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Un gruppo di donne attraversa una strada a Teheran sotto uno striscione che mostra delle mani che stringono bandiere iraniane in segno di patriottismo. 14 gennaio 2026

Vahid Salemi/AP

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Un gruppo di donne attraversa una strada a Teheran sotto uno striscione che mostra delle mani che stringono bandiere iraniane in segno di patriottismo. 14 gennaio 2026

Vahid Salemi/AP

Iran, bilancio drammatico: cosa sta accadendo ad artisti e gallerie

Censure, indagini ed esecuzioni minacciano la comunità artistica e l'intero Paese. Le gallerie si interrogano sul loro ruolo in questo momento di crisi

Camilla Sordi

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L’Iran sta attraversando una delle fasi più drammatiche e opache della sua storia recente. Le proteste scoppiate a fine dicembre, inizialmente alimentate dal crollo della valuta e dall’aumento vertiginoso dell’inflazione, si sono rapidamente trasformate in una mobilitazione nazionale contro il regime teocratico guidato da Ali Khamenei. Oggi, a oltre un mese dall’inizio delle manifestazioni, il Paese appare paralizzato da violenza, incertezza e isolamento. Le dimostrazioni si sono estese a tutte le 31 province iraniane, coinvolgendo ampi strati della società. Commercianti, lavoratori, studenti, artisti e operatori culturali. In risposta, le autorità hanno lanciato una repressione capillare, accompagnata da un blackout quasi totale delle comunicazioni, imposto l’8 gennaio. Internet e molte linee telefoniche sono state interrotte, rendendo estremamente difficile verificare quanto sta accadendo sul territorio.

Secondo stime diffuse dalla Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti, le forze governative avrebbero ucciso oltre 2.400 manifestanti e arrestato più di 18.000 persone dall’inizio delle proteste. Anche se alcune stime sono ancora più drammatiche. Testimonianze oculari parlano di spari indiscriminati contro la folla, mentre Reuters ha citato fonti anonime che confermano un bilancio di vittime estremamente elevato, sebbene manchino dati ufficiali. La repressione non ha risparmiato il mondo dell’arte e della cultura. Tra le vittime figurano anche artisti e registi. Lo scultore Mehdi Salahshour, 50 anni, è stato ucciso l’8 gennaio a Mashhad da colpi d’arma da fuoco, secondo quanto riportato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw. Docente, fondatore di un laboratorio specializzato in scultura su pietra e vincitore di riconoscimenti internazionali, Salahshour era una figura di rilievo nel panorama artistico iraniano.

Il giorno successivo, a Teheran, è stato ucciso anche Javad Ganji, 39 anni, regista e filmmaker televisivo. Secondo le stesse fonti, Ganji è stato colpito nel quartiere di Sadeghiyeh. La sua morte è stata confermata anche dall’Associazione dei cineasti indipendenti iraniani. Le notizie sull’uccisione di artisti hanno rafforzato la percezione che nessuno, in Iran, sia al sicuro dalla violenza statale. L’organizzazione Artists at Risk Connection (ARC) ha condannato duramente queste uccisioni. La sua direttrice esecutiva, Julie Trébault, ha sottolineato come la censura e la soppressione delle informazioni rendano impossibile valutare l’estensione reale della repressione, invitatndo le autorità iraniane a porre fine alla violenza e la comunità internazionale a intervenire con urgenza contro le violazioni dei diritti umani.

Nel frattempo, il sistema giudiziario iraniano ha annunciato l’intenzione di accelerare processi ed esecuzioni nei confronti dei manifestanti, anche con accuse gravissime come quella di «guerra contro Dio». Queste dichiarazioni hanno alimentato ulteriormente il clima di terrore e hanno suscitato reazioni all’estero. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato «azioni molto dure» qualora l’Iran procedesse con l’impiccagione dei dimostranti, ipotizzando anche un possibile intervento militare. Tali prese di posizione, tuttavia, hanno contribuito ad accrescere le tensioni, senza dissipare i timori di un’escalation. Sul fronte interno, le conseguenze della crisi sono devastanti anche dal punto di vista economico e culturale. Molte gallerie d’arte in Iran hanno ridotto gli orari di apertura o chiuso del tutto, annullando mostre e attività. Alcune lo hanno fatto per ragioni di sicurezza, altre per aderire a una forma di protesta collettiva che coinvolge bazar, ristoranti e imprese. In un contesto di inflazione galoppante, persino l’acquisto di beni essenziali è diventato problematico, e pianificare qualsiasi iniziativa, culturale o meno, appare impossibile.

Il dibattito sul ruolo dell’arte in tempi di crisi ha acceso polemiche anche sui social media, quando ancora accessibili. Piattaforme che continuavano a segnalare mostre sono state accusate di insensibilità, mentre artisti e studiosi che rivendicavano la funzione sociale degli spazi culturali sono stati attaccati. La frattura attraversa anche la comunità artistica, divisa tra chi ritiene necessario sospendere ogni attività e chi vede nell’arte una forma di resistenza. All’estero, la diaspora iraniana segue con angoscia il precipitare degli eventi. Artisti bloccati fuori dal Paese raccontano di passare intere giornate alla ricerca di notizie sui familiari, incapaci di programmare il futuro. Questa sensazione di precarietà è condivisa anche da galleristi e curatori. A Londra, la Ab-Anbar Gallery ospita la mostra «Hyle-Dark Light» di Amin Bagheri, la sua prima personale nel Regno Unito. Le opere, grandi disegni a grafite che esplorano il conflitto tra opposti e la natura ambigua dell’esistenza, appaiono oggi cariche di un significato ancora più urgente.

Durante i primi giorni del blackout, la galleria londinese ha aperto le porte come spazio di ascolto e confronto, offrendo a chi era colpito dagli eventi un luogo sicuro per parlare. Il suo direttore, Salman Matinfar, ha definito questa scelta una forma di cura collettiva e ha sottolineato l’importanza di lasciare libertà di scelta alle gallerie iraniane: restare aperte o chiuse dovrebbe essere una decisione autonoma, non imposta dal giudizio pubblico. Intanto, anche il mondo del cinema prende posizione. Il regista dissidente Jafar Panahi ha diffuso una lettera firmata da 184 cineasti iraniani, in cui si condannano la repressione e le uccisioni dei manifestanti. «Racconteremo questi giorni e queste ferite», si legge nel testo, «difenderemo la libertà di espressione e resteremo al fianco del popolo iraniano».

Camilla Sordi, 16 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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