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Stefano Serretta, Sutra 69-79

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Stefano Serretta, Sutra 69-79

Dalla poesia di Montale all’arte visiva: la ricerca di un senso nel frammento, a Milano

Fino al 23 luglio alla Società Umanitaria sarà visibile la mostra «Keep Looking, Abitare l’incertezza», la bipersonale di Stefano Boccalini e Stefano Serretta

Di seguito riportiamo il racconto che ne fa il curatore Andrea Tinterri nel suo testo critico.

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a latere il fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato»

Sono del 1923 i versi di Montale che assolvono il poeta dal dovere di risposte puntuali e univoche, sospendendo ogni certezza, tranne una, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. La poesia, inserita nella raccolta «Ossi di seppia», sembra inaugurare un periodo storico complesso, in cui dittature e turpiloqui di regime accompagneranno l’Italia e l’Europa per più di vent’anni. E quel testo rimane un segnale di muta resistenza, una presa di posizione implicita e sotterranea, concedendo alla parola quello spazio discreto, forse apparentemente remissivo, ma in grado, nella sua sottrazione, di porre interrogativi, senza mai dettare sentenze. Potrebbe essere un buon punto di partenza per introdurre la mostra «Keep Looking, Abitare l’incertezza» e i relativi interventi di Stefano Boccalini e Stefano Serretta, all’interno degli spazi di Società Umanitaria a Milano. Non per un presento parallelismo storico, fortunatamente i tempi seppur bui e nebulosi non sono paragonabili, ma per il ruolo che la parola può ricoprire nella sfera pubblica, e la capacità del poeta, dello scrittore o dell’artista di esercitare la propria funzione. E non deve apparire anomalo il parallelismo tra arte e scrittura, la storia dell’immagine del Novecento ma non solo, è sempre stata contaminata dalla parola (Joseph Kosuth, Maurizio Nannucci, Nanni Balestrini, solo per fare alcuni esempi) ma nel caso specifico di Boccalini e Serretta la ricaduta si riverbera nello spazio pubblico, come se la ricerca avesse bisogno di aggrapparsi alla storia dei luoghi, alla biografia degli spazi. 

E sicuramente Società Umanitaria è un luogo che racconta di parole, scritte e pronunciate, dalla scuola del libro inaugurata nel 1904 al discorso di Piero Calamandrei sulla costituzione del 1955, uno spazio non neutrale, la cui memoria si insinua in qualsiasi intervento possa ospitare, in qualsiasi parola possa accogliere. Ma perché proprio la poesia di Montale, perché quei versi del ’23? La risposta, o forse una delle possibili, risiede in quell’avverbio di negazione che apre il testo, «Non chiederci …», in quella certezza che sembra franare e lasciare spazio alla possibilità, all’abisso, alla domanda. Un interrogativo che Boccalini cerca di palesare con il progetto «Sappiamo?», domande che diventano sculture metalliche utili a contaminare il paesaggio e il tempo che viviamo. Domande apparentemente semplici intagliate nel ferro zincato, «Sappiamo Guardare? Sappiamo Aspettare? Sappiamo Imparare? Sappiamo Perdere? Sappiamo Pensare? Sappiamo Desiderare? Sappiamo Gioire? Sappiamo Capire?»

Così lo spazio pubblico si riappropria della complessità del pensiero, gli interrogativi che pone l’artista sono disarmanti per la loro ampiezza e presunta ingenuità. Ma è proprio l’origine delle cose che insegue Boccalini, come se le domande fossero materia fondante e necessitassero di una formalizzazione fisica, scultorea. Quello che viene formalizzato è solo un possibile incipit, ma anche in questo caso la certezza della risposta rimane un’ipotesi che l’artista non può pronunciare. Nessun oracolo all’orizzonte, non è di questo che abbiamo bisogno. E forse è uno dei possibili punti di contatto con l’intervento di Stefano Serretta che, con il lavoro «Sutra 1969 - 1979», occupa e tampona le finestre che perimetrano il chiostro dei glicini di Società Umanitaria. «Sutra» è una rivista che reinterpreta l’eredità della stampa alternativa del decennio 1969 - 1979, quell’immaginario underground che l’artista studia e rilegge anche grazie al materiale conservato nell’Archivio Primo Moroni di Milano. Un corpo iconografico, sociale, politico e letterario che ritorna a essere pagina; Serretta riporta fedelmente le parole di alcuni testi dell’epoca, ma les immagini sembrano acquisire una propria autonomia, pur alludendo a quella memoria di lotta, si palesano come gesti indipendenti, nuovi. Ed è questo scarto che rende la storia un soggetto instabile e forse mai sedimentato definitivamente. Uno scenario ancora magmatico, antichi e nuovi paesaggi visivi in cui il reale è una delle categorie possibili, la verità un’ipotesi tra le tante. «Sutra» sembra emergere dall’attivismo di quel decennio, ma è solo un’illusione, anche in questo caso la parola e soprattutto l’immagine non si pongono come presenze definitive, come «la formula che mondi possa aprirti», ma piuttosto come possibilità, come spazio ancora in costruzione.

In entrambi gli interventi di Boccalini e Serretta nulla vuole essere stabile, gli artisti abdicano alla «parola che squadri da ogni lato» per assecondare quell’incertezza di immagine e scrittura, forse unica speranza per un presente incerto, come lo è ogni istante della storia di questo mondo. Se un segnale emerge dall’improbabile traiettoria che unisce tutto questo, è il ruolo dell’intellettuale, dell’artista, di chi si affaccia allo spazio pubblico, uno sguardo instabile, che può solo suggerire e forse mai rivelare, ma è proprio questa incertezza a essere generatrice, a imporsi come metodo per partecipare ed esercitare la parola.

Stefano Boccalini, Sappiamo?

Stefano Serretta, Sutra 69-79

Andrea Tinterri, 20 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Andrea Tinterri

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