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Il gallerista Matteo Salamon

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Il gallerista Matteo Salamon

«Il Novecento è classico!», parola di Matteo Salamon

Il gallerista, che rappresenta la terza generazione di una storica dinastia di mercanti d’arte, riflette sul mestiere dell’antiquario, sulla formazione dello sguardo e sul dialogo continuo tra arte antica e moderna

Monica Trigona

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Nel suo percorso c’è stato un incontro preciso - un’opera, un artista, una collezione - che ha rappresentato il vero punto di svolta nella sua scelta professionale?
Quando ero giovane la mia galleria si occupava prevalentemente di pittura di veduta e di disegni d’epoca barocca. Poi circa vent’anni fa un mio amico collezionista mi chiese di aiutarlo nella vendita di una incantevole tavola a fondo argento, opera di Bernardo Daddi: si trattava di una «Crocifissione», con la Vergine e san Giovanni Evangelista dolenti a figura intera; e oggi, a riprova della sua importanza, la tavola fa parte della prestigiosa collezione Alana a Newark. Per me fu una folgorazione: l’arte dei «primitivi» italiani, in particolar modo dei seguaci di Giotto, mi aveva affascinato fin da quando ero ragazzo, ma in un certo senso mi incuteva anche timore. Temevo di non essere all’altezza di un settore che, ancora nei primi anni 2000, era competenza pressoché esclusiva di poche rinomate gallerie internazionali. Invece questa fu l’occasione di confrontarmi, per la prima volta nella carriera, con le perizie lasciate dai numi tutelari della storia dell’arte italiana, a partire naturalmente da Federico Zeri. Zeri l’avevo conosciuto negli anni Novanta, e ne avevo avuto modo di saggiare, oltre al risaputo acume di conoscitore, anche la profonda consistenza umana, e allo stesso tempo la sottigliezza divertita con cui si confrontava con le persone. Quando mi sono dedicato alla vendita del dipinto di Daddi ho avuto subito la percezione che l’amore per i primitivi mi avrebbe portato, nel tempo, ad incontrare studiosi di uno spessore intellettuale fuori dall’ordinario: degni eredi di Berenson e Offner, di Longhi, Previtali e appunto di Zeri, che era venuto a mancare alla fine del 1998. La vendita della tavola fu per me un successo, sia a livello professionale che soprattutto personale.

Lei ha vissuto il mercato prima che diventasse iper-strutturato, globalizzato e narrativo.  Quali dinamiche del mercato attuale la incuriosiscono e quali invece la tengono deliberatamente distante?
Sono un ragazzo del secolo scorso e come tale sono incline alla nostalgia. Sia chiaro: ritengo che il mondo iper-strutturato e globalizzato di oggi offra delle possibilità impensabili fino a pochi anni fa. Per avere un parere, pressoché istantaneo, oggi basta la foto di un’opera, scattata col telefonino, e l’invio della stessa ad un esperto. Quando ho cominciato a fare questo mestiere non esistevano le foto digitali, non esistevano le mail né tantomeno i messaggi istantanei. Per avere un parere critico occorreva far fotografare l’opera ad un professionista, sviluppare il rullino, inviare per posta o corriere l’immagine ad uno studioso e aspettare trepidante per giorni la risposta. Tutto questo però aveva il sapore dell’autenticità: l’attesa alimentava la voglia di mettermi io stesso a studiare sui libri. Ecco appunto: i libri. Per me la conoscenza passa attraverso i cataloghi degli artisti e gli articoli delle riviste, non di centro attraverso il web e meno che mai attraverso l’Intelligenza Artificiale, che invece offre solo l’illusione della conoscenza. Ovviamente lo stesso accade per il mercato: i contatti sono oggi di sicuro più veloci, ma il mercato per me è fatto di rapporti umani. Guardarsi negli occhi è necessario per affinare un sentimento di fiducia reciproca tra me e il collezionista, che non sarebbe certo possibile costruire attraverso i mezzi digitali. Inoltre, i rapporti tra mercanti e amatori si basano sulla discrezione, e i social sono per loro stessa natura nemici di ogni discrezione.

L’apertura verso l’arte moderna nasce anche dal desiderio di continuare a farsi sorprendere?
In realtà non si tratta di un’apertura così recente. Anni fa per la mia galleria passò un capolavoro di Giorgio De Chirico: «Piazza Italia», dipinto del 1951. De Chirico non era solo un artista: era un romanziere, un poeta, soprattutto un teorico del classicismo nella pittura moderna. A pensarci bene i miei gusti si sono orientati sempre verso gli autori che nutrivano le loro espressioni figurative di una solida cultura del passato, oltre che naturalmente delle singole esperienze individuali. De Chirico per tutta la vita ha copiato le opere nei musei, quasi fosse un apprendista alle prime armi. E la propensione, secondo le sue stesse parole, al «mestiere dell’arte» in un certo qual modo è analoga alla mia disposizione verso il «mestiere» dell’antiquario.

 

 

Il gallerista Matteo Salamon

La sua ricerca di opere «genuine», mai transitate dal mercato, è quasi un gesto etico oltre che commerciale. In che modo questo approccio cambia - o si complica - quando ci si confronta con l’arte moderna, dove la storia espositiva e il mercato sembrano spesso inseparabili?
In realtà in questo senso non c’è grande differenza tra opere d’arte antica e moderna. Anche alcuni dipinti del Rinascimento o del Barocco sono riproposti periodicamente sul mercato – talvolta con attribuzioni diverse – da parte delle case d’asta e dei galleristi. Io voglio offrire alla mia clientela opere che incontrino il gusto dei mecenati, al punto di rimanere nelle loro collezioni per un lungo intervallo di tempo, magari per più di una generazione. Un dipinto proposto diverse volte sul mercato, nello stesso giro d’anni, è sostanzialmente un dipinto di cui i proprietari si vogliono disfare, e per questa ragione non fa al caso mio. Ho avuto la fortuna di ereditare una galleria che con me è giunta alla terza generazione, e che ha alle spalle settantacinque anni di storia. È vero che con mio nonno e mio padre gli ambiti di specializzazione erano diversi: in particolare la Galleria Salamon fino agli anni Ottanta si occupava di stampe antiche. Ma i collezionisti che venivano ad acquistare le incisioni erano anche appassionati di pittura antica: dunque ho potuto contare su rapporti già sedimentati, dai quali ho tratto spunto per dedicarmi a settori diversi del mercato. Inoltre, proprio la tradizione della Galleria Salamon è stata un incentivo costante per gli amatori. Io stesso svolgo questa professione da oltre trentacinque anni, e la serietà che ho dedicato al mio lavoro è stata premiata talvolta da collezionisti che non conoscevo, ma che evidentemente avevano sentito di parlare di me e dunque mi hanno offerto per la vendita veri e propri tesori.

Ha costruito il suo gusto attraversando secoli di arte, dalla pittura primitiva al Novecento. Cosa riconosce nell’arte moderna che le parla la stessa lingua emotiva o intellettuale delle opere antiche che ama da sempre?
La mia galleria ha sede a Milano in Palazzo Cicogna, nel medesimo edificio che a piano terra ha ospitato, fino agli anni Sessanta, lo studio di Lucio Fontana. Se come afferma Montanari il patrimonio culturale esprime la biografia spirituale di chi abita un territorio, io da parte mia posso dire di lavorare in un condominio e in un quartiere nel quale sono sorte alcune delle testimonianze più importanti dell’arte italiana del secondo Novecento. E sono ovviamente orgoglioso di partecipare alla memoria di queste esperienze. Proprio il contatto con un certo tipo di tradizione mi porta a guardare all’arte moderna con gli stessi occhi con cui guardo la pittura antica. In entrambi casi il requisito fondamentale è la qualità esecutiva. Lo Spazialismo di Fontana aveva una profonda connessione con la cultura accademica. A Brera un maestro di classicismo come Adolfo Wildt lo aveva battezzato quale suo erede naturale. Il passaggio all’astratto per Fontana era una conseguenza necessaria delle nuove forme espressive nate dopo la guerra mondiale, ma non era ipso facto una negazione del passato. Anch’io ho formato i miei gusti sull’eredità dei secoli trascorsi, e per questa ragione cerco nell’arte moderna gli autori che riescano ad emozionarmi quanto i primitivi.

La sua clientela si fida del suo occhio più che delle mode. Quando propone un’opera moderna, sente di doverla difendere di più rispetto a un dipinto antico, o la fiducia costruita negli anni rende superflua qualsiasi «giustificazione»?
Partiamo da un assunto: io non sono uno «scopritore» di artisti emergenti. Non mi occupo dunque di autori contemporanei, innanzitutto perché non ho la competenza per farlo. Rivolgo i miei interessi solo ad artisti già storicizzati e non mi impegno a individuare nuove correnti, come pure fanno molti autorevoli colleghi. Inoltre, come ho già detto, non amo acquistare le opere nelle aste internazionali, né da altri galleristi, ma prediligo i collezionisti che conosco da tempo e i cui gusti spesso coincidono con i miei. Fra amatori e galleristi si instaura sovente un rapporto di fiducia personale, che necessariamente va oltre le mode del periodo. Inoltre, un’opera storicizzata per sua stessa natura si difende benissimo da sola. Per nostra fortuna viviamo in un’epoca in cui il giudizio dei critici sull’arte italiana, almeno fino agli anni Settanta del Novecento, è ormai piuttosto unanime e sedimentato. Molti degli artisti, dei quali veniva enfatizzato il carattere rivoluzionario, sono oggi considerati giustamente dei portavoce della tradizione. I Fontana, Burri, Vedova, Capogrossi, Baj e molti altri oggi fanno parte del Pantheon dell’arte italiana quanto i maestri del Rinascimento. Io quantomeno riconosco il loro carattere di «classici», pure all’interno, sia chiaro, di una nuova sintassi formale.

Se dovesse spiegare a un giovane collezionista perché un antiquario «classico» come lei oggi guarda anche al Novecento direbbe che è un ampliamento naturale del tuo sguardo o una forma di resistenza personale a un’idea troppo rigida di tradizione?
Ma il Novecento è «classico»! Da almeno mezzo secolo la critica d’arte ha subito quella sospirata metamorfosi che già i futuristi e le prime avanguardie agognavano. Ormai nessuno più per fortuna contesta il valore storico di esperienze come l’Informale, l’Arte Povera o la Transavanguardia; e la critica d’arte si è aperta alle nuove correnti, al punto talvolta di anticiparle e guidarle. Da parte mia ritengo che qualsiasi autore oggi considerato «classico», nell’epoca in cui è vissuto sia stato a suo modo un rivoluzionario. L’arte vive di «strappi» e di «tagli» da ben prima dei «Concetti spaziali» di Fontana.

Quali sono le correnti o gli artisti del secolo breve che l’hanno più impressionata?
In realtà il Novecento per quanto concerne l’arte è stato un secolo eccezionalmente lungo, per la quantità di esperienze che si sono succedute, in modo quasi forsennato, decennio dopo decennio. Per quanto mi riguarda amo soprattutto le correnti che hanno trovato espressione nella nostra penisola: dalla Ricostruzione futurista dell'universo di Balla e Depero al Ritorno all’ordine, dal Realismo magico di Casorati al movimento spazialista. L’Italia ha partecipato a tutte le tendenze artistiche che sono sorte in Europa e nel mondo dall’inizio del XX secolo fino ad oggi, anche se talvolta nella narrazione comune il suo ruolo è stato relegato a quello di un Paese di seconda fascia. Non è così: l’Italia ha mostrato sempre una vivacità intellettuale pari a pochi altri Paesi al mondo. E compito di noi galleristi è quello di illustrare e divulgare l’altissima qualità raggiunta da opere e artisti dal valore talvolta non ancora pienamente riconosciuto a livello internazionale.

 

 

 

Monica Trigona, 26 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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