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Ultraflop. Sebbene più nessuno ne parli in un sistema dove domina l’omertà, sul mercato dell’arte è passato un ciclone che in 24 mesi ha incenerito milioni di dollari in tutto il mondo, lasciando con un pugno di mosche i tanti avventori che avevano frequentato la bisca convinti di accumulare cifre stratosferiche. Come «Il Giornale dell’Arte» aveva previsto sin dal maggio 2022, il «fenomeno dell’ultracontemporaneo» si è rivelato una bolla clamorosa che ha avuto effetti nefasti sulla fiducia degli investitori che in molti casi hanno definitivamente abbandonato il campo da gioco. E gli slogan del 2022, quali «il successo non attende più la maturità», sono stati bannati.
Ma andiamo per ordine. Quattro anni fa, quando è iniziata la corsa all’oro, le case d’asta, coadiuvate da un manipolo di gallerie glamour, tra cui Gagosian, Hauser & Wirth e Victoria Miro, hanno deciso che fosse giunto il momento di rinnovare il comparto dell’arte contemporanea immettendo sul mercato una serie di nuovi artisti con meno di quarant’anni, in taluni casi agli esordi, per farli macinare al più presto prezzi da capogiro senza nessuna giustificazione apparente. L’importante era creare un’attesa spasmodica rispetto a un prodotto che dava l’impressione di crescere all’infinito con un meccanismo molto simile a quello degli strumenti più rischiosi della Borsa come i futures o i bond subordinati. I vantaggi nel breve periodo apparivano notevoli in quanto non era più necessario aspettare tempi lunghi per garantirsi l’investimento e soprattutto non esistevano cifre pregresse di riferimento. Del resto, era già la seconda volta che il mercato dell’arte tentava un’accelerazione super rapida sovvertendo tutti i principi che governano il sistema. E già all’inizio del 2022 stava crollando il castello di sabbia creato intorno agli Nft, un’altra bolla gigantesca animata dalla speculazione sulle criptovalute che consentiva di moltiplicare i guadagni sommando l’investimento su bitcoin ed ethereum con quello delle opere virtuali. Ma gli Nft sembravano l’eldorado gestito dalle piattaforme alimentando il mito fittizio della disintermediazione, ovvero di poter accedere all’investimento direttamente, senza più passare attraverso le gallerie. Il sistema tradizionale non poteva assistere passivamente al suo smantellamento e dunque in una fase di confusione massima con il covid alle spalle ecco che nasce l’ultracontemporaneo, proponendo agli speculatori una rassicurante pittura figurativa ammantata di buoni sentimenti in base a criteri di assoluta conservazione con riferimenti ai generi consolidati della storia dell’arte, tra cui la ritrattistica.
Christina Quarles, «Night Fell Upon Us Up On Us», 2019: il 19 maggio 2022 aggiudicata per 4,5 milioni di dollari da Sotheby’s
Il banco vince sempre
Una novità solo anagrafica priva di qualunque reale innovazione, con una spruzzata d’ideologia woke e una specifica attenzione verso le donne, destinate a diventare il baluardo dei nuovi investimenti. Così, per qualche tempo gli affari sono andati a gonfie vele aprendo le porte del mercato ai nuovi rampanti convinti di fare trading senza sapere che il banco vince sempre. Il meccanismo era così ben costruito che gli operatori facevano firmare dei contratti secondo cui non si poteva rivendere l’opera per almeno 3 anni in modo da evitare la speculazione. Un tempo sufficiente per polverizzare l’investimento. Anche Simon de Pury, soprannominato il Mick Jagger del mercato per la sua capacità di spettacolarizzare le vendite pubbliche, e tra i maggiori conoscitori del sistema (a 27 anni era consulente del barone Thyssen), ha cavalcato l’onda creando la casa d’asta online che porta il suo nome dedicata agli artisti di ultima generazione. Peccato che con la crisi irreversibile del comparto, le vendite si siano rarefatte sino quasi a scomparire e cliccando sul sito De Pury si scopre che attualmente non ci sono programmi per il 2026.
L’ultracontemporaneo, prima di andare in frantumi, era arrivato nel 2022 a valere 419 milioni di dollari, addirittura il 15,5% del mercato complessivo dell’arte contemporanea. Una cifra enorme che ruotava intorno alle fragili starlette in gran parte rinnegate da un sistema usa e getta che non lascia scampo. Le maggiori responsabili di tutto ciò sono state le case d’asta che, dopo aver commesso il disastro Nft, si sono ripetute mandando nel panico il settore. È evidente che dovrebbero agire da garanti e il fatto di avvalorare listini privi di logica, è ben più grave rispetto all’azione di un’anonima piattaforma o persino di una galleria, sia pure di primaria importanza. Le vittime dell’ultracontemporaneo sono tante e gli scivoloni non sono certamente terminati. Bastano pochi dati per comprendere lo sfacelo. Il quarantunenne pittore ghanese Amoako Boafo, che sino a una decina d’anni fa vendeva i suoi ritratti di personaggi neri realizzati con i polpastrelli a 100 dollari (attualmente è in scuderia Gagosian ma non si sa per quanto resisterà), è entrato nel guinness dei primati il primo dicembre 2021 quando da Christie’s a Hong Kong «Hands Up» del 2018 è stato aggiudicato per una cifra pari a 3,5 milioni di dollari, dieci volte al di sopra delle stime. Ma allora per la superstar Boafo raggiungere il milione di euro era un gioco da ragazzi e già l’11 maggio 2021 da Christie’s a New York «Blue Pullover» del 2018 con un giovane che indossa una dolcevita blu dal collo troppo alto, ha cambiato proprietario per 625mila dollari. Quattro anni dopo il proprietario si sarebbe accontentato di portare a casa un terzo della cifra spesa. Eppure, non è riuscito nemmeno in quello e la medesima opera, il 28 settembre 2025 da Sotheby’s a Hong Kong, è rimasta invenduta nonostante la stima ultra-ribassata. Sembra proprio che Boafo sia già un reduce in attesa del ripescaggio e se nel 2022 sono state proposte all’incanto ben 19 opere, il numero è sceso drasticamente a sei nel 2025 con attese di ulteriore riduzione.
Toyin Ojih Odutola, «Distinguished Relation at Ejogu Gardens», 2019: il 16 ottobre 2025 da Christie’s a Londra invenduta; tre anni prima da Sotheby’s aveva raggiunto 730mila dollari
Cala la notte su di noi
Ma quello del pittore ghanese non è certo un caso isolato e la trentenne canadese Anna Weyant, altro fiore all’occhiello di Gagosian, ha chiuso il 2025 in rosso. Un solo passaggio in asta con un dipinto del tutto insignificante con la groppa di un cavallo in primo piano: il suo «Untitled» del 2019, piccolo olio su cartone di appena 40x30 centimetri, il 28 febbraio 2025 da Phillips a New York è stato pagato 63mila dollari. Sarebbe già un’enormità se non fosse accaduto che qualche tempo prima, il 21 giugno 2022 da Phillips a Hong Kong l’insignificante quadretto raggiungesse ben 167mila dollari totalizzando così, tra le due aste, un calo del 62%. Ma la bella Anna, che sembra abbia fatto battere il cuore dell’ottantenne Larry Gagosian, era abituata a ben altre performance e la sua «Falling Woman» (chissà se era un presagio della sua caduta libera sul mercato?) aveva raggiunto il 19 maggio 2022 da Sotheby’s a New York, la cifra record di 1,6 milioni di dollari partendo da una base d’asta di 150mila.
Anche i Maga trumpiani hanno giocato un ruolo importante nel distruggere l’ultracontemporaneo di tendenza liberal ma con tutta la buona volontà era difficile pensare che le narrazioni esistenzialiste della quarantenne nigeriano-americana Toyin Ojih Odutola in quota Jack Shainman non subissero un crack e il 16 ottobre 2025 da Christie’s a Londra «Distinguished Relation at Ejogu Gardens», un grande pastello che rappresenta la scultura di una figura nera nel parco di un ambito resort keniota, è rimasto invenduto nonostante la richiesta di 300mila sterline. E poco importa che tre anni prima da Sotheby’s a Hong Kong l’opera avesse raggiunto 730mila dollari. Controverso anche l’andamento della trentottenne americana Avery Singer, già in Biennale nel 2019 quando aveva 32 anni, che al posto dei pennelli usa SketchUp, un software per la modellazione 3D per creare composizioni digitali successivamente proiettate e aerografate su tela. L’effetto è un po’ rétro e sembra rimandare alla fotografia degli albori ma sicuramente si distanzia dalla retorica oleografica di taluna pittura (nel 2015 ben prima che scoppiasse la moda era stata proposta dalla Fondazione Sandretto). Il paracadute di Hauser & Wirth le ha consentito di stare a galla e se non si guardasse al recente passato i prezzi sarebbero soddisfacenti. Il 20 novembre 2025 infatti da Christie’s a New York «The Great Muses» dove decostruisce talune immagini archetipiche della storia dell’arte, si è imposto per 1 milione di dollari, il 69% in meno rispetto a quanto era accaduto il 30 novembre 2022 da Christie’s a Hong Kong quando la stessa opera era stata battuta a 3,3 milioni di dollari. E cosa dire della quarantenne americana Christina Quarles, inviata con tutti gli onori alla Biennale veneziana del 2022 grazie alla sua pittura che affronta temi legati all’identità razziale mischiando splatter surrealista con evocazioni digitali? Sembra già eclissata e questa volta Hauser & Wirth non sembra aver inciso nonostante tenti un disperato recupero con la sua personale a Los Angeles in programma dal 24 febbraio.
Dopo aver perso il 70% del suo valore tra il 2022 e il 2024, le case d’asta l’hanno dimenticata e la sola proposta del 2025 è stata «Tender», una minuscola composizione su carta rimasta invenduta a 8-10mila euro il 25 ottobre nell’asta dell’insignificante De Vuyst di Lokeren in Belgio. Che tenerezza per la povera Christina che sul red carpet era salita il 19 maggio 2022 con «Night Fell Upon Us Up On Us» aggiudicato per 4,5 milioni di dollari da Sotheby’s a New York e che oggi farebbe fatica a raggiungere i 500mila dollari con un calo di quasi il 90%. Nel titolo di quell’opera c’era già l’eclissi dell’ultracontemporaneo: «La notte cala su di noi».
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