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Antanas Sutkus, «Aklųjų mokykla, Žaidimai II.», 1962

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Antanas Sutkus, «Aklųjų mokykla, Žaidimai II.», 1962

Il Contemporary Art Center di Vilnius si apre al pubblico, alla società e agli artisti lituani

Il nuovo direttore del Cac, Valentinas Klimašauskas, punta su generosità e trasparenza. Previste l’apertura del pianoterra del museo per mostre e l’inaugurazione di una nuova libreria, un negozio di design e un bar

Anna Aglietta

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Da poco più di un anno, il Contemporary Art Center (Cac) di Vilnius, in Lituania, vanta un nuovo direttore: Valentinas Klimašauskas, classe 1977, ha un’esperienza pluridecennale nel settore dell’arte contemporanea, come curatore e saggista. In occasione dell’apertura della prima mostra da lui curata per il Cac, «Superglue, or Inventing the Friend», aperta dal 30 aprile al 6 settembre, l’abbiamo incontrato per discutere della recente nomina e delle sue aspirazioni per il Cac.

Quali sono i suoi obiettivi per i prossimi anni? Che cambiamenti vuole portare al museo?
Il Cac sta attraversando un momento di cambiamento e trasformazione. Innanzitutto, con il mio arrivo: dalla sua nascita nel 1992, fino alla mia nomina nel 2024, l’istituzione ha vissuto un periodo di stabilità sotto la guida dello stesso direttore, Kęstutis Kuizinas. Inoltre, sempre nel 2024, il Centro ha acquisito una seconda sede, il Sapieha Palace, raddoppiando il numero di dipendenti e di progetti. È quindi necessario rivederne completamente la struttura, trasformarlo. Contemporaneamente, voglio ripensare la relazione tra il Centro, l’arte contemporanea, altre istituzioni di arte e il pubblico. Ho sentito spesso parlare del Cac come di un centro modernista, sperimentale, avant-garde, ma anche come un luogo freddo, arrogante, non trasparente, rinchiuso in una bolla. Il mio obiettivo è renderlo un’istituzione leader nella regione, che possa rivolgersi al pubblico e incoraggiare un dialogo sui temi e le problematiche più importanti della società contemporanea.

Il mondo sta attraversando un momento complesso, dal punto di vista sociale e politico, e per molte persone l’arte può apparire secondaria. Le istituzioni come il Cac come possono rimanere rilevanti?
Sono diventato direttore del museo poco più di un anno fa e il mondo è già cambiato molto da allora. Qui in Lituania l’idea della guerra, del mondo come luogo pericoloso, è molto presente. Non siamo lontani dalla Russia e siamo spesso sorvolati da droni militari. Quindi la domanda è: che cosa possiamo fare, come istituzioni artistiche, in questo mondo estremamente frammentato, polarizzato e militarizzato? Io vorrei che il Cac diventasse un luogo in cui la gente viene e si sente al sicuro, in cui può riflettere su quello che sta accadendo, in cui parlare di pace, in cui creare relazioni e connessioni.

Quali valori guidano questa missione ambiziosa?
Una delle parole chiave della mia visione per il Cac, una parola che è uscita anche durante i miei colloqui e nel mio vision statement, è la generosità: generosità verso i dipendenti, verso gli artisti, verso i partecipanti ai nostri programmi e verso il pubblico che viene in visita. Un altro concetto importante è l’apertura, la trasparenza. Non solo stiamo creando le basi per una maggiore trasparenza sul processo di selezione degli artisti, sulle decisioni dei comitati e dei consigli, ma ci apriremo anche di più agli esterni. Gli artisti potranno incontrare i nostri curatori, grazie a sessioni regolari di revisione dei portfoli; al pubblico, invece, vogliamo aprire il pianoterra del museo, gratuitamente, in cui si terranno mostre e dove inaugureremo presto anche una nuova libreria, un negozio di design e un bar.

Passando invece alla mostra da lei curata, «Superglue, or Inventing the Friend»: più parliamo e più mi sembra che la mostra rappresenti in maniera tangibile la sua visione per il Cac e per il mondo dell’arte.
Per me è molto importante iniziare questo capitolo come direttore con un gesto simbolico. Questa mostra rappresenta un’apertura alla società lituana, al pubblico, ma anche ai nostri artisti. Nel nostro mondo così frammentato, ho voluto riflettere sulla nostra connessione con l’arte e con l’altro, sul ruolo dell’arte contemporanea. L’idea di «inventarsi un amico» viene da un italiano, Umberto Eco: nel suo saggio Costruire il nemico riflette su come le nazioni vengano unite da un nemico comune e su come, quando non c’è un nemico, diventi necessario crearne uno. Ma non viviamo in un mondo in cui abbiamo bisogno di ulteriori nemici. I conflitti attuali, i social media, l’Intelligenza Artificiale hanno già contribuito a creare una società polarizzata, dominata da valori contrastanti. Con questa mostra ho voluto immaginare una struttura nuova, in cui pensare al diverso, in cui accettare le differenze tra le persone, tra le nostre storie, tra le opere d’arte.

Che cosa può aspettarsi chi viene in visita?
L’ispirazione alla base della mostra è il film del 1968 «When I Was a Child» di Algirdas Araminas, in cui un gruppo di studenti visitano una delle prime mostre dell’Art Exhibition Palace (oggi il Cac). Gli insegnanti cercano di spiegare loro le opere, esempi di un’arte estremamente moderna, alta, raffinata, in un edificio freddo e moderno, ma gli adolescenti faticano a capire e ridono. Due di loro poi scappano dal gruppo, dal museo, ed è così che si innamorano. «Superglue» comunica con il film: esponiamo le opere che erano state filmate allora, negli stessi spazi, e le mettiamo in dialogo con lavori contemporanei, principalmente di artisti locali ma non solo. L’idea di generosità si traduce qui nell’abbondanza e pluralità di opere e figure, all’opposto del white cube. Le sale sono affollate di opere d’arte, di stili, dimensioni approcci diversi, di storie. La fotografia occupa per me uno spazio speciale, ma ci sono anche video, sculture, dipinti, creazioni sonore. Giochiamo anche con l’architettura, con gli specchi, con installazioni in movimento.

Anna Aglietta, 29 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Il Contemporary Art Center di Vilnius si apre al pubblico, alla società e agli artisti lituani | Anna Aglietta

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