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Il cratere provocato il 28 febbraio scorso dai missili iraniani nella «Città Bianca» di Tel Aviv

Courtesy del Bauhaus Center, Tel Aviv

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Il cratere provocato il 28 febbraio scorso dai missili iraniani nella «Città Bianca» di Tel Aviv

Courtesy del Bauhaus Center, Tel Aviv

Bombe sulla memoria storica dei popoli: le principali aree di conflitto oggi

Il patrimonio nella linea del fuoco: palazzi safavidi, moschee monumentali, villaggi storici e architetture moderniste del XX secolo sono stati danneggiati o minacciati dalle operazioni militari, principalmente in Iran, Israele e Libano

Le guerre distruggono città e infrastrutture, spesso colpendo qualcosa di più profondo: la memoria storica dei popoli. La nuova escalation militare in Medio Oriente, che coinvolge principalmente Iran, Israele e Libano, sta già lasciando tracce visibili sul patrimonio culturale della regione. Palazzi safavidi, moschee monumentali, villaggi storici e architetture moderniste del XX secolo sono stati danneggiati o minacciati dalle operazioni militari. L’Unesco ha espresso forte preoccupazione per l’impatto delle ostilità sui siti culturali della regione e ha invitato tutte le parti a rispettare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Secondo le prime valutazioni, almeno quattro siti del Patrimonio mondiale iraniano avrebbero già subito danni dall’inizio del conflitto, mentre in Libano e Israele monumenti e istituzioni culturali sono stati coinvolti direttamente o indirettamente dagli attacchi. Il bilancio definitivo emergerà solo nelle prossime settimane, ma gli episodi documentati mostrano già quanto fragile possa essere il patrimonio culturale quando i fronti di guerra attraversano territori ricchi di storia.

Iran: i capolavori danneggiati

In Iran i danni più gravi riguardano alcuni dei luoghi simbolo della civiltà persiana. A Teheran, il Palazzo del Golestan, complesso reale risalente all’epoca safavide e unico sito della capitale inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, è stato colpito indirettamente da un attacco missilistico nelle vicinanze della piazza Arag. L’onda d’urto ha provocato vetri infranti e danni agli interni del palazzo, celebre per le sue spettacolari decorazioni a specchi e per i giardini storici che lo circondano. Ancora più preoccupante è la situazione a Isfahan, una delle capitali monumentali del mondo islamico. Diversi edifici storici situati nell’area della celebre piazza Naqsh-e Jahan, cuore della città safavide del XVII secolo, sono stati danneggiati quando un bombardamento ha colpito edifici amministrativi nelle vicinanze. Tra i monumenti coinvolti figurano il palazzo Chehel Sotoun e altri edifici del complesso storico circostante. Anche la moschea del Venerdì (Masjed-e Jameh), uno dei capolavori dell’architettura islamica e sito Unesco, avrebbe subito danni alle decorazioni ceramiche e ai rivestimenti delle cupole. Le immagini dei monumenti danneggiati hanno suscitato forte indignazione in Iran, dove questi luoghi rappresentano non solo testimonianze artistiche ma anche simboli profondi dell’identità culturale nazionale.

Il Palazzo del Golestan a Teheran, vittima dell’attacco aereo statunitense del 2 marzo

Libano: dalla guerra del 2024 a quella in corso

Il patrimonio culturale del Libano aveva già subito perdite significative nel corso del conflitto del 2024 tra Israele e Hezbollah, in particolare nel Sud del Paese. Secondo alcune analisi, fino al 38% degli edifici della regione meridionale sarebbe stato danneggiato o distrutto durante le operazioni militari.  Tra i monumenti colpiti figurano edifici religiosi storici, come la chiesa di San Giorgio a Derdghaya, distrutta da un raid aereo, e una moschea del XVIII secolo a Kfar Tibnit, demolita durante operazioni militari. Oltre ai monumenti singoli, anche interi villaggi storici sono stati devastati. Il caso del villaggio di Muhaibib, praticamente raso al suolo, è stato citato dalle autorità culturali libanesi come esempio della perdita irreversibile di memoria storica e identità locale provocata dalla guerra. Di fronte alla gravità della situazione, il Comitato Unesco per la Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato ha deciso, nel novembre 2024, di includere 34 siti culturali libanesi nella Lista internazionale dei beni sotto protezione rafforzata, il più alto livello di tutela previsto dalla Convenzione dell’Aia del 1954. Tra i siti interessati figurano anche luoghi di straordinaria importanza archeologica come Baalbek e Tiro, due dei più importanti complessi monumentali del Mediterraneo antico. Alle distruzioni del 2024 si aggiungono ora nuove preoccupazioni legate alla guerra in corso. Nelle ultime settimane sono emerse segnalazioni di danni ad alcuni edifici culturali nel Sud del Libano, dove le operazioni militari restano intense. Tra le notizie circolate negli ambienti della tutela vi è quella di un incendio che avrebbe colpito un edificio museale nella città di Tiro, dove erano in corso lavori di restauro e riallestimento. Le informazioni disponibili restano tuttavia frammentarie e non è ancora chiaro se l’incendio sia stato provocato direttamente dalle operazioni militari o da cause accidentali, né quale sia l’entità dei danni alle collezioni. L’Unesco sta monitorando la situazione in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità del Libano, coordinando interventi di emergenza per la messa in sicurezza dei siti archeologici e delle collezioni museali. Tra le misure adottate figurano inventari di emergenza dei beni culturali, il rafforzamento della sicurezza degli edifici e il trasferimento temporaneo degli oggetti più vulnerabili. 

Israele: colpita la «Città Bianca» di Tel Aviv

Anche in Israele il patrimonio culturale è stato coinvolto direttamente nella guerra. Il 28 febbraio scorso un attacco missilistico iraniano ha danneggiato due edifici Bauhaus situati nella «White City» di Tel Aviv, sito iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dal 2003. La «Città Bianca» rappresenta uno dei più importanti complessi di architettura modernista al mondo. Costruita tra gli anni Trenta e Cinquanta secondo il piano urbanistico dell’urbanista scozzese Patrick Geddes, comprende circa 4mila edifici che reinterpretano i principi del Movimento Moderno adattandoli al clima mediterraneo. Le esplosioni hanno provocato vittime e feriti, oltre a danni strutturali agli edifici storici. Dopo l’attacco, musei e istituzioni culturali israeliane hanno adottato misure di emergenza, trasferendo parte delle collezioni in rifugi sotterranei per proteggerle da eventuali bombardamenti.  

Le piramidi di Meroe in Sudan

Le fragili norme del diritto internazionale

Il diritto internazionale riconosce da tempo la necessità di proteggere il patrimonio culturale in tempo di guerra. La Convenzione dell’Aia del 1954 stabilisce l’obbligo per gli Stati di evitare attacchi contro monumenti, musei e siti archeologici e di adottare misure preventive per proteggerli. La Convenzione del Patrimonio Mondiale del 1972, invece, afferma che alcuni luoghi possiedono un valore universale eccezionale e appartengono all’intera umanità, al di là delle frontiere nazionali. Le distruzioni registrate in Iran, Libano e Israele ricordano quanto queste norme restino fondamentali ma allo stesso tempo fragili di fronte alla realtà delle guerre contemporanee. Proteggere il patrimonio culturale non significa soltanto salvare monumenti o opere d’arte: significa difendere la memoria storica e l’identità dei popoli. Quando un monumento viene distrutto, non perde solo il Paese in cui si trova. Perde l’umanità intera.

Tra Afghanistan e Pakistan, un patrimonio in un conflitto silenzioso

Nel contesto di instabilità che nelle ultime settimane interessa l’Afghanistan e le regioni di confine con il Pakistan, il patrimonio culturale si trova in una condizione di vulnerabilità meno visibile rispetto ad altri teatri di guerra, ma non per questo meno grave. L’Unesco non dispone per ora di una quantificazione sistematica dei danni, ma segnala rischi elevati legati a degrado, traffico illecito e mancanza di gestione. Il caso più emblematico resta la Valle di Bamiyan, dove i Buddha monumentali furono distrutti nel 2001. Oggi il sito, iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale, continua a essere fragile: gli interventi di conservazione sostenuti dall’Unesco si confrontano con un contesto politico instabile e con risorse limitate. Il rischio principale è quello di un degrado progressivo, più che di distruzioni spettacolari. A Kabul, il Museo Nazionale dell’Afghanistan rappresenta un fragile simbolo di resilienza. Dopo decenni di conflitti e saccheggi, l’istituzione sopravvive grazie al sostegno internazionale, ma resta esposta a rischi legati alla scarsità di risorse e al traffico illecito di beni culturali. Sul lato pakistano, siti come Taxila non hanno subito danni recenti diretti, ma si trovano in aree sensibili, esposte a scavi clandestini e traffici transfrontalieri. Nel complesso, il patrimonio tra Afghanistan e Pakistan è minacciato oggi non tanto dalla distruzione immediata, quanto dalla perdita progressiva di controllo, conoscenza e integrità. 

Il tempio di Preah Vihear in Cambogia

Cambogia-Thailandia, la contesa lungo una frontiera di templi

Il conflitto tra Cambogia e Thailandia attorno all’area del Tempio di Preah Vihear rappresenta uno dei casi più significativi in cui il patrimonio culturale diventa oggetto diretto di disputa territoriale. Il danno al patrimonio è stato circoscritto ma altamente simbolico, concentrato in un sito di eccezionale valore storico e politico. Iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale nel 2008, il tempio, capolavoro dell’architettura khmer tra XI e XII secolo, sorge su una spettacolare scarpata che domina la pianura cambogiana, ma è accessibile più facilmente dal lato thailandese. Questa configurazione geografica ha alimentato tensioni storiche tra i due Paesi, culminate in scontri armati tra il 2008 e il 2011. Durante questi episodi, l’Unesco ha documentato danni localizzati al complesso templare, causati da bombardamenti e scambi di artiglieria nelle immediate vicinanze. Oltre al caso noto di Preah Vihear, negli ultimi anni si sono registrate tensioni ricorrenti lungo il confine tra Cambogia e Thailandia che coinvolgono altri complessi templari khmer, in particolare nelle aree montuose dei Dangrek. Tra i siti più sensibili figura il complesso di Ta Muen Thom, insieme ai vicini Ta Muen Toch e Ta Kwai. Qui si sono verificati episodi recenti (2021-23) di confronto tra forze di frontiera, accompagnati da restrizioni di accesso e momenti di forte tensione diplomatica. Analogamente, il tempio di Ta Krabey (Ta Kwai in Thailandia), già interessato dagli scontri del 2011, rimane una zona altamente militarizzata e di difficile accesso. 

Cisgiordania, patrimonio tra occupazione e trasformazioni

In Cisgiordania il patrimonio culturale è in una condizione di vulnerabilità complessa e prolungata, legata non a un conflitto aperto su larga scala, ma a una combinazione di occupazione militare, tensioni ricorrenti e trasformazioni territoriali. Uno dei casi più significativi è quello di Hebron/Al-Khalil, la cui città vecchia è iscritta sia nella Lista del Patrimonio mondiale sia di quello in pericolo. Qui, restrizioni di accesso, presenza militare e tensioni tra comunità incidono direttamente sulla conservazione del tessuto urbano e sulla continuità delle funzioni tradizionali. Analoga vulnerabilità riguarda il sito di Battir, dove il sistema agricolo terrazzato, esempio eccezionale di paesaggio culturale vivente, è minacciato da infrastrutture e cambiamenti territoriali che ne compromettono l’integrità. In tutta la Cisgiordania si registrano inoltre danni diffusi a edifici storici durante operazioni militari, degrado di siti archeologici non controllati, difficoltà di accesso per interventi di conservazione e episodi di vandalismo e scavi clandestini. L’assunzione di controllo di numerosi siti archeologici della Cisgiordania da parte delle autorità israeliane si inserisce nel quadro più ampio dell’occupazione e della frammentazione amministrativa del territorio. In particolare nelle aree classificate come «Area C», sotto pieno controllo civile e militare israeliano secondo gli Accordi di Oslo (1993-95), la gestione di molti siti archeologici è stata progressivamente accentrata dall’Israeli Civil Administration, spesso attraverso l’Autorità Israeliana per le Antichità. 

La Tomba dei Patriarchi a Hebron, in Cisgiordania

Gaza, distruzione diffusa e perdita irreversibile

Dall’inizio del conflitto più recente, nell’ottobre 2023, il patrimonio culturale della Striscia di Gaza ha subito danni estesi e sistematici, in un contesto di distruzione urbana generalizzata. Secondo l’Unesco, sulla base di analisi satellitari e verifiche indirette, decine di siti culturali sono stati danneggiati o distrutti, tra cui edifici storici, luoghi di culto e siti archeologici, anche se una quantificazione completa resta difficile a causa dell’accesso limitato al territorio. Tra i casi più emblematici figura la Grande Moschea Omari di origine bizantina e crociata, tra i maggiori monumenti della città di Gaza. Il complesso ha subito gravi danni strutturali durante i bombardamenti, compromettendo un punto di riferimento fondamentale per la storia e l’identità urbana di Gaza. Un altro sito colpito è il porto antico, nell’area nord-occidentale della Striscia, identificato con l’antica Anthedon e inserito nella Lista propositiva del Patrimonio mondiale. L’area archeologica, già fragile e poco protetta, risulta esposta a distruzioni e alterazioni del contesto, con perdita di stratificazioni storiche ancora in gran parte non indagate. Anche il Rashad Shawa Cultural Center, importante istituzione culturale contemporanea, è stato gravemente danneggiato. La ricostruzione futura si preannuncia estremamente complessa: non si tratterà solo di restaurare monumenti, ma di ricostruire un paesaggio culturale profondamente compromesso, in cui molte testimonianze rischiano di essere perdute definitivamente. 

Sudan, patrimonio sotto assedio: saccheggi e perdita di identità

Dallo scoppio del conflitto nell’aprile 2023, il patrimonio culturale del Sudan è entrato in una fase di vulnerabilità estrema. L’Unesco parla esplicitamente di rischio massimo su scala nazionale, aggravata dall’impossibilità di monitorare in modo completo i danni. Il caso più emblematico è quello del Museo Nazionale del Sudan, a Khartoum, uno dei principali musei africani per le civiltà nubiane e kushite (cfr. articolo a p. 34). Occupato per mesi da gruppi armati, è stato saccheggiato di migliaia di oggetti, trafugati o distrutti: statue, gioielli e beni archeologici che testimonianze fondamentali delle civiltà antiche del Nilo. Un altro caso significativo riguarda la distruzione della biblioteca del Mohamed Omer Bashir Centre, sempre nella capitale, che custodiva documenti essenziali per la storia contemporanea del Sudan. Le regioni periferiche mostrano la dimensione più radicale della perdita. Nei musei di Nyala ed El Geneina, nel Darfur, i danni sono stati tali da compromettere quasi completamente le strutture e le collezioni. Il Sudan ospita alcuni dei più importanti siti archeologici dell’Africa, tra cui le piramidi di Meroe, iscritte nella Lista del Patrimonio mondiale. In un contesto di guerra, questi siti diventano estremamente vulnerabili. Il rischio non è solo la distruzione immediata, ma una perdita progressiva e silenziosa, attraverso il saccheggio e la dispersione dei reperti. Oggi la priorità non è soltanto documentare questi danni, ma intervenire per limitarne gli effetti irreversibili. 

Ucraina, quarto anno di guerra: la mappa dei danni secondo l’Unesco

Dall’inizio dell’invasione russa, nel febbraio 2022, secondo l’ultimo aggiornamento (febbraio 2026), sono 522 i siti culturali danneggiati verificati dall’Unesco. Si tratta di una cifra in costante crescita, che riflette la natura prolungata e diffusa del conflitto: dai circa 340 siti registrati nel 2024 si è passati a oltre 500 nel 2025, fino agli attuali 522 casi documentati. Il numero più alto di beni colpiti riguarda gli edifici religiosi (oltre 150 tra chiese, monasteri e luoghi di culto) seguiti da più di 270 edifici storici e artistici, a cui si aggiungono musei, monumenti, biblioteche e siti archeologici. I danni si concentrano nelle regioni orientali e meridionali (Kharkiv, Donetsk, Zaporizhzhia...) ma episodi rilevanti si registrano anche in città di grande valore storico e simbolico come Kyiv e L’viv (Leopoli, dove nell’attacco diurno con droni del 24 marzo scorso è stata anche danneggiata la seicentesca Chiesa di Sant'Andrea). Qui, gli attacchi hanno colpito anche aree prossime a Siti Unesco, evidenziando la fragilità di contesti urbani fino a pochi anni fa al riparo da conflitti armati. Particolarmente esposto è il patrimonio religioso, non solo per la sua diffusione capillare, ma anche per il suo forte valore identitario. Accanto alle distruzioni materiali, si registra la perdita delle collezioni museali, spesso disperse o sottratte. In diversi casi, i musei sono stati colpiti direttamente da bombardamenti o incendi, oppure svuotati in condizioni di emergenza, con conseguenze ancora difficili da quantificare. 

Il sito archeologico di Taxila, in Pakistan, prossimo al confine con l’Afghanistan, esposto a scavi e traffici illeciti

Francesco Bandarin, 11 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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