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Le punte di freccia esaminate dai ricercatori nello studio pubblicato da «Science Advances»

Fonte: Isaksson et al., Sci. Adv. 12, eadz3281

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Le punte di freccia esaminate dai ricercatori nello studio pubblicato da «Science Advances»

Fonte: Isaksson et al., Sci. Adv. 12, eadz3281

Il veleno come arma risale a 60mila anni fa

Sono databili al tardo Pleistocene le punte di freccia recanti tracce di alcaloidi tossici di origine vegetale scoperte nella provincia sudafricana di KwaZulu-Natal. Il rinvenimento retrodata questa importante svolta tecnologica e culturale di decine di migliaia di anni

Vittorio Bertello

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In Sudafrica, nella provincia sudafricana di KwaZulu-Natal, sono state scoperte tracce di veleno vegetale su punte di freccia in pietra databili intorno a 60mila anni fa: di questo rinvenimento, che retrodata l’impiego di armi avvelenate di decine di migliaia di anni rispetto a quanto finora noto (dal medio Olocene al tardo Pleistocene), si dà conto in un articolo pubblicato sulla rivista «Science Advances» da un team di ricercatori dell’Università di Stoccolma, in una indagine frutto di una collaborazione con l’Università di Johannesburg.

Alcune analisi chimiche e biomolecolari condotte sui reperti trovati nel rifugio roccioso di Umhlatuzana hanno rivelato la presenza di veleno di origine vegetale su 5 di 10 punte di quarzo esaminate, provenienti da uno strato archeologico risalente a 60mila anni fa.

Lo studio si è concentrato su una piccola selezione di punte di freccia in pietra rinvenute decenni fa in giacimenti associati a un periodo noto per le innovazioni tecnologiche introdotte dai primi Homo Sapiens. Attraverso l’uso di analisi microchimiche e biomolecolari avanzate, i ricercatori hanno ora potuto rilevare la presenza in alcuni campioni degli alcaloidi bufandrina ed epibufanisina. Si tratta di sostanze tossiche probabilmente ricavate da piante della famiglia delle Amaryllidaceae, verosimilmente dalla Boophone disticha, un vegetale tradizionalmente utilizzato per avvelenare le frecce.

Il ritrovamento rappresenta la più antica testimonianza dell’uso di veleni applicati alle armi e dimostra che i cacciatori del tempo avevano sviluppato un’approfondita conoscenza delle piante velenose e che si sapevano organizzare. L’uso di un veleno ad azione lenta, infatti, comporta una comprensione attenta del comportamento delle prede, per poter ottimizzare l’efficacia della caccia di resistenza (una tecnica particolare, per cui i cacciatori non uccidono subito la preda, ma la inseguono a lungo fino a ridurla allo stremo).

Secondo il team di ricercatori, l’uso di armi avvelenate segna una svolta tecnologica e culturale fondamentale nella storia umana, spostando indietro nel tempo l’origine di strategie di caccia complesse.

Vittorio Bertello, 12 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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