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Nel paesaggio arido del Chihuahua settentrionale, a poca distanza dal confine con gli Stati Uniti, emergono le rovine di Paquimé, note anche come Casas Grandes

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Nel paesaggio arido del Chihuahua settentrionale, a poca distanza dal confine con gli Stati Uniti, emergono le rovine di Paquimé, note anche come Casas Grandes

In Messico le rovine precolombiane di Paquimé, un crocevia commerciale, culturale e tecnologico

Genius Loci • Inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 1998, il sito si colloca in una zona di transizione culturale tra Mesoamerica e il Sud-Ovest degli attuali Stati Uniti, e proprio in questa posizione liminale risiede gran parte del suo interesse

Nel paesaggio arido del Chihuahua settentrionale, a poca distanza dal confine con gli Stati Uniti, emergono le rovine di Paquimé, note anche come Casas Grandes: un sito che, per complessità e dimensioni, rappresenta una delle più sorprendenti testimonianze delle culture precolombiane del Nord America. Inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 1998, il sito si colloca in una zona di transizione culturale tra Mesoamerica e il Sud-Ovest degli attuali Stati Uniti, e proprio in questa posizione liminale risiede gran parte del suo interesse.

Paquimé si sviluppò a partire dal XII secolo d.C., in un’ampia valle fertile attraversata dal fiume Casas Grandes. In pochi decenni, un insieme di villaggi si trasformò in un centro urbano articolato, con edifici in adobe (mattoni di terra cruda, Ndr) a più piani, cortili, piattaforme cerimoniali e spazi pubblici organizzati secondo un disegno complesso. Le strutture, che arrivano a contare centinaia di ambienti contigui, testimoniano una società altamente organizzata, capace di pianificare e gestire sistemi costruttivi e infrastrutturali avanzati. Uno degli aspetti più notevoli del sito è il sistema idraulico: canali, cisterne e drenaggi sotterranei assicuravano l’approvvigionamento idrico in un ambiente semiarido, permettendo lo sviluppo agricolo e il sostentamento di una popolazione stimata in alcune migliaia di abitanti. Ma Paquimé non era solo un centro agricolo: era anche un nodo commerciale e culturale. Le evidenze archeologiche indicano una fitta rete di scambi con regioni lontane, che collegavano il sito sia alle culture mesoamericane sia alle comunità del Sud-Ovest nordamericano. La presenza di oggetti esotici (come conchiglie marine, campanelli in rame e ceramiche decorate) suggerisce l’esistenza di circuiti commerciali estesi e ben organizzati. In questo senso, Paquimé appare come un punto di incontro tra mondi diversi, un crocevia dove si intrecciano influenze culturali e tecnologiche. La dimensione rituale e simbolica del sito è altrettanto significativa. Le piattaforme cerimoniali e i campi da gioco della palla, di evidente derivazione mesoamericana, indicano l’adozione di pratiche religiose e sociali condivise su vasta scala. Tuttavia, queste influenze non cancellano l’originalità della cultura locale, che rielabora modelli esterni in forme proprie, adattandole al contesto ambientale e sociale del Nord. Il declino di Paquimé, intorno alla metà del XV secolo, resta in parte avvolto nel mistero. Le tracce di incendi e distruzioni suggeriscono eventi traumatici, forse legati a conflitti interni o pressioni esterne. Come in altri casi della storia precolombiana, il collasso appare come il risultato di una combinazione di fattori (ambientali, economici e politici) che interrompono bruscamente un’esperienza urbana di grande sofisticatezza.

Oggi il sito si presenta come un vasto complesso di rovine in terra cruda, fragile e vulnerabile. La conservazione di Paquimé pone sfide rilevanti: l’erosione naturale, le variazioni climatiche e la pressione turistica richiedono interventi continui e una gestione attenta. In questo senso, il sito rappresenta un caso emblematico delle difficoltà legate alla tutela del patrimonio archeologico in contesti ambientali delicati. Se guardiamo Paquimé in una prospettiva più ampia, il sito rivela connessioni significative con il mondo del Sud-Ovest nordamericano, in particolare con la cultura di Chaco Canyon. Pur nella distanza geografica e nelle differenze formali, emerge una comune capacità di organizzare lo spazio su scala territoriale, basata sul controllo delle risorse e su reti di relazione che attraversano ambienti difficili. Se Chaco appare come un centro a forte connotazione simbolica e cerimoniale, Paquimé sembra invece svolgere una funzione più direttamente connessa agli scambi e alla mediazione tra aree culturali diverse. Questa dimensione territoriale si coglie con maggiore chiarezza osservando i siti che gravitano attorno a Paquimé.

Tra questi, le Cuarenta Casas, nella Sierra Madre Occidentale, costituiscono un esempio particolarmente eloquente. Si tratta di abitazioni costruite all’interno di cavità naturali, in posizione elevata e difficilmente accessibile, sviluppate tra il XIII e il XIV secolo durante la fase di massima espansione regionale. Più che semplici insediamenti periferici, questi complessi sembrano aver svolto funzioni di presidio e controllo lungo le direttrici che collegavano il centro principale con i territori più settentrionali, fino alle aree degli attuali New Mexico e Colorado. La loro tipologia richiama altri insediamenti rupestri del Sud-Ovest, come Mesa Verde, suggerendo l’esistenza di una continuità culturale che attraversa tutta questa grande regione. Allo stesso tempo, la loro distribuzione nel territorio indica una struttura articolata, nella quale centri maggiori e siti secondari partecipano a un sistema di relazioni fondato sulla mobilità, sulla sicurezza delle rotte e sulla gestione delle risorse. In questa prospettiva, Paquimé non appare più come un episodio isolato, ma come uno dei nodi di una rete più ampia, capace di mettere in comunicazione regioni e tradizioni diverse. È proprio questa dimensione reticolare, più che la sola monumentalità del sito, a restituire il senso della sua importanza storica e culturale, e a collocarlo tra le esperienze più complesse del Nord America precolombiano.

Le Cuarenta Casas nella Sierra Madre Occidentale

Francesco Bandarin, 13 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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