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Diego Rivera, «Donna seduta con fiori», 1944, Città del Messico, Colección de Arte BBVA México

© Banco de México 

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Diego Rivera, «Donna seduta con fiori», 1944, Città del Messico, Colección de Arte BBVA México

© Banco de México 

Il Messico e la modernità nell’arte: Diego Rivera (e non solo) ai Musei Capitolini

Con quasi 150 opere, l’esposizione romana presenta anche capolavori di artisti come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl, Saturnino Herrán e molti altri

Gianfranco Ferroni

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Per Claudia Curiel de Icaza, secretaría de Cultura del Gobierno de México, «Diego Rivera occupa un posto centrale nella storia dell’arte moderna, avendo fatto della pittura uno strumento privilegiato di pensare e rappresentare il Messico: le sue radici, il suo popolo, le sue lotte, la sua memoria e il suo ruolo nel mondo. La sua opera ha trasformato le superfici murali degli spazi pubblici in luoghi di educazione, identità e confronto, proiettando la forza culturale del Messico ben oltre i confini nazionali». 

Rivera (1886-1957) amava gli artisti italiani, tra i quali Eugenio Landesio, Francesco Coghetti, Francesco Podesti, Giovanni Silvagni e Sandro Botticelli. Alla fine del 1920 grazie ad un viaggio di studio in Italia analizzò l’opera di maestri come Giotto, Masaccio e Michelangelo Buonarroti. I suoi appunti e schizzi documentano studi sulla luce, sulla scala monumentale e su soluzioni compositive che sarebbero divenute fondamentali per la sua concezione del murale come pittura integrata nello spazio architettonico. Durante questo percorso realizzò, inoltre, numerosi disegni di sculture e collezioni archeologiche, reinterpretando il mondo classico secondo uno sguardo moderno e personale. Come uno schizzo del busto di Epicuro conservato ai Musei Capitolini, in cui il modello solenne viene rielaborato attraverso tratti liberi ed espressivi. 

A Roma proprio i Musei Capitolini-Villa Caffarelli ospitano la mostra «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo», fino al 13 dicembre: con quasi 150 opere, l’esposizione presenta anche capolavori di artisti straordinari come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl, Saturnino Herrán e molti altri. Ad arricchire il percorso alcuni video e fotografie, con Rivera immortalato da Tina Modotti. Quattro le sezioni: «Accademia e tradizione-La formazione di Rivera», dove si esplora il confronto con l’eredità ottocentesca e le genealogie del mestiere, tra accademie e scuole di belle arti, per comprendere le radici tecniche e culturali della modernità messicana. Quindi, «Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee-Gli anni europei», con focus sui dialoghi con cubismo e avanguardia, e sull’apporto originale degli artisti messicani alla scena internazionale attraverso una sintassi visiva nuova. Ecco così «Il Rinascimento culturale messicano», per analizzare la stagione successiva alla Rivoluzione quando arti visive, letteratura, architettura e musica convergono nella definizione di una moderna identità nazionale, fondendo retaggio precolombiano, tradizioni popolari e istanze sociali. Infine, «Oltre il Realismo sociale», per esaminare la disseminazione di modelli e idee oltre i canoni del Muralismo, verso ricerche che ampliano il lessico dell’arte moderna messicana e ne attestano la vitalità nel lungo periodo. 

Rivera era un rivoluzionario, impegnato nell’arte di carattere sociale, influenzato dal Surrealismo, sostenendo la visita di André Breton in Messico nel 1938 e ospitandolo nella propria casa di Coyoacán. Rivera sapeva inserirsi nei dibattiti culturali internazionali e di riconoscere la forza dell’irrazionale, dell’onirico e del simbolico, senza dimenticare l’ironia e la voglia di esplorare il mondo del fantastico. Ma la sua capacità era di assorbire le lezioni delle correnti più moderne: il Muralismo e la democratizzazione dell’arte hanno concentrato l’attenzione del pubblico solo su un aspetto particolare di Rivera, in grado di rivelare, con nature morte e paesaggi paradisiaci (il «Paesaggio di Le Piquey», del 1918, vale la visita all’esposizione romana), una straordinaria capacità tecnica. Leo Matiz e Tina Modotti che fotografano Rivera mentre inizia un murale offrono alla storia la visione di un artista che si dedica alla collettività per promuovere la giustizia sociale. Lo stesso Rivera dona la sua ricerca intimista con Frida Kahlo, attraverso opere in cui la femminilità viene esaltata. Ma a dominare, in comune con altri artisti messicani, ci sono la Santa Muerte e il Día de los Muertos, ovvero le origini di Halloween, e poi Calaveras de alfeñique.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è prodotta in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e con il Museo Kaluz di Città del Messico, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e con il patrocinio di Inbal, Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura del Messico e dell’Ambasciata del Messico in Italia. L’esposizione è curata da Miguel Fernández Félix, direttore del Museo Kaluz, e Alberto González Torres, che guida il Museo Robert Brady.

Una veduta della mostra «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo» ai Musei Capitolini-Villa Caffarelli di Roma. Foto Wps

Gianfranco Ferroni, 08 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Il Messico e la modernità nell’arte: Diego Rivera (e non solo) ai Musei Capitolini | Gianfranco Ferroni

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