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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoli2.200 chilometri dal Minnesota a New Orleans, otto Stati e l’intero corso del Mississippi fino al suo Delta, la Culla del blues. È il percorso della leggendaria Highway 61, anche nota come Blues Highway, dove Jessica Lange è tornata più volte tra il 2011 e il 2018, con la sua Leica M6. Fotografa in bianco e nero, senza flash né luci aggiunte: stazioni di servizio, insegne, edifici abbandonati, fattorie, fabbriche, motel, diner, ma anche fiere, bambini, lavoratori e incontri lungo la strada. Non è il censimento di un’America marginale, ma il racconto di una geografia che resiste mentre scompare, restituita con uno sguardo che sottrae luoghi e date alla precisione documentaria. È uno dei nuclei centrali di «Still Image. Fotografie di Jessica Lange», la grande monografica alle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino fino al 7 febbraio 2027: oltre duecento immagini che attraversano quasi trent’anni di una ricerca fotografica rimasta a lungo meno conosciuta della carriera cinematografica dell’autrice. Per Lange, nata nel 1949 a Cloquet, nel Minnesota, la fotografia viene da lontano. La studia all’Università, la pratica negli anni Settanta e vi ritorna stabilmente all’inizio degli anni Novanta. A Parigi frequenta Robert Frank e Danny Lyon; più tardi indicherà tra i propri riferimenti Josef Koudelka, Walker Evans e Henri Cartier-Bresson. Una genealogia che si riconosce nella predilezione per il bianco e nero, nella fotografia di strada e soprattutto nel rapporto diretto con ciò che accade davanti all’obiettivo. Le immagini hanno spesso una grana evidente e contrasti decisi, ma Lange non cerca la nitidezza come valore assoluto: ombre profonde, figure mosse o parzialmente fuori fuoco e inquadrature che sembrano colte un istante prima o dopo il loro equilibrio introducono una componente più emotiva che descrittiva.
La composizione resta rigorosa, affidata alla luce disponibile e all’inquadratura dello scatto. Gran parte del suo lavoro nasce dal movimento e dall’incontro fortuito. Lo mostra il confronto con il Messico, dove fotografa a San Miguel de Allende, durante la Festa dei Morti, seguendo la luce, le processioni, i corpi e ciò che incontra per strada. Ancora diverso è Dérive, realizzato a New York tra il 2020 e il 2021, durante la pandemia. Il titolo riprende la dérive situazionista di Guy Debord: Lange percorre a piedi una città insolitamente vuota senza stabilire in anticipo né itinerario né soggetto. È un modo di fotografare che richiede tempo e soprattutto attenzione a ciò che normalmente resta laterale. In Gesti la medesima tipologia di sguardo si sposta sul corpo: mani, posture ed espressioni capaci di suggerire una storia senza raccontarla per intero. Nei paesaggi del Sud degli Stati Uniti, Lange fotografa scenari abbandonati e li traduce in fotocalcografie, misurandosi con una tradizione del paesaggio americano che passa per Alfred Stieglitz e Ansel Adams. L’assenza diventa soggetto. Presenze del passato torna su spazi segnati da catastrofi umane e naturali. L’obiettivo cerca nel paesaggio le tracce di eventi che non sono più visibili, ma che continuano a impregnarne i luoghi. Cinema e fotografia arrivano infine a incrociarsi direttamente, ma la fotografia resta per lei un esercizio autonomo dello sguardo. In Freak Show, nato durante le riprese di American Horror Story, Lange rivolge l’obiettivo al mondo del circo e alle sue figure eccentriche e marginali. Se il cinema la pone per decenni al centro dell’immagine, la macchina fotografica le consente la posizione opposta: osservare senza essere osservata, aspettare, scegliere cosa lasciare entrare nell’inquadratura.