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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliLa fotografia di Francesca Woodman si colloca in una zona di tensione tra costruzione e dissoluzione dell’identità. La mostra (dal 29 aprile al 31 luglio) che Gagosian presenta a Roma riporta al centro questa ambiguità, rileggendola attraverso il filtro del Surrealismo: non come citazione stilistica, ma come grammatica operativa. Specchi, oggetti quotidiani e frammenti del corpo diventano dispositivi di slittamento percettivo, in cui la scena fotografica si trasforma in un campo di negoziazione tra presenza e assenza, visibilità e sottrazione.
Il progetto insiste su un nodo cruciale: la relazione tra l’immaginario surrealista e una pratica fotografica che, negli anni Settanta, si confronta con le questioni emergenti della rappresentazione del corpo e della soggettività. In questo contesto, l’esperienza romana dell’artista e il suo dialogo diretto con la cultura europea assumono un peso determinante nella definizione di un linguaggio che supera tanto la citazione quanto l’appartenenza disciplinare.
Nelle immagini di Woodman, realizzate tra la metà degli anni Settanta e il 1981, il corpo non è mai un soggetto stabile. È una presenza che si sottrae, si dissolve, si frammenta nello spazio. Ambienti domestici abbandonati, interni degradati, spazi naturali diventano scenari di una messa in scena in cui la figura femminile oscilla tra apparizione e sparizione. L’uso ricorrente di specchi, vetri e superfici riflettenti introduce una logica di duplicazione e slittamento percettivo che destabilizza l’unità dell’immagine.
Il riferimento al Surrealismo si articola su più livelli. Da un lato emerge nell’impiego di oggetti ordinari caricati di una funzione simbolica che ne altera l’uso e il significato. Dall’altro si manifesta nella costruzione di situazioni visive che evocano il sogno, l’associazione libera, l’ambiguità tra attrazione e inquietudine. Tuttavia, la mostra evita una lettura genealogica lineare: il dialogo con Breton o Buñuel non è presentato come derivazione, ma come campo di tensione. Questo aspetto appare con particolare evidenza nel nucleo di opere legate al motivo dello specchio. Il titolo della mostra -Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid- introduce una dimensione di violenza percettiva che richiama la tradizione surrealista, ma la rielabora in chiave soggettiva. Il frammento riflettente non restituisce un’immagine coerente, ma la spezza, la distorce, la rende instabile. La visione diventa un processo discontinuo, attraversato da interferenze.
L’esperienza italiana gioca un ruolo decisivo in questa costruzione linguistica. Il soggiorno romano tra il 1977 e il 1978, durante gli anni alla Rhode Island School of Design, rappresenta un momento di immersione diretta nella cultura europea delle avanguardie. La frequentazione della Libreria Maldoror, spazio dedicato a Dada e Surrealismo, e la prima mostra personale europea dell’artista si inseriscono in una rete di relazioni che contribuisce a definire il suo immaginario. L’Italia non è un semplice contesto biografico, ma un dispositivo di formazione. Allo stesso tempo, il lavoro di Woodman si colloca pienamente nel contesto della fotografia degli anni Settanta, in dialogo con le pratiche concettuali e con le emergenti riflessioni femministe sulla rappresentazione del corpo. Operando spesso come soggetto e autrice delle proprie immagini, l’artista costruisce una posizione ambigua che mette in crisi la distinzione tra oggetto e soggetto dello sguardo. Il corpo fotografato non è mai completamente disponibile: si nasconde, si traveste, si disarticola.
Alcune immagini presenti in mostra portano questa tensione a un livello estremo. Il corpo femminile è associato a elementi organici o sottoposto a gesti di costrizione e manipolazione. Queste operazioni attivano un confronto diretto con la tradizione surrealista della feticizzazione, ma introducono anche una dimensione critica, quasi parodica. L’erotismo non si stabilizza mai in una forma compiuta: resta attraversato da una componente di inquietudine. La mostra si inserisce in un momento in cui il lavoro di Woodman è oggetto di una riconsiderazione sistematica nel contesto internazionale. In questo quadro, il progetto romano assume una funzione specifica: riattivare il legame tra l’artista e l’Italia, sottraendolo a una dimensione puramente biografica e riconoscendone il ruolo nella costruzione di una grammatica visiva complessa. Più in generale, l’operazione riflette una tendenza del sistema espositivo contemporaneo a rileggere figure ormai canoniche attraverso dispositivi interpretativi mirati. Il Surrealismo, in questo caso, diventa uno strumento per riaprire la lettura dell’opera, spostando l’attenzione dal mito biografico alla struttura delle immagini.
Il risultato è una mostra che lavora per sottrazione e concentrazione: non amplia il campo, ma lo stringe attorno a un problema preciso. In questo senso, restituisce Woodman a una dimensione analitica, dove il corpo, lo spazio e lo sguardo non sono dati, ma variabili instabili di un sistema visivo in continua ridefinizione.
Francesca Woodman Untitled, c. 1976 Lifetime gelatin silver print Image: 4 3/8 x 4 3/8 inches (10.9 x 10.9 cm) Sheet: 4 5/8 x 4 1/2 inches (11.6 x 11.4 cm) © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome Courtesy the Foundation and Gagosian
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