eventi. Ma facciamo un passo indietro. Nella Russia stalinista la manipolazione della fotografia in chiave propagandistica era una prassi abbastanza consolidata. In una famosa immagine del 1922 in cui Lenin arringa alla folla, Lev Trockij compare a lato del palco, in piedi, ad osservare l’onda umana della piazza. Ma la fotografia fu successivamente manipolata, epurando la figura di Trockij, conseguenza del suo dissenso alle politiche staliniste. Simile sorte toccò al ministro degli interni Nikolaj Ivanovič Ežov che, accusato di spionaggio e tradimento, fu cancellato da una fotografia in cui compariva in compagnia di Stalin, liberando il dittatore dall’antica e ingombrante relazione politica. Ma la propaganda è forse di per sé una forma di manipolazione, quindi non stupirà che nel ritratto di Abramo Lincoln del 1852, il corpo del presidente, volto escluso ovviamente, è sostituito con quello di John C. Calhoun, fervido sostenitore della schiavitù. Un contrappasso dantesco che restituisce a Lincoln un corpo più robusto, forse autorevole. Piccoli ma sostanziosi scarti di realtà, filtri che manipolano e limano il corso della storia. Ma la fotografia, per sua natura è un linguaggio manipolatorio che condiziona la rappresentazione del presente, l’onestà del fotoreporter (figura ormai quasi estinta) è una condizione chimerica, sicuramente auspicabile, ma a cui possiamo affidarci solo con beneficio d’inventario. 

Quando negli anni Sessanta fotografe e fotografi come Carla Cerati, Lucio D’Alessandro, Gianni Berengo Gardin entrano nei manicomi per raccontarne le condizioni e accompagnare il cammino della legge Basaglia, squarciano quel velo di Maya che occultava la situazione di detenzione dei malati. Anche in quel caso la funzione della fotografia oltrepassa il dato reale per attestarsi a forma di lotta, ancor prima che di conoscenza, anche se i due piani potrebbero sovrapporsi. Propaganda, manipolazione e forse lotta, sembrano calarsi nella storia del fotografico come espressioni latenti, per manifestarsi nel momento del bisogno, nel bene e nel male. Ma oggi, ed è qua che rientra in gioco il sogno, la condizione sembra sia mutata, a causa di un inedito rapporto tra immagine e sedimentazione del ricordo. Pensiamo all’utilizzo che il presidente degli Stati Uniti d’America fa dell’intelligenza artificiale, postando sul suo social Truth immagini generate in cui appare come Papa, angelo salvatore degli infermi, turista in gita alla nuova e sfavillante striscia di Gaza e via dicendo. Ci sono stati anche epigoni nostrani, il cui esito forse appare ancora più ridicolo e su cui non è nemmeno il caso di soffermarsi. Ecco, in quei casi non viene manipolata la storia, non viene cancellato un oppositore politico, non viene enfatizzato un carattere per trarne beneficio, non viene utilizzata come forma di lotta, ma l’immagine (parlare di fotografia sarebbe erroneo) si mostra come possibile alternativa al presente, non sostituendosi ad esso ma affiancandolo. In questo modo il consumatore, come fossimo in un grande magazzino, può decidere quale esito scegliere della storia, quale direzione intraprendere, come in un gioco o forse in un sogno. 

Il mio incubo ritorna come metafora rivelatrice, sapevo che l’anziano in divisa non poteva essere A. H. ma potevo crederci, ed era un lusso che mi era concesso. La mia consapevolezza storica non intaccava la possibilità di un’alternativa. I due esiti non si annullavano a vicenda, ma convivevano nel sogno. Il fatto che sia Trump ad alzare l’asticella, ossia il presidente di una delle nazioni più influenti al mondo, sposta il gioco in un campo diverso, dall’onirico alle piattaforme social, dal paradosso alla contingenza delle nostre azioni. Trump Innesca una famigliarità globale al consumo di un presente aperto, che non si esaurisce in una sola via di fuga, ma ne propone molteplici, ovvio nel suo caso tutte egocentricamente direzionate. Ma come ogni gioco il raggio d’azione si può estendere e i campi dilatare, contaminando una quotidianità che si fa duttile e ramificata. La manipolazione è un espediente che, in questo modo, perde la sua identità e funzione, non è più necessario alterare l’immagine quando se ne può costruire una nuova in pochi istanti, da un qualunque smartphone. E soprattutto contraffarla significa insistere sull’unidirezionalità della storia, impedendone la detonazione. Forse avrei potuto sognare lo stesso singolare episodio anche dieci anni fa, ma la condizione al risveglio sarebbe stata probabilmente diversa. Anche dieci anni fa avrei potuto credere a realtà parallele che mai si toccano e avanzano all’unisono, ma oggi le posso vivere, le posso generare e in esse mi affogo quotidianamente, di giorno e di notte, insonnia permettendo.

Andrea Tinterri, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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