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Super Surface, «Ruslan Baginskiy», 2024.

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Super Surface, «Ruslan Baginskiy», 2024.

Il vuoto è una forma d’arte. E una mostra lo vuole dimostrare

«Feel The Void» alla Upsilon Gallery per la Milano Art Week 2026 esplora il vuoto non come assenza, ma come condizione attiva di percezione. Le 43 opere di artisti come Loris Cecchini, Matija Čop, Ann Greene Kelly e Super Surface trasformano lo spazio in un’esperienza percettiva rarefatta, dove oggetti, architettura e visitatori dialogano per ridefinire la presenza e il silenzio

Redazione GdA

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Dalle superfici rarefatte della pittura moderna fino alle pratiche concettuali, il vuoto ha progressivamente smesso di essere uno sfondo neutro per diventare soggetto. Non più semplice contenitore, ma dispositivo attivo: un margine che pensa, una pausa che costruisce significato. Il bianco, il silenzio, la distanza diventano «materia». Non sempre fisica. A volte concettuale. Perché privare lo spazio di oggetti, o ridurne drasticamente la presenza, non significa impoverirlo. Ma caricarlo. Di attesa, possibilità e proiezione.

È da questa tensione che nasce «Feel The Void», la mostra collettiva presentata da Upsilon Gallery in occasione della Milano Art Week 2026. In programma dal 1° al 17 aprile negli spazi di via Pisoni 2, nel cuore del Quadrilatero milanese, il progetto affronta il vuoto non come mancanza, ma come condizione attiva di percezione.

Entrare in galleria significa infatti attraversare una soglia instabile. Lo spazio appare quasi privo di opere. Disabitato. Ma è un’impressione che dura poco. Le opere ci sono, ma si sottraggono allo sguardo immediato. Totalmente bianche, in continuità con l’architettura, rendono incerta la distinzione tra oggetto e ambiente. Il vuoto, qui, non è dato: è costruito. È un effetto percettivo che obbliga a rallentare, a mettere a fuoco, a ridefinire continuamente ciò che si sta guardando.

La mostra riunisce 43 lavori tra sculture, installazioni e video di Loris Cecchini, Matija Čop, Eascker, Julia Gault, Ann Greene Kelly, Kohei Nawa, Alena Olasyuk, Chim Pom, Super Surface, Jeremie Thircuir e Yuji Ueda. Un insieme eterogeneo che esplora il vuoto come gradazione, come variazione di intensità più che come condizione assoluta.
Alcune opere operano per sottrazione. Sono presenze minime, quasi impercettibili.

La scultura sospesa «You Know How To Calm Me Down» (2022) di Matija Čop, realizzata in EVA, introduce una materialità leggera, elastica, che sembra galleggiare nello spazio. Allo stesso modo, «Wallwaves vibrations» (Echolocation) (2025) di Loris Cecchini attraversa la parete come una vibrazione sottile, integrandosi nell’architettura senza mai imporsi. Le sculture di Jeremie Thircuir, in porcellana di giada, replicano con precisione frutti e ortaggi, ma li svuotano di ogni funzione, riducendoli a pura presenza silenziosa.
Altre opere, invece, interrompono questa rarefazione. Introducono densità. Attrito.

La scultura «Untitled» (2019) di Ann Greene Kelly e le sedie Le Bistrot I e Le Bistrot II (2022) del collettivo Super Surface segnano momenti di maggiore fisicità, riportando temporaneamente il vuoto a una dimensione più concreta, quasi tangibile. Non lo negano, ma lo modulano. Lo rendono instabile. A espandere ulteriormente questa condizione interviene il suono. «Lines of Meditation» (2026) di Alena Olasyuk ed Eascker agisce sul piano uditivo, evocando il vuoto invece di colmarlo. Non riempie lo spazio: lo rende percepibile. E in questo ambiente apparentemente rarefatto, il visitatore diventa centrale. Perchè è lo stesso corpo che attiva lo spazio.

Redazione GdA, 27 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Il vuoto è una forma d’arte. E una mostra lo vuole dimostrare | Redazione GdA

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