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Alberto Camogli
Leggi i suoi articoliLa storia del mercato dell'arte - e della storiografia visiva che gli si intreccia - è costellata di opere che incarnano la sintesi di un'intera traiettoria artistica, ponendosi come punto d'arrivo e insieme come soglia verso una nuova modalità espressiva dell'autore. O di un'intera epoca creativa. Se per il primo Novecento questo ruolo è stato ricoperto, tra gli altri, dai grandi capolavori di passaggio tra figurazione e astrazione, nell'Ottocento europeo non c'è figura che abbia rivoluzionato la percezione dello spazio e della luce quanto Joseph Mallord William Turner. L'annuncio della vendita di Rome, from Mount Aventine (1836) da parte di Sotheby’s - preceduta da una storica esposizione dal 29 settembre al 1° ottobre, a Roma a Palazzo Rondinini, prima dell'asta londinese del 9 dicembre, con una stima nell'ordine dei 50 milioni di sterline - si inserisce quindi nel mai esaurito dibattito critico attorno al pittore inglese.
Ma è soprattutto per il mercato che il passaggio può essere definito storico: si tratta infatti di uno dei dipinti più importanti di Turner ancora in mani private. È inoltre l’opera più importante dell’artista mai apparsa all’asta e, al momento della vendita, potrebbe stabilire un nuovo record assoluto per l’artista. Record che, non a caso, appartiene proprio a Rome, from Mount Aventine, passato all'incanto nel 2014 per 30,3 milioni di sterline.
Il dipinto in questione, che definire monumentale appare riduttivo, è stato realizzato nel pieno della maturità espressiva di Turner. Basata su cinque studi topografici d'estrema precisione eseguiti durante il secondo, decisivo soggiorno romano del 1828-1829, l'opera supera la pura resa vedutistica grazie a quello che la critica ha definito un connubio tra «la precisione di un topografo e la sensibilità di un poeta». Concepito in Italia e portato a compimento a Londra su commissione del grande mecenate e amico Hugh Andrew Johnstone Munro of Novar, il dipinto orchestra una visione imponente. Dal colle Aventino lo sguardo spazia sul Tevere, sorvolando sul vecchio Ponte Emilio e comprendendo la Basilica di San Pietro, il Foro Romano, il Palatino e il Colosseo, fino a illustrare scene di vita quotidiana presso Ripa Grande e l'Ospizio di San Michele. Il tutto immerso in una luce aurorale e dorata che dissolve i volumi nell'atmosfera, trasformando li scenario urbano in un poema visivo.
Al di là della felice intuizione compositiva, la tela si pone come il perno attorno al quale Turner ridefinisce il concetto stesso di pittura, guadagnandosi sul campo l'appellativo di primo pittore «moderno». Negli ultimi quindici anni della sua attività, l'artista rivoluziona il trattamento della superficie trasferendo sulla pittura a olio le tecniche e la trasparenza proprie dell'acquerello. Attraverso la sovrapposizione di velature e pigmenti traslucidi, la materia pittorica perde il suo vincolo mimetico per farsi pura vibrazione luminosa ed emotiva: un'audace sperimentazione cromatica e formale che avrebbe ispirato direttamente le ricerche degli Impressionisti e anticipato, con un secolo d'anticipo, le intuizioni dell'Espressionismo Astratto.
All'altezza stilistica fa da riscontro una densità simbolica e politica non secondaria. Presentato alla Royal Academy nel 1836 tra l'entusiasmo dei sostenitori e il dibattito della critica, il dipinto racchiude l'interesse mai sopito di Turner per i temi della libertà e della rigenerazione culturale. Scegliere l'Aventino - luogo storicamente legato alla difesa della libertà - equivale a guardare una Roma che, superati i traumi delle guerre napoleoniche, torna a proporsi al mondo come culla del pensiero e vivace crocevia di artisti, intellettuali e viaggiatori da ogni angolo d'Europa.
A completare l'eccezionalità di questo passaggio sul mercato è una provenienza illustre unita a uno stato di conservazione pressoché unico. Ceduto nel 1878 al V conte di Rosebery, Archibald Primrose, come regalo di nozze per il matrimonio con Hannah de Rothschild, il capolavoro è rimasto nelle mani degli eredi per oltre 130 anni. Il quadro è giunto sino a noi senza mai essere stato rintelato o sottoposto a restauri. Sulla tela e nella cornice originali sono ancora nitidamente visibili i passaggi di spatola, i peli del pennello e persino le impronte digitali di Turner impresse sul colore ancora fresco. In poche parole, un lavoro che ancora oggi ha i crismi di una matrice, quella da ha preso forma il linguaggio visivo della modernità.
J.M.W. Turner, Rome, from Mount Aventine (1836)
Alberto Camogli
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