Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una veduta della mostra «I miei orizzonti e tu» di Giovanni Ozzola a Villa Marigola, durante il Lerici Music Festival

Image

Una veduta della mostra «I miei orizzonti e tu» di Giovanni Ozzola a Villa Marigola, durante il Lerici Music Festival

Gli orizzonti di Giovanni Ozzola al Lerici Music Festival

Fino al 2 agosto, le opere dell’artista fiorentino sono esposte a Villa Marigola e dialogano con il tema della decima edizione del Festival: l’acqua. Gli abbiamo rivolto qualche domanda

Sergio Buttiglieri

Leggi i suoi articoli

Abbiamo incontrato l’artista e fotografo Giovanni Ozzola in occasione dell’inaugurazione della X edizione del Lerici Music Festival, durante il quale espone alcune sue opere all’interno della prestigiosa Villa Marigola fino al 2 agosto.

La manifestazione, ideata dal Fondatore e direttore artistico Gianluca Marcianò e dalla collezionista Margherita Amirkhanian, nasce dal desiderio di rendere omaggio attraverso la musica alla città in cui Marcianò è nato (attualmente è direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia di Taranto e Matera, direttore ospite principale dell’Armenian State Symphony Orchestra e direttore artistico dell’Al Bustan Festival in Libano).

Da secoli Lerici affascina scrittori, pittori e compositori, che nei suoi paesaggi hanno trovato una fonte di ispirazione: affacciata sul Golfo dei Poeti, tra i borghi che si adagiano lungo la baia e i Castelli di Lerici e San Terenzo, la città è il cuore del Festival. Il programma nasce in dialogo con i suoi luoghi e con la comunità che li anima, e attira musicisti e pubblico da tutto il mondo. Questo respiro internazionale, insieme alla sua missione sociale di far crescere giovani artisti emergenti a fianco di musicisti affermati, ne definisce l’identità.

Con il titolo «Musiche e parole dell’acqua», l’edizione 2026 è consacrata all’acqua, elemento primordiale: origine della vita, movimento, memoria e trasformazione. Ogni concerto esplora una diversa declinazione del tema attraverso programmi e interpreti la cui identità artistica, carriera e visione conferiscono profondità, credibilità e respiro internazionale al Festival. E, non a caso, questa decima edizione ospita per tutta la durata del Festival la mostra fotografica di Ozzola, «I miei orizzonti e tu», in una rinnovata collaborazione con Galleria Continua di San Gimignano, che nelle occasioni precedenti aveva esposto lavori di Arcangelo Sassolino.

Anche quest’anno la docente universitaria Carlotta Sorba e il curatore multimediale Carlo Orsini firmano 5 conversazioni a colazione in vari luoghi della città dedicate al tema dell’acqua, con la partecipazione di artisti contemporanei come Ozzola e critici d’arte e curatori come Eugenio Viola, appena nominato direttore artistico del Museo Madre di Napoli, che nel 2022 alla Biennale d’Arte di Venezia curò l’installazione di Gian Maria Tosatti nel Padiglione Italia. Sponsorizzato, fra l’altro, dai cantieri navali Sanlorenzo.

La mostra dell’artista fiorentino presenta immagini fotografiche e scultoree, e si compone di visioni acquatiche ed impressioni sonore che propongono l’indagine dell’ignoto come il primo passo, necessario, alla scoperta di sé stessi in direzione di un autentico incontro con l’altro. Classe 1982, la sua pratica artistica spazia tra installazioni, sculture, incisioni, fotografia e video, con un’attenzione particolare al rapporto tra luce, spazio e tempo. Esplorando temi come l’infinito, il confine tra visibile e invisibile e l’interazione tra uomo e ambiente. La sua produzione si qualifica come una spontanea indagine sui meccanismi sottesi all’esistenza umana. 

Abbiamo chiesto a Giovanni Ozzola di raccontarci la sua poetica esposta a Villa Marigola a Lerici: oltre alle foto, molte fatte anche in questo territorio, c’è anche un video girato alle Canarie, sull’isola della Gomera, al cui centro risulta il Silbo Gomero, una lingua fischiata, Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità Unesco dal 2009. Si tratta di un idioma ora obbligatorio da studiare nella fase primaria del sistema scolastico dell’isola e, in questo lavoro video intitolato «Sintiempo», registra una persona che fischia, parla, ha un flusso di coscienza rivolto verso l’orizzonte. Il rumore del vento accompagna il paesaggio, mentre vento, respiro, ossigeno, pensiero e logos sembrano fondersi in un’unica voce che, attraverso il fischio, si fa parola e ritorna al paesaggio, chiudendo un dialogo continuo tra l’essere umano e la natura.

Una veduta della mostra «I miei orizzonti e tu» di Giovanni Ozzola a Villa Marigola, durante il Lerici Music Festival

La Gomera è una delle isole delle Canarie in cui lei da anni vive?
Sì, è la mia maniera di mappare il mio ignoto, per cercare di capire che cosa c’è intorno a me, di quello che è la mia realtà, quindi di fronteggiarla. 

Le foto che espone sono state scattate qua a Porto Venere e a Lerici? Il «tu» nel titolo della mostra rappresenta lo sguardo verso l’altro?
Sì, verso il mio orizzonte e cerco con questo titolo di spingere l’altro a raccontarmi ciò che lui vede, anche perché la differenza fra il gioco e i miei orizzonti è proprio il «tu». Perché io voglio vedere, voglio avere una restituzione dell’altro. Quindi tutti questi lavori rimangono sempre sulla soglia. 

Ci sono alcuni suoi lavori fotografici che sono stati fatti per la mostra, altri che invece erano già esistenti?
Sì, c’è una sala con la luce artificiale, un’altra con luce naturale; come in un corpo, come due occhi, proprio come lo spazio, come corpo, come organismo. Questo lavoro sulla terrazza della villa è invece un lavoro sul paesaggio e le campane, ovvero navi che hanno viaggiato, che hanno lavorato, che io ho iniziato a collezionare nel 2006 e che a un certo punto ho iniziato a incidere con frasi per me importanti. Alcune volte ho fatto dei progetti, come al District Six Museum di Capetown o nella Vana Vieca, in cui chiedevo alle persone della comunità di dirmi un desiderio e una loro paura. Quindi che cosa li tratteneva. Nella paura di questa idea dell’essere trattenuto e nel desiderio di questa energia che ti spinge verso l’orizzonte. Viene chiamata il faro sonoro e in barca è obbligatorio averla. 

Questa foto l’ha fatta a Lerici?
Esatto, è il bunker di punta bianca. Invece un altro lavoro è stato realizzato in ardesia permanente, in microcemento e in rame. Sono tutti viaggi. Ho cercato di fare una mappa dell’umanità: per due anni ho fatto una ricerca raccogliendo dai musei i libri di tutti i viaggi di tutti gli esploratori diretti verso l’ignoto. Poi li ho messi uno sopra l’altro e li ho incisi. Quindi, dove vedi che tante linee si incrociano è perché ci sono delle isole, questo è Cape Town, mentre questo è il Sud America. Ho fatto la mappa dell’umanità e di come ci siamo mossi sul pianeta per spingere l’ignoto lontano da noi. Quello che mi interessa è il viaggio del singolo, che fa uno scalino per sé, fronteggia le proprie paure, ma in realtà fa uno scalino per tutti noi in quanto umanità. L’idea riguarda l’individuo, il singolo, il paesaggio, ma anche la comunità e l’umanità. Un’altra foto, invece, ritrae Punta Sabbioni a Venezia, racchiude in sé l’idea del faro, dell’uomo, della luce fatta dagli uomini per gli uomini. La porta di ingresso alla Laguna. Una sorta di due occhi aperti con questo blu e questo rosso pensando a un incisione, una sorta di cicatrice nella nostra memoria, che offre l’impressione di trovarsi dentro una testa, dentro un cranio. E io rappresento una sorta di occhi che guardano altrove. 

Come vi siete conosciuti con Margherita Amirkhanian?
Ci siamo conosciuti perché lei è una grande collezionista e aveva preso dei miei lavori anni fa da Galleria Continua e abbiamo mantenuto una relazione e un buon rapporto. Ovviamente il titolo del Festival è legato alle onde. «immagini e parole dell’acqua». C’era quest’idea del movimento dell’acqua, poi io ho voluto venire a vedere qua perché era da tanti anni che avevo tante persone che mi dicevano dei vari bunker presenti in questo territorio, quindi sono venuto e mi sono appassionato. 

Questa è una sorta di occhio, lei ha proprio questa immagine inaspettata dei crateri, buchi da cui si intravede la bellezza del mondo. 
C’è questa relazione fra l’io e il tu, fra una superficie sensibile, compressa da due opposti, da due orizzonti, quello che siamo noi. Noi ci abbiamo messo un mondo interiore, da un piano di segni di cicatrici, di cose, e senza quella finestra, senza quel simbolo che è l’orizzonte, non potremmo vivere. Abbiamo bisogno dell’altro, di quello che è fuori di noi. Ma racconto il momento della notte, in questa struttura: fondamentalmente il nostro occhio analizza tutto quello che è fuori, tutti i segni, tutte le cicatrici, tutte le rughe, diciamo la rottura. E poi l’occhio va verso l’orizzonte. Ti rendi indistinto nella luce non sei più solo, non sei più. Però arriva il momento in cui questa idea sembra non esserci più. La paura, non sei più nulla, quindi di conseguenza questo spazio da cui scappi in realtà è anche quello che ti costituisce e ti protegge, se vuoi. 

Una veduta della mostra «I miei orizzonti e tu» di Giovanni Ozzola a Villa Marigola, durante il Lerici Music Festival

Sergio Buttiglieri, 22 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Sergio Buttiglieri

Leggi i suoi articoli

Gli orizzonti di Giovanni Ozzola al Lerici Music Festival | Sergio Buttiglieri

Gli orizzonti di Giovanni Ozzola al Lerici Music Festival | Sergio Buttiglieri