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L’importanza di chiamarsi Al-Thani. Tutto ma proprio tutto dipende dalla famiglia reale del Qatar che ha un patrimonio di 335 miliardi di dollari, grosso modo come dieci manovre finanziarie in Italia. Il solo emiro Tamim bin Hamad Al-Thani ha sul suo conto personale 3 miliardi di dollari cash. Una somma simile ha a disposizione sua sorella, la sceicca Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al-Thani, presidente di Qatar Museums, l’ente nazionale che sovrintende alla gestione e alla promozione dei musei del Paese, attualmente dodici ma destinati a crescere a vista d’occhio con progetti faraonici. Non bisogna poi dimenticare il nipote dell’emiro Hassan bin Mohamed bin Ali Al-Thani che ha formato la più grande collezione di arte modernista araba al mondo con diecimila opere che costituiscono il nucleo centrale del Mathaf, il museo arabo d’arte moderna di Doha. Con gli Al-Thani a fianco si può andare lontano anche in un mondo in fiamme dove ogni regola è stata sovvertita con l’Europa bacchettata a Davos persino dall’ingrato Volodymyr Zelensky. Del resto, gas e petrolio non bastano più: l’arte, il mecenatismo, così come il lusso e lo sport, appaiono perfetti per dare vita a una nuova narrazione occultando con accuratezza ogni altra questione etica, anche la più spinosa. Ma non è certo l’America di Trump con gli squadroni neonazisti dell’Ice che incarcerano gli immigrati a poter dare lezioni di morale. Dopo i Mondiali di calcio del 2022, il Qatar si appresta a ospitare i mondiali dell’arte con la prima edizione di Art Basel Qatar in programma a Doha dal 5 al 7 febbraio. Un progetto ambizioso che ha tra i suoi obiettivi quello di mettersi al passo con gli altri Paesi della Penisola Arabica, in particolare con gli Emirati che hanno già un hub assai collaudato nell’ambito dell’arte contemporanea con la fiera di Abu Dhabi nata nel 2007 e da quest’anno entrata nella sfera di Frieze che inaugura la sua prima edizione in novembre. E dopo il Louvre, nella capitale degli Emirati aprirà finalmente il Guggenheim dopo una vicenda tormentata e un’infinità di rinvii. Il Qatar rilancia e si affida al più importante network al mondo nell’ambito delle fiere che ha tra i suoi supporter proprio la quarantaseienne sceicca Al Mayassa, laureata negli Stati Uniti e specializzata alla Sorbona di Parigi, collezionista tra le più contese che destina agli investimenti in arte ben un miliardo di dollari all’anno. Del suo scrigno fanno parte Rothko, Lichtenstein, Warhol, Bacon, oltre ai celebri «Giocatori di carte» di Paul Cezanne acquistati per 250 milioni di dollari. Il ruolo di Al Mayassa per il debutto di Art Basel Qatar lo riconosce anche Vincenzo de Bellis, direttore globale delle fiere di Basilea: «Abbiamo scelto il Qatar come sede della nuova fiera tenendo conto di quanto la visione della sceicca Al-Thani sia profondamente allineata con la nostra idea di costruire un percorso che generi sviluppo culturale e che abbia un impatto sulle generazioni future».
Un fondo da 557 miliardi
L’emira, com’è soprannominata, è stata il tramite per giungere a una partnership di lungo periodo tra Art Basel e Qatar Sports Investments (Qsi)a cui si aggiunge QC+, struttura di carattere creativo e organizzativo. Ma il nodo centrale è proprio Qsi, società d’investimento (già possiede il Paris Saint-Germain), collegata al fondo sovrano del Qatar istituito nel 2025 con 557 miliardi di asset in gestione collocandosi tra i primi dieci al mondo. Questa è la chiave di volta dell’operazione gestita con abilità e accortezza da parte della multinazionale svizzera che si assicura un sicuro introito concedendo il proprio know how. Sebbene in via ufficiale tutte le fonti lo smentiscano, non è affatto escluso che la relazione con Qsi prosegua stipulando altre partnership destinate a coinvolgere la galassia Art Basel. L’occasione del resto è ghiotta per ambo le parti e di fronte a un mercato europeo piuttosto sterile e a un sistema americano sempre più protezionista, non c’è dubbio che lo sbocco mediorientale faccia gola a molti tenendo conto delle straordinarie ricchezze disponibili e del circuito pubblico altisonante con nuovi musei in attesa di essere riempiti e prospettive che nel Vecchio Continente non sono nemmeno immaginabili. Al contrario degli Emirati, Doha è un terreno ancora tutto da esplorare e nei prossimi anni è prevista l’apertura dell’Art Mill Museum, un museo d’arte moderna e contemporanea dal 1850 a oggi di 80mila metri quadrati. Nella nuova città di Lusail poi nascerà il Lusail Museum progettato da Herzog & de Meuron di 11mila metri quadrati su cinque livelli che presenterà la più completa collezione di pittura e fotografia orientalista esistente.
Shirin Neshat, still da «Do U Dare!», 2025. Courtesy dell’artista e Lia Rumma Gallery, Milan/Naples
Gli italiani sono cinque
Certo, il collezionismo è ai primordi e la middle-class appare inesistente ma le famiglie dei super ricchi sono in grado di far svoltare il mercato. A Doha sono solo 87 le gallerie selezionate provenienti da 31 Paesi e non c’è da stupirsi che la lista d’attesa fosse infinitamente più lunga con oltre 500 pretendenti. Del resto i criteri per la partecipazione alla fiera curata dall’artista egiziano Wael Shawky, in quota Lia Rumma, appaiono molto stringenti con sole mostre personali collocate in spazi piuttosto piccoli di 30 metri quadrati e metà degli artisti provenienti da Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, il cosiddetto Menasa che spazia dal Maghreb all’India, indicando una nuova rotta dei mercati destinata a imporsi. «Per partecipare ci voleva il progetto giusto che purtroppo nel mio caso all’ultimo momento è saltato, afferma Franco Noero assente in Qatar ma affezionato ad Abu Dhabi. Nonostante questo, la fiera avrà successo e sono convinto che sia la strada giusta in una Regione dalle grandi potenzialità con un collezionismo per ora limitato ma molto aperto alle altre culture. La ricchezza non è tutto e gli investitori sono molto preparati con una particolare sensibilità verso le altre culture. Pensare all’Eldorado sarebbe un grave errore, ma è probabile che alla prossima edizione ci possa essere». Negli stessi giorni Noero, così come altri fedelissimi di Art Basel come Alfonso Artiaco, Kaufmann Repetto e Raffaella Cortese, espongono alla bolognese Arte Fiera, prevista dal 6 all’8 febbraio. Sono in cinque gli italiani che hanno il passaporto per Doha. Insieme a Lia Rumma che con Shirin Neshat va sul velluto, sono presenti la Galleria Continua con il camerunense ironico e trasgressivo Pascale Marthine Tayou, Massimodecarlo con il canadese di origini orientali Matthew Wong, morto suicida nel 2019 a soli 35 anni e diventato un fenomeno del mercato con prezzi anche superiori ai 2 milioni di dollari. Ma non manca nemmeno Cardi che propone a 2 milioni di euro «Senza titolo», grande installazione di Jannis Kounellis, così come Tornabuoni con «Titoli», rarissimo monocromo bianco con le lettere di Alighiero Boetti in vendita a 6 milioni di euro accanto a una Mappa da 3,3 milioni: «Il Qatar è una realtà tutta da scoprire e questa fiera così sofisticata appare sicuramente una scommessa persino un po’ velleitaria, spiega Michele Casamonti, responsabile di Tornabuoni. I collezionisti sono ancora pochi, ma estremamente facoltosi e preparati. In questo ambito, ciò che per me appare particolarmente stimolante è l’apertura di nuove realtà pubbliche che potrebbero premiare i grandi artisti italiani come Boetti».
«Becoming» è il titolo della fiera voluto da Shawky facendo riferimento alla rapida trasformazione del Golfo e alla spinta verso il cambiamento nell’ambito di un progetto curatoriale alternativo allo schema classico delle kermesse ormai intercambiabili. In un progetto che gli organizzatori definiscono meno transnazionale ma più esperienziale, sono 84 gli artisti in vetrina con il meglio della loro produzione, quasi fosse un’anteprima per supervip. Se le gallerie blue chip quali Gagosian, Hauser & Wirth, White Cube e David Zwirner hanno presentato rispettivamente Christo, Philip Guston, Georg Baselitz e Marlene Dumas, quest’ultima con un nuovo lavoro sul conflitto tra Israele e Palestina, la manifestazione è l’occasione per analizzare il mercato del Medio Oriente nelle sue differenti sfaccettature. Accanto ad alcune presenze già molto note tra cui Etel Adnan, Hassan Sharif e Simone Fattal, fanno il loro ingresso la qatariota Bouthayna Al Muftah che attraverso la tecnica del disegno, dell’incisione e della performance, riflette sulla memoria e sui rapidi cambiamenti sociali della sua terra, la saudita Lina Gazzaz che prende spunto dall’astrazione informale per la realizzazione di architetture visionarie, la libanese Caline Aoun che in una logica più minimalista indaga la relazione segnica accomunando la dimensione virtuale con quella reale. Sono queste alcune delle figure femminili sulla rampa di lancio rispetto a un mercato che guarda verso la Penisola Arabica con meno pregiudizi che in passato. Per uscire dalla depressione e dalle secche della crisi, il mercato cerca nuove voci e nuove geografie con il ricchissimo Qatar della dinastia Al-Thani che si candida ad essere una valida alternativa. La corsa per conquistare l’Emirato dove il denaro non dorme mai è iniziata.
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