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Un esempio di «great houses» al Chaco Canyon

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Un esempio di «great houses» al Chaco Canyon

Chaco Canyon, il cuore cerimoniale dei popoli Pueblo negli Stati Uniti

Genius Loci • Il sito, in una regione severa e quasi disabitata del Sud-Ovest del Paese, è la traccia ancora leggibile di una forma di organizzazione territoriale e simbolica di eccezionale complessità, Patrimonio Unesco dal 1987

Francesco Bandarin

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Nel deserto alto del Nuovo Messico, in una regione severa e quasi disabitata del Sud-Ovest degli Stati Uniti, si apre la valle di Chaco Canyon, uno dei più straordinari paesaggi archeologici del continente americano. Oggi Chaco appare come un luogo remoto, scavato nella roccia e circondato da altopiani aridi, ma tra il IX e il XIII secolo fu il principale centro cerimoniale, politico e commerciale della cultura ancestrale dei popoli Pueblo. Iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1987, Chaco è la traccia ancora leggibile di una forma di organizzazione territoriale e simbolica di eccezionale complessità.

Per oltre duemila anni, popolazioni Pueblo occuparono una vasta parte del Sud-Ovest nordamericano. Chaco Canyon conobbe il suo apogeo tra l’850 e il 1250 d.C., e soprattutto fra il 1020 e il 1110, quando divenne il fulcro di una rete regionale di insediamenti, santuari e infrastrutture. L’eccezionalità del sito deriva innanzitutto dalla sua architettura. In un ambiente povero d’acqua, lontano dalle grandi foreste e apparentemente inadatto a sostenere un grande centro, i Chacoani costruirono edifici pubblici e cerimoniali di una scala senza precedenti: le cosiddette «great houses», strutture in muratura accuratamente lavorata, talvolta alte fino a cinque piani, con centinaia di ambienti, vaste piazze e grandi «kivas», strutture a pianta circolare, sotterranee o semisotterranee, cui si accedeva da una apertura sul tetto, destinate alle cerimonie.

Il più celebre di questi edifici è Pueblo Bonito, il grande complesso semicircolare che domina ancora oggi il paesaggio di Chaco. Costruito in più fasi tra il IX e il XII secolo, fu probabilmente il cuore simbolico e politico dell’intero sistema chacoano. Le sue dimensioni restano impressionanti: circa 800 ambienti, una pianta rigorosa, numerose kivas e una tecnica costruttiva di grande raffinatezza. Non si trattava di un semplice villaggio ingrandito, ma di un organismo monumentale che implicava capacità progettuale, disponibilità di forza lavoro, gestione delle risorse e una visione condivisa dell’ordine sociale. Il grande archeologo Brian Fagan (1936-2025) lo ha definito «una vera icona archeologica», paragonabile per importanza a Stonehenge o Machu Picchu. 

Ancora più sorprendente è il fatto che Chaco non fosse un centro isolato. Il canyon era collegato ad altri siti da una rete di strade rettilinee, accuratamente tracciate e costruite, che attraversavano altipiani e ambienti difficili. Queste vie non avevano soltanto una funzione pratica: sembrano aver espresso anche una volontà di controllo territoriale e di connessione rituale tra il centro e la periferia. Come spesso accade nei grandi paesaggi culturali, anche Chaco aveva una pluralità di funzioni. Era certamente un centro di scambio, come indicano i materiali provenienti da lontano; ma anche un luogo di concentrazione del potere, della memoria e del rito. L’alta incidenza di spazi di deposito suggerisce un ruolo economico centrale, mentre la monumentalità delle kivas e l’orientamento di alcuni edifici secondo cicli astronomici rinviano a una forte dimensione cosmologica. La società che costruì Chaco era dunque capace di coniugare ingegneria, religione e organizzazione politica in modo straordinariamente sofisticato.

Il declino sopraggiunse nel XII secolo, probabilmente anche in relazione a una lunga siccità che colpì la regione dopo il 1130. Ma l’abbandono non fu dovuto solo alla crisi climatica. Più verosimilmente, il sistema chacoano entrò in crisi per la combinazione di stress ambientale, squilibri economici e trasformazioni politiche, finché il suo ruolo centrale venne meno e la popolazione si disperse in altre aree del Sud-Ovest. Le rovine rimasero però nella memoria dei popoli Pueblo e Hopi, che ancora oggi considerano il canyon un territorio sacro e un luogo di origine ancestrale.

Oggi Chaco Canyon è protetto, ma non per questo del tutto al sicuro. Alla fragilità intrinseca delle strutture archeologiche, esposte all’erosione e alla pressione turistica, si aggiunge una minaccia più ampia, che riguarda l’intero paesaggio circostante: lo sviluppo delle attività petrolifere e di estrazione del gas nel bacino di San Juan, una delle aree energetiche più produttive degli Stati Uniti. Chaco ci ricorda che la tutela del patrimonio riguarda anche il modo in cui una società decide di misurare i limiti del proprio sviluppo.

Chaco è la traccia ancora leggibile di una forma di organizzazione territoriale e simbolica di eccezionale complessità

Francesco Bandarin, 16 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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