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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliL’epopea barocca è molto riconoscibile, quasi come il Rinascimento italiano. Un periodo durante il quale i sensi umani maggiormente si pongono sulla «scena» e la scienza diventa centrale, anche scontrandosi con la religione: si afferma così il primato della coscienza, al centro del gran teatro dell’esistenza umana. Le premesse da cui prende forma la modernità del mondo occidentale, visivamente, sono analizzate nella mostra «Barocco. Il Gran Teatro delle Idee», visitabile dal 21 febbraio al 28 giugno al Museo Civico San Domenico di Forlì: articolate in dieci sezioni, curate da Cristina Acidini, Fernando Mazzocca, Enrico Colle, Daniele Benati e Andreas Dehmer, si susseguono oltre 220 opere di Bernini, Borromini, Guercino, Reni, Van Dyck, Rubens, Poussin e Pietro da Cortona, fino a Bacon, de Chirico e Boccioni, provenienti da 70 tra raccolte private e musei italiani e internazionali tra cui l’Albertina di Vienna, il Prado di Madrid, i Musei Vaticani, gli Uffizi, Capodimonte di Napoli, le Gallerie di Palazzo Barberini e Corsini di Roma. A introdurre la mostra è il direttore Gianfranco Brunelli.
Quali sono le basi della mostra?
Tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600 Roma richiama i migliori talenti artistici, le élite intellettuali, gli spiriti eccelsi dei nuovi ordini religiosi (gesuiti, cappuccini, teatini, oratoriani) nel clima della riorganizzazione politica e religiosa promossa dalla Riforma cattolica e dalla Controriforma del Concilio di Trento. L’arte è così al centro della riconquista della cristianità da parte del papato, ne diviene il linguaggio espressivo. E quel che verrà, in maniera dispregiativa, chiamato Barocco ne è la cifra simbolica. Va peraltro sottolineato che il Barocco è l’unica fase della civiltà in cui i conflitti che si agitano non vengono superati rimuovendoli, come nel Classicismo, ma prendendone coscienza e trasformandoli in una energia emozionale soggettiva, come sottolinea bene Panofsky. Inizia così la modernità: viaggiano gli artisti, viaggiano le opere e con loro le contaminazioni stilistiche, le idee.
Com’è organizzato il percorso espositivo?
In dieci sezioni è affrontato il racconto della cultura barocca: dal fascino dell’antico ai primi sviluppi, ai cantieri, al volto del potere, al superamento dei generi, alle visioni mistiche, al trionfo dell’allegoria, al teatro di strada che coinvolge la vita reale, alla devozione popolare, fino agli esiti europei, esponendo opere di tutti i maggiori artisti del periodo. Abbiamo alcune sottolineature sulla scienza, gli apparati effimeri, lo sviluppo delle arti decorative, la natura morta e l’architettura prima di passare alle riprese novecentesche con artisti come Corinth, Kokoschka, de Chirico, Fontana, Melotti e Ducrot.
Andrea Pozzo, «Gloria di sant’Ignazio (bozzetto per la volta della chiesa di Sant’Ignazio a Roma)», 1690 ca, Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica
Come «fotografate» il periodo barocco?
Il fenomeno fu globale. Le idee elaborate e sperimentate in provincia e le varie esperienze europee trovarono a Roma, nel confronto con l’antichità classico-ellenistica e col lungo Rinascimento, il loro orizzonte rappresentativo. Saranno soprattutto l’architettura e il disegno urbanistico a imporre un’immagine originale e moderna alla città: la sistemazione di strade, piazze, così come quella di chiese e palazzi sarà il linguaggio comunicativo, e la ricerca dell’effetto scenico, teatrale, sottende a tutti questi interventi. Dalla provincia, grazie a committenze di nobili e ordini religiosi, arrivano dalla Svizzera Carlo Maderno e Borromini, il lombardo Caravaggio, mentre dalle legazioni pontificie arrivano i bolognesi Annibale Carracci e Guido Reni e poi al seguito, a ondate successive, Algardi, Guercino, Lanfranco, Domenichino, Albani, Sacchi, Maratta. Arrivano i toscani Pietro da Cortona, da Napoli giunge Pietro Bernini che cederà al figlio Gian Lorenzo il podio, Luca Giordano e Salvator Rosa. Da Genova Giovan Battista Gaulli e dall’Europa Rubens, Van Dyck, Velázquez, Poussin, Lorrain. Papi, principi e cardinali, appartenenti alle grandi famiglie Borghese, Barberini, Chigi, Ludovisi, Pamphilj, sono i promotori di questo grande rinnovamento urbanistico e architettonico nonché di un nuovo universo figurativo. Soprattutto con i papi Urbano VIII Barberini e Alessandro VII Chigi il Barocco diventa così il linguaggio figurativo del papato, l’arte di Stato.
Torniamo al ’900, che definite «intimamente» connesso al Barocco. Che cosa intende?
Questo aspetto è fondamentale ed è forse la principale novità della mostra. Il ’900 è il secolo che ha riscoperto il Barocco sul piano della critica, con Walter Benjamin che aveva teorizzato una relazione precisa tra questi due tempi. Egli infatti, nel suo L’origine del dramma barocco tedesco (1928), ritrova nel concetto di «allegoria» la chiave interpretativa del ’900. Nel dramma barocco l’allegoria diventa uno strumento centrale per rappresentare questa visione critica del mondo ed esprime una relazione più profonda tra la realtà e il suo significato nascosto: non cerca di elevare l’individuo o di esprimere una verità universale, come nella tragedia antica, ma descrive un mondo che non può essere compreso attraverso il semplice razionalismo. L’allegoria non si collega qui a un significato univoco, ma si apre a una molteplicità di interpretazioni, riflettendo la frammentazione e l’incertezza della vita umana e alludendo a una crisi spirituale e culturale più profonda. Esprime dunque la fragilità delle cose, così l’arte novecentesca invoca dal morto mondo delle cose e degli uomini reificati uno scampolo di utopia.
Baccio Maria Bacci, «Il figliol prodigo», 1925, Milano, Museo del Novecento