Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Pacifico Silano, «Sunbather», 2026

Foto Barbara Rigon

Image

Pacifico Silano, «Sunbather», 2026

Foto Barbara Rigon

Il Sud queer di Pacifico Silano a Ostuni

La sua residenza artistica è stata preceduta da una fitta corrispondenza con il curatore, Michele Spinelli, che ha contribuito a creare una «geografia emotiva», congeniale alle sue modalità operative basate sull’uso di materiale d’archivio, oltre che sulla pratica fotografica

Anna Saba Didonato

Leggi i suoi articoli

Abitare il paesaggio con il proprio corpo, attraversarlo, sentirlo sulla pelle scottata dal sole e seccata dalla salsedine. Riconoscerlo dopo averlo immaginato e desiderato da lontano, rifuggendo la contemplazione distaccata. Preferire l’immersione osmotica nelle sue memorie e nella storia viva fatta di relazioni e stratificazioni culturali. Fino a farne parte e a mettersi in pari con i suoi ritmi lenti e dilatati, imposti dalle alte temperature che lo tengono sotto scacco d’estate. È questa la scelta compiuta dall’artista americano Pacifico Silano (Brooklyn, 1986), giunto a Ostuni per riflettere sul desiderio, la memoria e la possibilità di vivere il Sud. «Salt skin», questo il titolo della mostra, curata da Michele Spinelli e organizzata in collaborazione con la galleria romana Monti8, ospitata presso il Trullo Ulìa di Ostuni (Br), fino al 19 settembre (visitabile su appuntamento).

La sua residenza artistica è stata preceduta da una fitta corrispondenza con il curatore, che ha contribuito a creare una «geografia emotiva», congeniale alle sue modalità operative basate sull’uso di materiale d’archivio, oltre che sulla pratica fotografica. Alcune opere sono state create prima dell’arrivo in Puglia, alimentate da questo scambio di video, racconti di vita quotidiana e descrizioni atmosferiche locali. Suggestioni affettive mediate, che hanno trovato un completamento nell’esperienza diretta vissuta presso il Trullo Ulìa. Il manufatto architettonico di origini saracene, di proprietà di Spinelli e Simone Esposito, architetto responsabile del progetto di recupero e riqualificazione, non rappresenta semplicemente uno spazio destinato all’ospitalità artistica ma, in questo caso, funge da contesto critico in cui pratica artistica, vita quotidiana e architettura dialogano.

Nelle opere di Silano emerge un’idea di Sud restituita attraverso un immaginario che attinge alla cultura queer, alle riviste omoerotiche degli anni ’70 e ’80 e ai cliché cinematografici americani. I nuovi scatti, effettuati nelle campagne di Ostuni e sulla via Ulìa che conduce al mare, ritraggono i corpi maschili nelle posture e negli atteggiamenti dei modelli di immagini vintage, secondo un’iconografia d’affezione che Silano sente propria.

Passato e presente vengono rimodulati e composti in una visione in cui lo scarto temporale è annullato e la tensione è data dalle vibrazioni degli elementi compositivi. Le immagini accumulate vengono rifotografate dall’artista e intrecciate in collage, seguendo un procedimento che può essere ripetuto più volte, attingendo a diverse fonti, fino all’ottenimento del risultato voluto.

La giustapposizione e l’accostamento di immagini, i rimandi cromatici della partitura delle opere e le cesure, anche fisiche, non celate, creano una tensione estetica e concettuale che rendono l’opera accattivante e delicata allo stesso tempo. Fondamentale è la scelta dell’inquadratura, non tanto per ciò che include ma in ciò che esclude, così da orientare la narrazione o per evitare un riferimento esplicito. Sovente la volontà di isolare un particolare in funzione espressiva, porta Silano a scegliere lextreme close-up, mostrando volutamente la texture e i dettagli nascosti della superficie.

In questa narrazione, il corpo maschile non è sinonimo di forza ma rappresenta un’entità vulnerabile, che riveste un ruolo centrale nella narrazione. «Un corpo che dorme, suda , si sporca, desidera, attraversa il paesaggio senza separarsene mai davvero, spiega Spinelli. La dimensione queer del progetto non appare come dichiarazione ideologica esplicita, ma come pratica sensibile dell’abitare. È queer il modo in cui l’intimità si costruisce attraverso rituali condivisi; è queer la sospensione del tempo produttivo; è queer la possibilità di trasformare uno spazio rurale tradizionalmente associato alla famiglia patriarcale».

Pacifico Silano davanti alla sua opera, «Just Like Heaven», 2026. Foto Barbara Rigon

Anna Saba Didonato, 24 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Anna Saba Didonato

Leggi i suoi articoli

Il Sud queer di Pacifico Silano a Ostuni | Anna Saba Didonato

Il Sud queer di Pacifico Silano a Ostuni | Anna Saba Didonato