Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliLo studio «Vita e morte nel Cerro de la Cruz» di Fernando Quesada della Facoltà di Archeologia dell’Università autonoma di Madrid, rivela il lato oscuro della famosa pax romana. Infatti, malgrado portassero una certa stabilità e tranquillità alle regioni annesse all’Impero, i Romani non sempre si comportarono in modo pacifico.
Lo testimoniano gli scavi del Cerro de la Cruz (Cordova), una collina rocciosa triangolare vicino al fiume Almedinilla, sulle cui pendici nell’XI secolo a.C. era ubicato un villaggio iberico di circa 4,7 ettari, dei quali finora è stato scavato solo il 2,5%. Sebbene lo scavo sia ancora agli inizi, i ritrovamenti sono già sconcertanti.
Lo studio conferma che il villaggio fu distrutto e saccheggiato. Magazzini, case e strutture sono rimasti intatti sotto le macerie, dove sono stati trovati resti umani con evidenti prove di ferite da spada e amputazioni. Tra le rovine numerosi oggetti della vita quotidiana abbandonati e sotterrati sotto uno spesso strato di cenere che dimostra la violenta distruzione del villaggio.
Lo studio riapre il dibattito sulla romanizzazione: Quesada sospetta che la distruzione del Cerro de la Cruz risalga alle famose rivolte del condottiero lusitano Viriato e che il villaggio sia stato probabilmente bruciato dal generale Quinto Fabio Massimo Serviliano.
Alcuni dei resti umani trovati tra le macerie del Cerro de la Cruz
Altri articoli dell'autore
Termina il lungo contenzioso tra la multinazionale Altadis e lo Stato spagnolo, a cui il Tribunale Supremo ha riconosciuto la proprietà dei due ritratti (quello di Carlo IV e della moglie Maria Luisa di Parma), che saranno conservati nel Museo delle Belle Arti della capitale andalusa
Il rientro in Spagna nel 1986 del ritratto della Marchesa di Santa Cruz segnò una svolta nella difesa del patrimonio culturale
Nelle sale disegnate da Renzo Piano il Centro Botín accoglie la più grande mostra organizzata in Europa dell’artista giapponese, che ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia 2024
In un’epoca segnata dalla manipolazione delle immagini, dalla postverità e dal deepfake, una mostra riflette sulla responsabilità dell’arte nella nostra comprensione della realtà



