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Negli spazi newyorkesi della galleria 30 opere grafiche dell’eclettica artista dialogano con oggetti rituali greco-romani, egizi e africani
- Alessia De Michelis
- 21 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Una veduta della mostra «Leonor Fini: A Practice of Transformation» da Colnaghi, New York
Il corpo come rito e metamorfosi: il pantheon di Leonor Fini da Colnaghi
Negli spazi newyorkesi della galleria 30 opere grafiche dell’eclettica artista dialogano con oggetti rituali greco-romani, egizi e africani
- Alessia De Michelis
- 21 maggio 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoli«La Sfinge è la custode della soglia, scriveva Leonor Fini nel 1975. Rappresenta il matrimonio tra il cerebrale e l’istintivo, l’umano e l’animale. È lo stato del “frattempo” in cui tutte le trasformazioni sono possibili».
Questo stimolante dialogo trans-temporale e cross-culturale prende vita a New York, negli spazi di Colnaghi, fino al 26 giugno, in cui la mostra «Leonor Fini: A Practice of Transformation» mette in reazione 30 opere grafiche dell’artista con oggetti rituali greco-romani, egizi e africani.
La mitologia personale dell’artista (Buenos Aires, 1907-Parigi, 1996) dialoga con il potere operativo delle figure africane e con la persistente carica simbolica dell’antichità, restituendo all’immagine lo statuto di presenza attiva e talismanica. Mondi popolati da sfingi, sacerdotesse feline e veggenti androgini si intersecano con maschere, reliquiari ed effigi ancestrali, invitando a leggere il corpo come un condotto, uno strumento di metamorfosi tra il regno del visibile e quello dell’invisibile. In questa dimensione, l’atto dell’apparire diventa intrinsecamente performativo, un teatro in cui l’identità si assume, si mette in scena e si trasforma. Il fulcro concettuale si sposta così sul continuum tra la maschera e lo sguardo: il nascondimento non è negazione, ma rivelazione, e l’identità stessa assume una valenza rituale. Il corpo inteso come territorio rituale di potere, in cui una comune sovranità ancestrale attraversa secoli e culture.
Al centro del suo universo espressivo risiede un «femminino totemico» condiviso: un pantheon personale di presenze protettive dove l’erotismo sacro si configura come forza vitale e di comando. È questa la chiave di lettura che rivela profonde risonanze tra le dominanti figure femminili, le sacerdotesse, e le forze di fertilità e continuità intrinseche nelle forme dell’arte africana, dove la sessualità si fonde indissolubilmente con la protezione.
Leonor Fini, «Autoritratto con una libellula»