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Davide Landoni
Leggi i suoi articoli«Everything is a sign when you are lost», si legge su uno strano cartello appoggiato a una fioriera posizionata nel cortile di una casa di cui uno scatto di Phil Penman (Briantspuddle, Dorset, 1977) inquadra uno scorcio. Ogni cosa è un segno quando sei perso, ci suggerisce il fotografo britannico nell'unico messaggio esplicito che troviamo nella sua mostra - A Street Diary - da Leica Galerie, a Milano, fino al 5 settembre 2026, a cura di Giada Triola. In nessuna delle altre trentatré opere esposte compare infatti una dichiarazione tanto esplicita, così che possiamo assumerla come punto di partenza per muoverci nei 25 anni di attività di Penman qui proposti.
Viene spontaneo, infatti, figurarci Penman, per anni fotografo di news e magazine, ricercare nelle città che ha vissuto e attraversato i segni d'una aspirazione più prettamente artistica. New York, Londra, Napoli e Roma alcuni degli scenari esplorativi per una perlustrazione in cui paesaggio urbano e ambiente interiore si rispondono come in una dimensione unificata, quella dell'arte, capace di sgranare il superfluo dalla realtà e distillarla in immagini rivelatorie. «Fino a quando non porterai l'inconscio alla coscienza, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino», scriveva Carl Gustav Jung, allacciandosi involontariamente ma puntualmente al monito di Penman, che immaginiamo quindi scandagliare se stesso e il mondo attorno a lui con una macchina fotografica.
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
Del resto, così discreta ed essenziale, una macchina Leica è per natura un'estensione naturale dello sguardo, con cui scrivere un diario cittadino fatto di atmosfere dense, di nebbie e angoli oscuri, ma anche di persone e dei loro momenti di spontaneità e ironia, che emergono come improvvise scie di luce. Che siano loro i «segni» che Penman ha deciso di seguire per delineare la sua anima e costruirsi un destino proprio? «La parte che preferisco della giornata è conversare con persone di ogni estrazione sociale e imparare qualcosa di nuovo che non sapevo il giorno prima, racconta l'aritsta. Mi dà anche l'opportunità di catturare qualcosa di autentico, in un momento in cui praticamente tutto ciò che ci circonda sta diventando finto (dal punto di vista fotografico). Persone che modificano il proprio corpo per i social media o fotografi che creano immagini con l'intelligenza artificiale. Per me, il senso stesso della fotografia è stare all'aria aperta con altre persone».
Non è un caso, allora, che nelle trame chiaroscurali delle sue composizioni, perlopiù in bianco e nero - «la fotografia in bianco e nero cattura l’essenza più pura e grezza della strada» -, emergano ricami di poesia e ironia, due elementi che ogni giorno salvano l'essere umano dall'abisso esistenziale che può rappresentare la contemporaneità. Nei suoi scatti troviamo, per esempio, un cuoco che, sigaretta in bocca, cucina (forse, perché difatti non vediamo in cosa le sue mani siano affaccendate) con alle spalle il sorriso beffardo della Mona Lisa; un cane che nella notte newyorkese si ferma a osservare dei suoi «simili» in una vetrina illuminata; Darth Vader con il suo seguito di Stormtrooper - i loro cosplayer, s'intende - che si lasciano indietro San Pietro, al termine di un ipotetico e paradossale colloquio con il Papa in Vaticano.
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
Ma troviamo anche una New York immersa nella nebbia gialla degli incendi boschivi canadesi, tragedia e lirismo avvolti insieme; uno sciame di bolle di sapone che si prende via una piazza d'Italia e la trasporta in un sogno; un ragazzo solo per le strade di Manhattan, anonimo e ribelle, che procede mentre tutt'attorno il mondo, sotto forma di una sfilza di semafori rossi, gli indica che dovrebbe fermarsi. Altro non ci aspettavamo da Phil Penman, che andando per la sua strada ha trovato infine le proprie risposte. «Un consiglio? Direi di andare controcorrente. Se qualcuno vi dice che la fotografia di strada deve essere fatta in un certo modo e con un determinato obiettivo, fate esattamente il contrario. Queste persone ci hanno reso fin troppo facile distinguerci, cercando di imporre regole su tutto. Come potete pensare di far risaltare il vostro lavoro se seguite le regole?».
E se vi sentite persi, seguite i segni attorno a voi.
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
LEICA GALERIE MILANO, PHIL PENMAN, A STREET DIARY, a cura di Giada Triola © Phil Penman
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