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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoli«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» è il passaggio del Padre Nostro con cui il fedele chiede a Dio il nutrimento materiale e spirituale. Nel Vangelo di Matteo il pane diventa infatti materia e trascendenza, simbolo eucaristico di condivisione e comunione, nutrimento dello spirito che lega l’uomo a Dio. Una duplice natura nella quale si colloca la mostra personale dell’artista armena Narine Arakelian, intitolata «Pane» e ospitata all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze dal 15 al 30 maggio. Il punto di partenza dell’intero percorso è la grande forma di pane scolpita nel tufo rosa armeno, suddivisa in tredici parti, attraverso la quale Arakelian lavora sulla perdita. Il pane è per definizione la materia della vita condivisa: ciò che si spezza, si distribuisce, si consuma insieme. È uno dei primi dispositivi sociali della storia umana, non esiste civiltà agricola che non abbia costruito attorno al pane una simbologia religiosa, politica e collettiva. Dalla Mezzaluna fertile fino ai cenacoli rinascimentali fiorentini, il pane coincide con il concetto stesso di comunità. Arakelian prende un materiale originariamente organico, caldo, deperibile, fragrante e lo trasforma in una pietra, in un fossile. Il pane conserva la sua forma, ma perde la sua funzione. È riconoscibile, ma non è più consumabile. Non può nutrire nessuno. Il tufo vulcanico — materiale nato da pressione, tempo e catastrofe geologica — diventa il medium perfetto per parlare di una civiltà che continua a produrre immagini della vita mentre perde progressivamente il rapporto con le sue condizioni materiali di esistenza. Le tredici sezioni richiamano l’Ultima Cena, ma non c’è alcuna celebrazione liturgica: la distribuzione non produce comunione, ma assenza. Il gesto dello spezzare il pane sopravvive soltanto come simulacro. È il passaggio più radicale dell’intero progetto: l’idea che il contemporaneo abbia sostituito l’esperienza concreta con codici e simulazioni che conservano la forma dell’esperienza svuotata della sua funzione reale. La superficie del pane è incisa da pattern che rimandano al linguaggio delle criptovalute e a frammenti testuali come «to be or not to be», segni di un’economia sempre più astratta, dove il valore non deriva più dal lavoro, dalla terra o dal corpo, ma da sistemi immateriali fondati sulla speculazione, sulla volatilità e sulla fede algoritmica. La pietra armena porta con sé la memoria di un popolo segnato da diaspora, distruzioni e sopravvivenza culturale. Non è solo materiale scultoreo: è materia storica sedimentata. Il pane di pietra diventa dunque un altare contemporaneo da attraversare, fatto di tagli, incisioni e motivi ripetuti che invitano lo spettatore a un’esperienza meditativa e collettiva.
Narine Arakelian. Pane 2026
Narine Arakelian. Rinascita Subconscia 2019
Attorno alla grande installazione Pane si sviluppa un percorso più ampio, dove Narine Arakelian alterna scultura, pittura, video e installazione costruendo un linguaggio continuamente sospeso tra materia fisica e immaginario digitale. Nel video Rinascita Subconscia (2019), le figure emergono e si dissolvono in ambienti sospesi, tra rallentamenti, sovrapposizioni e transizioni luminose che accentuano una percezione instabile della realtà. Il linguaggio video non viene usato in chiave narrativa, ma come flusso mentale e percettivo, vicino alla dimensione del sogno e della memoria. Diversa la struttura del polittico Lettere, dove Arakelian lavora sulla frammentazione dell’immagine e sul valore simbolico del segno scritto. Le superfici pittoriche appaiono stratificate da alfabeti, tracce grafiche, simboli e inserti decorativi che ricordano insieme codici antichi, interfacce digitali e iscrizioni rituali. Nel trittico LOVE CORE HOPE la composizione assume una dimensione più esplicitamente installativa e concettuale. Le parole diventano nuclei visivi attorno a cui si addensano colori metallici, pattern ornamentali e immagini ibride, quasi ipnotiche, dove il segno decorativo nasconde sempre una tensione più inquieta legata alla perdita di orientamento del presente. Il dittico Afrodite, infine, riprende il tema della metamorfosi del corpo femminile attraverso forme che sembrano emergere dalla pietra o dissolversi dentro di essa. La materia lavora per erosione, sedimentazione, trasformazione, mantenendo un legame costante con la dimensione scultorea anche nelle opere bidimensionali. In tutta la mostra tecniche tradizionali e linguaggi contemporanei convivono senza gerarchie. Le opere di Arakelian non rifiutano il presente tecnologico, ne interrogano le conseguenze sul rapporto tra corpo, memoria, realtà e condivisione, cercando di comprenderne le implicazioni antropologiche.
Narine Arakelian. Palazzo Contarini del Bovolo, Venezia Performance “Faro in Fiore” (dipinti di luce) 2019
Narine Arakelian. Speranza 2019
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