Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Margherita Panaciciu
Leggi i suoi articoliAlla Tornabuoni Arte Roma, la mostra «Passo a due» (dal 26 marzo fino al 23 maggio) si presenta come un raffinato dispositivo di lettura del Novecento, capace di restituire all’opera d’arte quella dimensione dialogica che la storiografia tende spesso a comprimere entro categorie e movimenti. Qui, al contrario, la storia si costruisce per relazioni, legami d’amicizia, riconoscimenti reciproci e divergenze teoriche, complicità e frizioni che trovano nella forma epistolare il loro luogo più autentico. Il percorso si articola infatti in coppie di artisti, accostati non solo per affinità linguistiche o prossimità cronologiche ma per il tramite di lettere. In questo senso, l’esposizione «mette in conversazione» le opere riattivando un tempo condiviso.
Emblematica è l’apertura affidata al dialogo tra Trilussa e Filippo de Pisis, dove la leggerezza apparente del verso nasconde una riflessione acuta sulla ricezione dell’arte: «Tu pe’ parla addoperi er colore io pe’ dipigne uso la parola». E poco oltre, con disincanto: «tu resti un giocoliere de pennelli / ed io […] quello delle “favolette”». In queste righe si condensa uno dei temi portanti della mostra: la distanza tra intenzione artistica e percezione pubblica, tra complessità del linguaggio e semplificazione dello sguardo. Su un piano diverso, ma altrettanto rivelatore, si colloca la lettera di Renato Guttuso a Pablo Picasso (1953), dove l’omaggio si fa dichiarazione collettiva: «Le elezioni italiane e la tua esposizione hanno cambiato la nostra vita […] ti amiamo molto e ti abbracciamo». Qui l’opera di Picasso si configura come catalizzatore politico e simbolico, capace di incidere sul vissuto quotidiano di un’intera generazione.
Dadamaino, «1960». Courtesy of Tornabuoni Art
Gastone Novelli, «Omaggio all’indecenza», 1959. Courtesy of Tornabuoni Art
Il rapporto tra arte e sistema emerge con forza nella lettera di Piero Dorazio a Gino Severini (1963), dove la tensione si traduce in aperta protesta: «i critici d’arte […] ci comandano a bacchetta, togliendoci la libertà, la dignità e la serenità». Un passaggio che restituisce il clima di conflitto tra artisti e critica militante, anticipando dinamiche che restano sorprendentemente attuali. La dimensione più teorica e quasi esistenziale del dialogo artistico trova invece espressione nelle lettere di Lucio Fontana. Scrivendo a Paolo Scheggi, Fontana afferma: «le arti non sono “che” una delle manifestazioni dell’intelligenza […] nel tempo siamo “nulla”». Parole che dischiudono una riflessione radicale sulla condizione umana e sul senso stesso del fare artistico, mentre nella corrispondenza con Jef Verheyen emerge la dimensione collaborativa della ricerca: «non è questione di un allievo, ma la continuazione di un’idea».
È forse in questa tensione tra individualità e continuità che si coglie uno dei nuclei più profondi della mostra. Non meno significativa è la posizione di Gastone Novelli nel 1968, nel pieno delle contestazioni: «Un artista impegnato fa opere che di per se stesse contestano il sistema». Qui l’opera è intesa come gesto intrinsecamente critico, capace di agire all’interno delle strutture che la ospitano.
Accanto a queste voci più esplicitamente teoriche o politiche, l'allestimento lascia spazio anche a registri più intimi e quotidiani, come nella lettera di Alberto Burri a Afro Basaldella: «prendi un aereo e vieni a passare il Natale qui. Abbiamo spazio e c’è molto sole». Un invito semplice, quasi domestico, che restituisce la dimensione umana delle relazioni tra artisti, lontana da ogni retorica. A chiudere idealmente il percorso, la folgorante sintesi di Marshall McLuhan su Luciano Ori: «Lei ha creato un programma visivo molto vocale per il nuovo teatro globale». Una frase che sembra restituire, in forma teorica, l’intuizione curatoriale dell’intera mostra: l’arte come sistema di comunicazione espanso, come rete di scambi che travalica l’opera per farsi ambiente, relazione e linguaggio condiviso.
Dalla mostra «Passo a due» pare così emergere un Novecento meno monolitico e più corale, fatto di voci che si rispondono a distanza, di idee che si trasformano nel passaggio da un artista all’altro.