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Michael Musa
Leggi i suoi articoliUn archivio comincia con il desiderio. Non il desiderio neutro dell’amministrazione, ma uno più inquieto: il desiderio di fermare il tempo, di mantenere visibile il fuggevole, di addomesticare l’incertezza. Ogni archivio nasce dallo stesso paradosso: le immagini vengono raccolte perché il mondo è in costante sparizione. Cerchi il desiderio, e appaiono i corpi. Cerchi la memoria, e i paesaggi cominciano a emergere. Cerchi la perdita, e all’improvviso storia, guerre, rovine, lutti emergono nell’oscurità del catalogo. Un archivio quindi non si limita a conservare immagini; mette in scena incontri tra il pensiero e il caso. Ciò che ci appare non è mai semplicemente ciò che esiste, è ciò che il linguaggio ci consente di trovare. Un’immagine conduce a un’altra non attraverso la cronologia ma attraverso la risonanza, come una catena di associazioni che si dispiega nella mente. Questo paradosso trova un’espressione particolarmente vivida nell’Archivio Alinari, fondato a Firenze nel 1852 e ampiamente considerato il più antico archivio fotografico del mondo ancora in attività. Come dichiarato sul loro sito web, è composto da più di cinque milioni di fotografie e oltre 250.000 immagini fotografiche digitalizzate. Entrare nell’Archivio Alinari significa addentrarsi in un labirinto di immagini accumulate nel corso di più di un secolo e mezzo. Alinari conserva le tracce del mondo nel modo più meticoloso e al contempo più vasto: ritratti di individui, cronache di eventi pubblici, paesaggi, teatro, moda, industria, guerra, i gesti della vita quotidiana. Navigarlo significa vivere una vertigine simile alla Babele di Borges, dove la classificazione stessa produce una peculiare esaltazione, una combinazione di ordine e disorientamento. Ogni parola chiave, ogni tag di metadato, è un cancello: alcuni aprono percorsi di scoperta, altri si chiudono con silenziosa autorità, reindirizzando la ricerca altrove. La collezione di Alinari è un deposito della memoria, eppure è sempre esistita in dialogo con il commercio.
In una conversazione con Giorgio Van Straten, presidente della Fondazione Alinari ma anche (soprattutto?) intellettuale e scrittore, è emerso chiaramente che la vitalità dell’archivio è inscindibile dalla sua radice imprenditoriale: «La digitalizzazione delle fotografie è iniziata negli anni Novanta per scopo tanto di conservazione quanto commerciale. Ma l’archivio stesso nasce con un’intuizione imprenditoriale che nell’ottocento abbraccia una possibilità tecnologica, ossia quella di riprodurre immagini di luoghi o opere d’arte che i viaggiatori potessero acquistare e riportare con loro a casa: la sua storia è tanto una storia di attività commerciale quanto di preservazione». I fratelli Alinari compresero la necessità di registrare e far circolare le immagini. La digitalizzazione degli anni Novanta non fu un banale aggiornamento tecnico ma una continuazione di quel duplice impulso: preservare la storia rendendola al contempo visibile, rintracciabile, fruibile e circolante in molteplici registri, tanto accademici quanto commerciali.
Una delle prime immagini che emerge dal mio rovistare nell’archivio non appartiene alla fotografia ma alla letteratura: è un’illustrazione del Decameron di Giovanni Boccaccio, realizzata dal pittore ottocentesco Tito Lessi. La scena raffigura un momento della Giornata VIII, Novella VII: il personaggio di Rinieri, in cerca di vendetta contro Elena, la abbandona nuda in cima a una torre durante la notte gelida. È una storia crudele. In questo episodio, il desiderio è la forza che dà avvio all’intera vicenda. Il desiderio d’amore di Elena la spinge a fidarsi della falsa promessa di Rinieri, mentre le azioni di Rinieri sono mosse dall’orgoglio ferito e dal desiderio di punirla per averlo precedentemente umiliato. L’umiliazione di Rinieri è pubblica e teatrale. Ciò che interessa all’archivio qui non è semplicemente la narrazione ma la traduzione visiva di quella narrazione. Il disegno di Lessi trasforma la letteratura in immagine; la fotografia trasforma poi quel disegno in un documento riproducibile. Tra i tesori dell’Archivio Alinari, si incontra la fotografia degli affreschi di Giusto de’ Menabuoi nel Battistero di Padova, in particolare la scena della moglie di Lot trasformata in una colonna di sale per aver disubbidito a Dio, voltandosi a guardare la distruzione di Sodoma. Nell’archivio, trasformazioni simili avvengono non per punizione divina ma attraverso la catalogazione: una fotografia congela un gesto, una parola chiave dirige l’attenzione, e la circolazione rende certe immagini più visibili di altre.
Tito Lessi, Il Decamerone di Giovanni Boccaccio Illustrato, giornata VIII, novella VII, «Monna Elena nuda sulla torre per vendetta di Rinieri», 1873, Firenze, Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia. Fotografo: Alinari, Fratelli, Courtesy Archivi Alinari, Firenze
Esiste un’economia morale del guardare e del conservare: ciò che viene scelto per essere digitalizzato, ciò che viene taggato e come, ciò che viene messo in evidenza, plasma sottilmente la memoria collettiva e struttura i percorsi del desiderio. La storia di Narciso, ripetuta in un affresco parietale a Pompei, è forse l’allegoria più precisa per il lavoro riflessivo dell’archivio. Narciso contempla la propria immagine; l’archivio presenta immagini che mediano sia l’assenza che il riflesso. Ogni fotografia afferma, nei termini di Barthes, “ça a été”, “questo è-stato”, eppure la riproduzione digitale consente allo spettatore di diventare un partecipante attivo nella manifestazione del desiderio. Analogamente, la documentazione fotografica di Lucia Vasilicò mentre esegue “Narciso Narcosi” — tutù vorticante, un seno scoperto — dimostra come la performance effimera, una volta catturata, torni a circolare. La digitalizzazione di tali immagini trasforma il gesto effimero in narrazione duratura, evidenza scientifica e, talvolta, merce in circolazione. Il desiderio si manifesta non solo nella performance originale ma nel coinvolgimento dello spettatore con le sue tracce mediate, attraverso il tempo e lo spazio. Curiosamente, nessun’altra documentazione dell’evento sembra esistere al di là della singola fotografia conservata nell’archivio. Nessuna menzione di tale performance è rintracciabile nell’infinito repertorio di immagini dei maggiori motori di ricerca. Esiste un riferimento incompleto ai Ballets Russes di Djagilev, ma nessuna prova sostanziale di una correlazione. Come Michel Foucault ha suggerito in modo celebre, l’archivio non è semplicemente una raccolta di documenti ma il sistema che governa ciò che può apparire, ciò che può essere detto e ciò che resta indicibile. Ogni sistema di classificazione plasma il campo del sapere possibile.
Nella pratica, questo significa che consultare un archivio diventa rapidamente una forma di vagabondaggio. Tutti questi incontri — la vendetta di Elena, il desiderio crepuscolare, la punizione biblica, il mitologico amore di sé, la rappresentazione teatrale — emergono dallo stesso meccanismo: la ricerca. Ma la ricerca in un archivio raramente procede secondo una logica pura. Più spesso si dispiega attraverso la digressione. Una parola conduce a un’altra. Il desiderio conduce a Narciso. Narciso conduce a Pompei. Pompei conduce all’archeologia, alle rovine, alla conservazione, alla catastrofe. Ogni passo riconfigura il senso del precedente. È per questo che gli archivi spesso producono conoscenza attraverso ciò che appare come caso. Ma il caso non è proprio la parola giusta. La serendipità è una forma di intelligenza. Cercare un tema può portare a incontri inaspettati; una parola chiave in una lingua può rivelare immagini non correlate ma risonanti in un’altra. Il Mnemosyne Atlas di Warburg aveva immaginato tali migrazioni di simboli e gesti nel tempo, e Alinari, in particolare nella sua forma digitale, funziona in modo simile. L’archivio struttura il caso, plasmando il modo in cui la serendipità diventa un’intelligenza, una forma di conoscenza nata dal vagabondaggio, dall’attenzione e dal pensiero associativo. I percorsi attraverso l’archivio sono raramente lineari, eppure ogni deviazione arricchisce la comprensione e amplifica il desiderio. Il commercio, come ha ricordato Van Straten, è stato silenziosamente presente per tutto il tempo: la circolazione dell’archivio, la sua digitalizzazione, la sua accessibilità sono intrecciate con gli imperativi storici della circolazione, della concessione di licenze e della visibilità. Eppure questo quadro commerciale non diminuisce la capacità dell’archivio di suscitare meraviglia. Al contrario, la necessità di rendere visibili le immagini le ha preservate, le ha rese ricercabili e ha consentito al desiderio di dispiegarsi attraverso secoli, generi e media. Il crepuscolo ritorna. Era già l’ora che volge il desio. La vendetta di Elena, lo sguardo di Lot, il riflesso di Narciso, la danzatrice contemporanea: convergono nell’archivio e oltre.
Desiderio, memoria, curiosità e commercio si intrecciano, rivelando l’archivio come una rete vivente, non come deposito statico. Parole e immagini si intersecano, sostenendo la possibilità della scoperta e del desiderio. La collezione di Alinari non preserva soltanto la storia; preserva le condizioni del desiderio, la tensione tra ciò che è presente e ciò che è assente, i percorsi infiniti che si aprono e si chiudono a ogni parola chiave, a ogni sguardo, a ogni atto di attenzione. Archiviare è, in ultima analisi, un altro modo di desiderare.
Michael Musa
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