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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliRappresentare il ricordo. Questa è la sfida di Katherine Qiyu Su (Beijing, China, 1999). Ogni dipinto è un insieme di «tracce»: i corpi si frammentano, i gesti si dissolvono e le forme affiorano a metà tra figurazione e astrazione. Perché dipingere, per Qiyu Su, significa «smontare la memoria e rimetterla insieme». Comporre una visione, mai univoca e definita, in cui la presenza si sospende e l’assenza si rivela. Con una sola certezza però: il ricordo può mutare nel tempo, e con esso anche la percezione che ne rimane.
Una consapevolezza che a Qiyu Su non è arrivata all'improvviso. Si è formata nel tempo, a partire da un’esperienza intima. Un lutto ha infatti segnato l’inizio di questa riflessione: non tanto l’evento in sé, quanto la distanza che ne è seguita. Solo tre anni dopo aver scattato una fotografia analogica a dei fiori deposti sul letto di morte della nonna, l’artista è riuscita a trasformare quell’immagine, o meglio quel doloroso ricordo, in pittura, restituendole voce. Perché quella foto custodiva una fragilità troppo grande per essere subito accolta. C’era bisogno di tempo perché quel dolore potesse diventare davvero «suo».
Così, agli inizi, Qiyu Su ha preferito raccontare le vite altrui, quelle che lei stessa definisce «esperienze prese in prestito». Ma a metà del percorso al Royal College of Art tutto emerge, tutto cambia. Dopo oltre 500 giorni all’estero, torna a Pechino. Gli spazi d’infanzia le appaiono insieme familiari e estranei. «Hai tutte queste esperienze che ti sono realmente accadute, ma quando sei sulla tua terra natale sembra che quei ricordi non siano mai esistiti».
Questa sensazione di estraneità diventa il nucleo della sua pratica pittorica: strati di colore e tracce di memoria si sovrappongono, si confondono, senza mai offrire risposte definitive. Qiyu Su indaga le modalità attraverso cui «scandaglia il dipinto come veicolo espressivo per indagare il tema della memoria, intesa come registrazione di accadimenti e componenti emozionali ormai persi… iterabili». Per far emergere questa fragilità e instabilità, l’artista ricorre spesso alla cancellazione: le figure e le forme parzialmente cancellate dalla tela rivelano la fragilità della memoria e la sua natura selettiva. L’assenza diventa parola, il passato resta. E il presente? Si fa esperienza emotiva, vissuta nello sguardo di chi osserva. Ogni colore e ogni traccia sono segnali di ciò che è stato e di ciò che continua a essere.
In questo senso, nella poetica di Qiyu Su la cancellazione di corpi e ricordi richiama, per certi aspetti, il lavoro di Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937): il maestro della poesia visiva che, nelle sue opere, cancellava non per eliminare il significato, ma per trasformarlo e metterlo in evidenza, aprendo nuovi spazi di interpretazione. La differenza, però, sta – oltre che nella resa visiva – anche nel procedimento: Isgrò parte dal linguaggio scritto e concettuale, riducendolo a frammenti, mentre Qiyu Su parte dai frammenti di memoria e ricordi, ricostruendoli in immagini e figure che traducono emozioni.
Ma se l’attenzione alla scrittura non è fisicamente presente nell’opera dell’artista cinese, lo è nella struttura del titolo. Grande lettrice e scrittrice, Qiyu Su assegna titoli poetici ai dipinti; piccoli codici che guidano lo spettatore attraverso la stratificazione della memoria. «È un piccolo testo, un codice per decifrare ciò che c’è dentro la pittura. Ti dà uno sfondo, e poi provi a vedere cosa c’è dentro». Così l’equilibrio tra visivo e verbale guida l’esperienza e invita a una lettura stratificata, dove titolo e immagine dialogano come due voci complementari.

Katherine Qiyu Su, «April in whose sharp fires our world shall burn», 2024. Courtesy Half Gallery, New York
E un «costruire decostruendo» che, concettualmente, può rimandare a Jacques Derrida (Algeria, 1930): il filosofo in Of Grammatology del 1967 afferma che nessun significato è mai pienamente presente; che il trace, la traccia, è un residuo che persiste come segno parziale, suggerendo l’assenza. In Qiyu Su, questa idea diventa visiva: cancellare o frammentare le tracce non elimina il ricordo, lo rende sfuggente. La memoria resta percepibile, ma mai fissa o cristallizzata. Ogni quadro diventa così un «puzzle emotivo instabile» in cui la memoria emerge, ma non si definisce mai completamente. Chi osserva percepisce la fluidità del tempo e dell’emozione. Il passato e il presente convivono, il dolore e la gioia si intrecciano. Tutto è visibile e allo stesso tempo sfugge, come un tempo sospeso che non si lascia afferrare.
In questo contesto, l’istantaneità diventa un elemento costante. I soggetti fluiscono in spazi e tempi sospesi, centrali e marginali allo stesso tempo. Perché è la paura di dimenticare che spinge Qiyu Su a recuperare il ricordo: prima lo affida a frammenti di testo e fotografie – che diventano l’ossatura del dipinto, lo «scheletro»; poi, traspone quest'attimi sulla tela e li astrae attraverso quei processi che ci permettono di anche di ricostruire i ricordi. «Tutti i miei lavori sono dipinti figurativi, inserisco le figure e poi le astraggo. [...]Mi sono resa conto che esistono ricordi che non sono mai stati esperienze reali, forse li ho immaginati e vorrei averli vissuti, o li ho incontrati nei miei sogni. Tra questi ricordi inventati, le esperienze reali e i sogni confusi con la realtà, esiste un’area grigia piena di sorprese e ispirazioni che ci spinge a tornare su essi ancora e ancora».
Questa attenzione al frammento e al momento può essere letta anche alla luce del dibattito che a fine Ottocento oppose pittura e fotografia: con l’avvento dello scatto fotografico, la pittura venne liberata dall’obbligo di riprodurre fedelmente la realtà, potendo aprirsi a visioni più personali, introspettive ed emotive. Allo stesso modo, nei lavori di Qiyu Su corpi e ricordi frammentati non cercano la fedeltà del reale, ma costruiscono un equilibrio instabile fatto di emozione, memoria in movimento e spazi aperti: un tempo che scorre senza tregua e una memoria che, pur sfaldandosi, resta viva.
Su questa base, le opere astratte e fluide ampliano l’idea di tempo e memoria. Le forme si muovono e si scontrano, tentando di catturare momenti specifici. In «Whose Sharp Fires Our World Shall Burn» (2024), rossi e blu esplodono dal centro, nascondendo qualsiasi forma riconoscibile sotto vortici di pennellate che ricreano piume, squame e motivi floreali. La complessità visiva diventa esperienza emotiva concreta: chi guarda non vede solo colore, vede energia, movimento, ricordo reso tangibile. La fluidità e la discontinuità ricordano tecniche letterarie come il flusso di coscienza di James Joyce (Dublino, 1882; Zurigo, 1941), dove pensieri ed emozioni emergono senza una sequenza lineare. Nel monologo finale di Molly Bloom in Ulysses, il caos e la frammentazione della coscienza restituiscono la natura instabile del pensiero umano. Qiyu Su applica la stessa logica: la frammentazione e il movimento rappresentano l’instabilità dell’esperienza emotiva. Le figure semi-astratte evocano trasformazione, non statica rappresentazione. Ogni dipinto diventa un processo in continuo divenire, dove tempo, memoria ed emozione scorrono insieme, impossibili da cristallizzare.

«Waves Wash Over», una mostra in duo di Katherine Qiyu Su e Ana Benavides, 19 giugno - 13 luglio 2024, Wilder Gallery, Londra. A sinistra, Katherine Qiyu Su, «Places I Wasn’t Looking in the Long Dream», 2024 180 x 150 cm Olio, carboncino, inchiostro su lino. Courtesy Wilder Gallery,
Questa libertà formale si origina dalle esperienze formative di Qiyu Su: cresciuta a Pechino, con una formazione in Interior Design presso la North China University of Technology, la sua percezione dello spazio e dei volumi è radicata nella disciplina progettuale. Anche nei dipinti più complessi, come «Places I Wasn’t Looking in the Long Dream» (2024), lo spazio aperto non è vuoto: è parte integrante della narrazione visiva, un campo in cui i ricordi possono respirare e interagire tra loro.
Perché, è vero, Katherine Qiyu Su rende visibile ciò che non si può toccare. Quel ricordo che cambia forma, quell’identità che vacilla, quei corpi che si frammentano e sfuggono allo sguardo. Ma in tutta questa disgregazione, o meglio decostruzione, c’è una traccia che persiste: un filo sottile di emozione, memoria e presenza che collega ogni frammento. È quella traccia, impercettibile ma reale, che trasforma il caos apparente in esperienza condivisa, rendendo le opere di Qiyu Su testimoni del tempo, della memoria e della vita che non smette mai di fluire.
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