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Il Fregio di Klimt resta a Vienna

Flavia Foradini

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Dipinto da Gustav Klimt nel 1902 in omaggio al musicista tedesco, il Fregio di Beethoven (nella foto, un particolare dell’opera lunga 34 metri), non verrà restituito e resterà nei sotterranei della palazzina della Secessione viennese dove è esposto dal 1986, anche se appartiene alle collezioni del Belvedere. Lo ha stabilito un’apposita commissione dopo uno stillicidio di mesi. Il nucleo della motivazione: la vendita da parte di Erich Lederer alla Repubblica nel 1972 fu corretta e il divieto di esportazione che pur pesava sulla transazione fu ininfluente: «Se Lederer non avesse venduto, è pensabile che avrebbe ottenuto il permesso di esportazione», ha stabilito all’unanimità la commissione. La vicenda è intricata e numerosi sono gli esperti che hanno sostenuto la restituzione e si dicono esterrefatti per il verdetto. «Un’eclatante decisione sbagliata», ha commentato Sophie Lillie. Attualmente impegnata nella Task Force che sta contribuendo a vagliare la collezione di Cornelius e Hildebrand Gurlitt, ma esperta di restituzioni austriache, la storica dell’arte fa riferimento a un verbale ministeriale del 1971 in cui si farebbe riferimento alla necessità di contrastare «con il divieto di esportazione il pericolo di un precipitoso trasferimento all’estero». Dello stesso tenore è Jane Kallir, esperta di arte austriaca tra ’800 e ’900: «Non c’è dubbio che negli anni ’50 e ’60 il divieto di esportazione sia stato utilizzato dal Governo per costringere Erich Lederer a vendere il Fregio. La soluzione è sedersi attorno a un tavolo e trovare un compromesso che lasci l’opera a Vienna, ma renda giustizia ai proprietari originari». Anche il legale della famiglia Lederer, Alfred Noll, sostiene che «con sconvolgente chiarezza è dimostrato che per vent’anni Erich Lederer fu oggetto di pressioni perché vendesse il Fregio e il divieto di esportazione è in stretto rapporto con la transazione. Raramente ho trattato un caso così evidente». Lo strascico di polemiche si trascinerà ancora a lungo. Il prossimo nodo verrà al pettine invece già nel prossimo futuro: il Belvedere ha avanzato infatti dubbi sulle qualità, dal punto di vista conservativo, della sala che ospita il Fregio alla Secessione. E lancia un ballon d’essai che sembra mirare a un trasferimento nel Palazzo di Eugenio di Savoia. Una manovra che pare inoltre celare il desiderio di compensare con un asso nella manica il buco lasciato nelle collezioni del Belvedere dalle numerose opere di Klimt restituite negli ultimi anni, prima fra tutte la «Adele d’oro» Bloch-Bauer.

Flavia Foradini, 31 marzo 2015 | © Riproduzione riservata

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