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Mauro Pavesi e Edoardo Testori
Leggi i suoi articoli«Varallo, ultimi giorni dell’ottobre 1584.
Il vescovo, Carlo Borromeo, scende dal Monte, nel viola della sera: mentre sulle cime e sui limiti dei boschi si disegna il silenzio. Un ragazzo, spaurito e accarezzato dal vento delle prime nevi, fissa quella figura consumata dalle veglie: il Vescovo, “niente più che una crisalide ravvolta nello splendore della porpora».
Questo è l’incipit del saggio «Tanzio e l’Angelo», scritto per il catalogo della mostra del 2000 «Tanzio da Varallo. Realismo, fervore e contemplazione in un pittore del Seicento (a cura di Marco Bona Castellotti, Milano, Palazzo Reale, Federico Motta Editore). Il brano è dedicato a Giovanni Testori, mancato sette anni prima.
Filippo si immaginava Tanzio da ragazzo: timido ma sicuro di sé, segnato per tutta la vita dal viso indimenticabile di san Carlo, sceso, in un freddo autunno, dal Sacro Monte di Varallo. C’era qualcosa di autobiografico in quelle parole: anche lui, giovane studente di Lettere a Pavia, era rimasto folgorato da alcune conferenze al Collegio Borromeo, che lo avevano spinto a iscriversi a Medicina; anche lui, come Tanzio, si sarebbe spostato a Roma, e poi in Abruzzo. A Roma e in Abruzzo avrebbe intrapreso il suo cammino nella psichiatria; occupandosi, con un bonario sdoppiamento della personalità, anche del suo antico amore, la storia dell’arte, attraverso gli incontri con Longhi e l’amicizia con Mina Gregori, Carlo Volpe, Giovanni Romano.
A trentadue anni aveva scritto il memorabile saggio sulla Peste per l’opera in tre tomi, di insuperato spessore critico, Il Seicento lombardo dedicata alle vicende storico artistiche del secolo di Federico Borromeo (Electa, Milano 1973). Quello di Ferro è un testo di grande fascino, con un intreccio di fonti letterarie, storiche, figurative, in cui si individuano tracce del ricordo inconscio dell’epidemia sotto forma di un’indistinta sensibilità morbosa e decadente, per secoli, fino alla Scapigliatura, a Gadda. Sembra il sogno visionario di un esegeta geniale, un po’ sognatore: e invece sono pagine ponderate, scritte da un medico che appena due anni più tardi sarebbe divenuto Primario di Psichiatria.
Anche in storia dell’arte Ferro aveva un curriculum da professore ordinario, con oltre 250 articoli, contributi in convegni, monografie, cataloghi di mostre. Nel catalogo ragionato dei pittori Nuvolone (il padre Panfilo, i figli Carlo Francesco e Giuseppe), aveva agito come un perfetto filologo: schedando materiali, pubblicando inediti, sistemando cronologie, distinguendo le mani: leggendo, nel ductus pittorico, l’affiorare delle diverse personalità, e mettendo in pratica, si direbbe, il suo segreto: la profonda conoscenza «professionale» dell’animo umano.
Questi i suoi artisti prediletti: Gaudenzio, Tanzio, Cairo, Cerano, Vermiglio, Fede Galizia, Daniele Crespi; insieme ad altri minori o dimenticati come Pianca, Abbiati, Gianoli.
Si ringraziano Marina Dell’Omo e Alberto Marchesin