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Lumen di Nino Migliori

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Lumen di Nino Migliori

Il velo, l'ombra, la fiamma: fotografare il Cristo velato con la sola luce delle candele

Con il progetto Lumen, Nino Migliori ha affrontato uno dei capolavori assoluti della scultura italiana attraverso una scelta tecnica e concettuale radicale: fotografare il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino utilizzando esclusivamente la luce delle candele. Ne è nata una ricerca sulla visione che restituisce l'opera alla sua dimensione originaria, trasformando la fotografia in uno strumento di riscoperta anziché di semplice riproduzione.

Amanita Iervolino

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Ci sono opere che sembrano aver esaurito ogni possibilità di essere guardate. Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino appartiene a questa categoria: una delle immagini più fotografate della storia dell'arte italiana, continuamente riprodotta e ormai sedimentata nell'immaginario collettivo. È proprio davanti a questa apparente saturazione visiva che Nino Migliori sceglie una strada opposta. Non cerca un nuovo punto di vista, ma una nuova condizione della visione.

Il progetto Lumen nasce da un'idea tanto semplice quanto radicale: fotografare alcune delle grandi sculture italiane utilizzando come unica fonte luminosa la fiamma delle candele. Nessun flash, nessuna illuminazione artificiale contemporanea, nessuna ricerca dell'immagine perfetta. Solo una luce instabile, viva, continuamente mutevole. Applicata al Cristo velato, questa scelta assume un significato particolare. Prima dell'elettricità, l'opera veniva osservata proprio così: nella penombra, illuminata da lampade e candele. Migliori non compie quindi un esercizio estetico, ma un'operazione di archeologia dello sguardo. La fotografia diventa il mezzo attraverso cui ricostruire l'esperienza visiva dei viaggiatori del Grand Tour, restituendo al capolavoro settecentesco la sua originaria dimensione luministica.

Il risultato modifica profondamente la percezione della scultura. La fiamma non illumina uniformemente il marmo, ma lo attraversa. Le ombre cambiano continuamente, il velo sembra perdere consistenza minerale per acquisire una sorprendente fluidità, mentre dettagli normalmente invisibili emergono e scompaiono in una continua oscillazione tra apparizione e sparizione.

In queste immagini il celebre virtuosismo tecnico di Sanmartino passa quasi in secondo piano. Migliori non fotografa la perfezione del marmo, ma la sua capacità di trasformarsi sotto l'azione della luce. Il velo non appare più come una dimostrazione di abilità scultorea, ma come una superficie instabile, quasi liquida, capace di mutare materia a ogni variazione luminosa. È una ricerca che attraversa tutta la produzione dell'autore bolognese. Fin dagli anni Quaranta Migliori ha concepito la fotografia come sperimentazione sul linguaggio prima ancora che come documento. Dai pirogrammi alle ossidazioni, dai cliché-verre alle manipolazioni della superficie fotografica, il suo lavoro ha continuamente interrogato la natura stessa dell'immagine. Lumen si inserisce in questo percorso spostando l'attenzione dalla trasformazione del supporto fotografico alla trasformazione della luce.

Il fotografo rinuncia deliberatamente alla neutralità tecnica che caratterizza gran parte della fotografia di riproduzione delle opere d'arte. Non vuole mostrare il Cristo velato in modo oggettivo, ma interrogare le condizioni stesse del vedere. La fotografia smette così di essere uno strumento di registrazione e diventa un dispositivo interpretativo. Il progetto acquista inoltre una dimensione storica. Attraverso la luce delle candele, Migliori ricostruisce un tempo della percezione ormai scomparso. L'opera torna a essere osservata in una condizione di lentezza, dove l'occhio deve adattarsi gradualmente all'oscurità e la visione si costruisce per frammenti. È l'esatto contrario dell'immediatezza digitale cui siamo abituati.

Ne deriva una riflessione più ampia sul rapporto tra fotografia e patrimonio artistico. Invece di moltiplicare immagini identiche di un capolavoro universalmente noto, Migliori dimostra come ogni opera possa ancora essere reinventata attraverso un diverso modo di guardarla. La fotografia restituisce il Cristo velato a una dimensione di mistero, ricordando che anche le immagini più celebri possono continuare a generare nuove esperienze visive quando cambia la qualità dello sguardo.

Amanita Iervolino, 04 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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