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Veduta dell'installazione Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola

Foto Andrea Mignogna

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Veduta dell'installazione Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola

Foto Andrea Mignogna

Intervista a Hannah Levy: «Nessun oggetto nasce dal vuoto»

Tra corpo, design e artificio, la scultrice americana Hannah Levy trasforma acciaio, silicone e vetro in sculture ambigue e sensuali. L’abbiamo incontrata al Museo Nivola di Orani, dove presenta «Blue Blooded-Sangue blu», la sua prima mostra personale in Italia

Giorgia Aprosio

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Tra le artiste che negli ultimi anni hanno rinnovato con più originalità il linguaggio della scultura, Hannah Levy occupa un posto di primo piano. Le sue sculture, realizzate con acciaio, silicone e vetro, tengono insieme eleganza formale e qualità organiche, sensualità e pericolo, dando forma a presenze insieme seducenti e disturbanti.

Nata a New York nel 1991, Levy ha presentato il suo lavoro in numerosi contesti internazionali, tra cui il Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, The Arts Club of Chicago e la High Line di New York. Nel 2022 ha partecipato alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Il latte dei sogni. In Italia collabora con MASSIMODECARLO. Le sue opere sono entrate in collezioni come il Moderna Museet di Stoccolma, il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk, la National Gallery of Victoria di Melbourne e il Nevada Museum of Art.

Con Blue Blooded – Sangue blu, in mostra dal 28 marzo al 12 luglio 2026, presenta al Museo Nivola di Orani, in Sardegna, la sua prima mostra personale in Italia, a cura di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri. L’abbiamo incontrata in anteprima per parlare della sua pratica e del progetto nato per questa occasione.

Ricorda quando ha iniziato a fare arte e come è successo?
Non davvero. Sono cresciuta in una famiglia che mi ha sempre incoraggiata sul piano artistico. L’arte è sempre stata la mia materia preferita a scuola, ma non l’ho mai considerata una carriera possibile fino a quando non ero già a metà del percorso universitario. Studiavo arte in una grande università e inizialmente pensavo di affiancare anche un indirizzo più pratico. Poi, a un certo punto, ho deciso di concentrarmi esclusivamente sull’arte.

Oggi il suo lavoro trasforma oggetti e forme familiari in qualcosa di “alieno”, nel senso di qualcosa di altro rispetto al riferimento immediato che ci verrebbe in mente guardandolo. Potremmo dire che, attraverso distorsioni e slittamenti formali, crea un senso di spaesamento nella lettura delle forme. Come è emersa questa direzione nella sua pratica?

Per me il rapporto con la scultura ha molto a che fare con il mio rapporto con gli oggetti in generale. Penso ai momenti di interfaccia corporea che appartengono alla nostra quotidianità, ai mobili, agli strumenti, ai dispositivi con cui entriamo più spesso in contatto. Mi avvicino al fare attraverso una consapevolezza del corpo, o forse un’ansia del corpo, che nasce dall’esperienza di avere un corpo che sfrega costantemente contro le cose e interagisce con esse.

Trasformare queste superfici familiari significa per me reimmaginare quei momenti viscerali di interazione che si ripetono ogni giorno. Spero di creare opere che siano visivamente familiari e tuttavia non immediatamente collocabili in un orizzonte di senso. Utilizzo una combinazione di riferimenti noti ma inafferrabili per lavorare sul perturbante.

Ci racconta di più del processo, dall’idea iniziale all’opera finita?
Il processo cambia di continuo. Ho una raccolta di immagini sul desktop, screenshot sul telefono; accumulo costantemente riferimenti da ogni dove. Quando inizio un nuovo lavoro, di solito parto da una selezione di immagini. Può essere la zampa di un insetto, un dettaglio di una recinzione Art Nouveau oppure un’attrezzatura medica, e cerco di arrivare a una forma che, per me, richiami tutti e tre questi elementi. Da lì, in genere, comincio semplicemente a piegare il metallo.

A volte faccio uno schizzo molto approssimativo, ma raramente progetto tutto in anticipo in modo dettagliato; gran parte della forma nasce direttamente nel metallo. Altre volte parto da un oggetto che voglio fondere, oppure da una forma in silicone o in vetro che desidero realizzare, e allora l’ordine del processo si inverte. Certo, per opere più grandi, come la scultura tent al Nivola, è necessario un disegno più pianificato o un rendering digitale.

In realtà, però, non ho un unico metodo di lavoro coerente. Il processo varia molto da un’opera all’altra e da una mostra all’altra.

Veduta dell'installazione Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola. Foto Andrea Mignogna

Come sceglie i materiali?
Mi concentro molto sul tipo di materiali che utilizzo. Il mio vocabolario materico è piuttosto ristretto, anche se cambia di tanto in tanto. In genere resta molto specifico rispetto a ciò che voglio ottenere. Mi interessa il dialogo tra due materiali o due texture, qualcosa che appaia insieme morbido e duro, ruvido e liscio, oppure organico e industriale.

Quali processi o trattamenti specifici comporta questa scelta?
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, la maggior parte del mio lavoro sul metallo non è realizzata per fusione. La mostra al Nivola è la prima in cui presento una scultura con elementi in metallo fuso. In un certo senso, credo che mi piaccia usare i materiali in modo un po’ “sbagliato”, o comunque leggermente non convenzionale.

Per lo più modello l’acciaio inox a mano, attraverso un processo in cui sottraggo materiale levigandolo e poi ne aggiungo altro tramite saldatura, cercando di ottenere forme organiche attraverso questo continuo togliere e mettere. Anche il silicone, spesso, lo uso come se fosse un tessuto. Realizzo grandi fogli piatti e texturizzati in stampi piani, che poi assemblo seguendo una sorta di cartamodello costruito sulla singola scultura.

Per il vetro, invece, recentemente ho iniziato a creare strutture metalliche che porto poi da un vetraio. Lui soffia il vetro mentre io tengo il telaio in metallo, così che il lavoro metallico stesso funzioni come uno stampo per il materiale fuso.

Acciaio, silicone, vetro: materiali industriali che nel suo lavoro finiscono per evocare pelle, membrane ed elementi anatomici, insieme a qualità più tecniche, persino chirurgiche. Cosa la attrae di questa tensione?
Molto del mio lavoro gioca sulle tensioni tra i materiali, o si costruisce proprio a partire da esse; in fondo è uno strumento scultoreo piuttosto elementare. Il silicone o il vetro vengono tirati, stirati o compressi contro la loro controparte metallica per creare momenti viscerali di interazione, come se fossero bloccati nel tempo. Uso il confronto tra due materiali opposti, ciascuno con un proprio vocabolario visivo, per generare momenti che spero possano essere percepiti fisicamente proprio attraverso queste interazioni.

Il suo lavoro è stato spesso avvicinato al Surrealismo e ad artiste come Bourgeois e Oppenheim. Come si relaziona a questi riferimenti?
Li accolgo volentieri. Sono artiste per me profondamente importanti.

Veduta dell'installazione Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola. Foto Andrea Mignogna

Veduta dell'installazione Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola. Foto Andrea Mignogna

Ci sono altri artisti con cui sente una particolare vicinanza, e che forse vengono citati meno spesso?
Onestamente mi sento vicina a molti artisti e designer diversi. Nessun oggetto nasce dal vuoto, e io accolgo nel mio lavoro una gamma molto ampia di riferimenti. Mi auguro, a mia volta, che le mie opere possano evocare e sviluppare il contesto culturale condiviso in cui tutti ci muoviamo.

Abbiamo visto il suo lavoro in Italia alla Biennale di Venezia del 2022, Il latte dei sogni, in particolare in una serie di sculture che sembravano collocarsi tra oggetto funzionale e forma contemplativa, quasi sfumando il confine tra design e arte. Sente che il suo lavoro si sia evoluto da allora? Quali nuove direzioni crede stiano emergendo?
Non credo di attraversare grandi svolte o vere e proprie fasi. Penso però che il mio lavoro sia sempre in movimento, sempre proiettato in avanti, e che anche guardando alle opere che realizzavo all’università si possa cogliere una trasformazione lineare piuttosto chiara nel tempo. Mi sento ancora molto vicina al lavoro che ho presentato alla Biennale. Forse il cambiamento più significativo è che da allora ho iniziato a usare più vetro, ma in realtà l’esplorazione di questo materiale era cominciata già prima. La considero più una prosecuzione delle mie ricerche materiche precedenti che una vera cesura.

Questa mostra prende avvio da un riferimento molto preciso, il limulo, un organismo spesso descritto come “fossile vivente” e profondamente inserito nei sistemi biomedici contemporanei. Cosa l’ha attratta di questa creatura?
Sono attratta da queste creature da molto tempo. Sono originarie del Nord America e molte delle spiagge della mia infanzia erano disseminate di gusci di questi esseri dall’aspetto quasi preistorico. All’inizio mi colpivano soprattutto dal punto di vista estetico, ma ho cominciato a raccoglierli qualche anno fa, quando ho scoperto il loro contributo inestimabile in ambito medico.

Mentre preparavo questa mostra, ho saputo che Costantino Nivola aveva vissuto una svolta artistica importante proprio sulla stessa spiaggia dove io avevo raccolto molti di questi limuli, e ho capito che questa esposizione era l’occasione giusta per esplorare finalmente queste creature straordinarie.

Anche in questo caso il risultato è un gruppo di sculture che appaiono estremamente risolte, con una finitura talmente precisa e raffinata da sembrare quasi non umana. Viene da chiedersi se ci sia qualcosa, nel suo lavoro oggi, che sente ancora irrisolto.

Non c’è nulla di specifico che saprei indicare, ma non credo che percepirò mai il mio lavoro come del tutto risolto. E non sono nemmeno sicura che lo vorrei.

Giorgia Aprosio, 01 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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