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Credit: The Gordon Parks Foundation. Courtesy the Gordon Parks Foundation and Jack Shainman Gallery, New York

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Credit: The Gordon Parks Foundation. Courtesy the Gordon Parks Foundation and Jack Shainman Gallery, New York

Gordon Parks. L’arte come strumento di giustizia, vent’anni dopo

Musei, archivi e istituzioni stanno rileggendo il suo lavoro come corpus artistico di straordinaria complessità formale. Parks ha contribuito a cambiare lo sguardo del suo tempo grazia alla capacità di tenere insieme etica ed estetica, denuncia e bellezza.

Lavinia Trivulzio

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A vent’anni dalla sua scomparsa, Gordon Parks (1912–2006) rimane una delle figure più complesse e radicali del Novecento americano. Fotografo, regista, scrittore, musicista, Parks ha attraversato linguaggi e discipline con un obiettivo costante: usare l’arte come mezzo di conoscenza, denuncia e trasformazione sociale. La sua opera, oggi più che mai, si impone come una chiave essenziale per comprendere il rapporto tra immagine, potere e rappresentazione.

Dalla segregazione all’immagine come riscatto

Nato a Fort Scott, Kansas, ultimo di quindici figli in una famiglia afroamericana poverissima, Parks conosce fin dall’infanzia la violenza sistemica della segregazione razziale. Rimasto orfano di madre a quindici anni, vive di lavori saltuari prima di scoprire la fotografia quasi per caso, acquistando una macchina fotografica in un banco dei pegni. È un incontro decisivo: l’immagine diventa per lui uno strumento di sopravvivenza, ma soprattutto di affermazione politica e identitaria. Negli anni Quaranta, grazie a una borsa della Farm Security Administration, Parks entra in contatto con la grande tradizione della fotografia documentaria americana. Ma, a differenza di molti suoi contemporanei, non osserva il soggetto dall’esterno: fotografa il razzismo, la povertà e l’ingiustizia dall’interno, come esperienza vissuta.

Life Magazine e la ridefinizione dello sguardo

Nel 1948 Gordon Parks diventa il primo fotografo afroamericano dello staff di Life Magazine. È un passaggio storico che segna anche una svolta nella rappresentazione delle comunità nere sui media mainstream. I suoi reportage non cercano l’eccezionalità, ma la complessità: famiglie, bambini, lavoratori, artisti, leader politici. Celebre è la serie su Harlem, così come i ritratti di Malcolm X, Muhammad Ali, Stokely Carmichael. Parks non costruisce icone eroiche, ma individui attraversati da contraddizioni, fragilità e forza. Il suo uso della luce, del colore e della composizione introduce nella fotografia documentaria una dimensione lirica che non attenua il contenuto politico, ma lo amplifica.

Oltre la fotografia: cinema, scrittura, musica

Ridurre Gordon Parks alla sola fotografia sarebbe limitante. Negli anni Sessanta e Settanta si afferma anche come regista, diventando uno dei primi afroamericani a dirigere film prodotti da Hollywood. The Learning Tree (1969), tratto da un suo romanzo autobiografico, e Shaft (1971) aprono una nuova stagione del cinema afroamericano, influenzando l’estetica e la narrazione della blaxploitation, pur mantenendo una forte tensione sociale. Parallelamente, Parks scrive poesie, romanzi, saggi autobiografici e compone musica. Questa molteplicità non è dispersione, ma un progetto coerente: occupare spazi culturali storicamente negati e ridefinirli dall’interno.

Un’eredità più che mai attuale

Vent’anni dopo la sua morte, l’opera di Gordon Parks continua a interrogare il presente. In un’epoca segnata dal dibattito sulla rappresentazione, sul razzismo sistemico e sul ruolo politico delle immagini, Parks appare come un precursore radicale. La sua convinzione che «la macchina fotografica sia un’arma contro la povertà e l’ingiustizia» risuona con forza nell’arte contemporanea e nelle pratiche visive attuali.

 

 

Lavinia Trivulzio, 18 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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