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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliIl Musée de l’Orangerie di Parigi accoglie un nucleo di opere di Henri Rousseau provenienti dalla Barnes Foundation di Filadelfia, primo prestito internazionale della celebre collezione statunitense, reso possibile dalla revisione giuridica del 2023 che autorizza la Barnes a far viaggiare, oltre i confini della Pennsylvania (benché entro limiti rigorosi), i capolavori iconici delle sue gallerie permanenti. Una decisione storica che consente ora l’incontro in Europa di due tra le maggiori raccolte al mondo di opere del pittore francese noto anche con il nome di Rousseau il Doganiere (1844-1910). Già presentata a Filadelfia lo scorso ottobre, la mostra «Henri Rousseau. L’ambition de la peinture» è a Parigi dal 25 marzo al 20 luglio. In una nota il museo parigino spiega i legami storici che uniscono le due istituzioni. La creazione delle due raccolte affonda le radici nel ’900 e si deve a Paul Guillaume (1891-1934), mercante parigino visionario, la cui collezione personale d’arte impressionista e moderna, con opere di Renoir e Cezanne, Gauguin e Monet, è stata acquisita dallo Stato francese tra il 1959 e il 1963 ed è confluita in parte nei fondi del Musée de l’Orangerie. Della cinquantina di opere di Henri Rousseau riunite da Guillaume, nove oggi sono all’Orangerie, a cui si aggiungono acquisizioni posteriori. Paul Guillaume fu anche l’intermediario attraverso il quale il collezionista americano Albert C. Barnes acquisì 18 dipinti di Henri Rousseau. La mostra riunisce una cinquantina di lavori provenienti dai due fondi principali e da prestiti internazionali, tra cui «La Bohémienne endormie» (1897) del MoMA di New York, ricostruendo l’evoluzione stilistica dell’artista e la rete di collezionismo e mercato che ne sostenne la rivalutazione critica postuma.
Recenti analisi scientifiche condotte sui dipinti dalla Barnes Foundation e dal Centre de recherche et de restauration des musées de France, a Parigi, hanno permesso inoltre di approfondire la conoscenza della pratica pittorica dell’artista e di studiare la coerenza materiale del corpus. Nato a Laval nel 1844, Rousseau, di origini modeste, giunse a Parigi come impiegato dell’octroi, l’ufficio comunale del dazio, lavoro che gli valse il soprannome di Doganiere. Solo nel 1893, a 49 anni, si dedicò interamente alla pittura. Autodidatta, rifiutato al Salon officiel, espose al meno selettivo Salon des Indépendants, accanto alle avanguardie. E malgrado le critiche per il suo stile naïf, Rousseau perseguì con determinazione il suo progetto professionale: diversificò generi e committenze, dipinse paesaggi destinati alla vendita, ritratti più intimi per la borghesia parigina e grandi composizioni destinate agli spazi pubblici. La mostra parigina, curata a più mani da Juliette Degennes, Nancy Ireson, conservatrici rispettivamente all’Orangerie e alla Barnes, e Christopher Green, docente al Courtauld Institute of Art di Londra, insiste proprio su questa «ambizione della pittura», per cui l’artista non smise mai di cercare legittimazione nel sistema dell’arte moderna, coltivando relazioni con mercanti, critici e collezionisti. Tra le scene di giungle, dipinte senza aver mai lasciato la Francia, ispirandosi a giardini botanici, zoo e illustrazioni coloniali, sono esposte: «La Charmeuse de serpents» (1907, Musée d’Orsay) e «Combat de tigre et de buffle» (1908, Cleveland Museum of Art), oltre ai prestiti Barnes come «Mauvaise surprise» (1899-1901).
Henri Rousseau, «La Noce», 1905. Foto © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie), Hervé Lewandowski