Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Francesco Vaccarone

Image

Francesco Vaccarone

Gli anni romani di Francesco Vaccarone, a Palazzo Merulana

«Lo scarto di pensiero provocato in quegli anni ha fatto in modo che in lui si consolidasse l’idea che l’arte fosse prima di tutto una pratica, una modalità di vita, permettendomi di comprendere come sia un errore vedere l’opera dell’artista come risultato, perché la vera opera è per lui un modo di essere nel mondo, cioè la vita stessa», afferma Paolo Asti

Gianfranco Ferroni

Leggi i suoi articoli

L’indirizzo romano di via delle Zoccolette ricorda, a chi ha frequentato le case e gli studi degli artisti, il nome di Giosetta Fioroni, con il suo inseparabile Biri, il cane al quale ha dedicato più di un’opera, morto nell’agosto 2013. Ora a Palazzo Merulana una mostra ricorda gli anni romani di Francesco Vaccarone (1940-2024), artista di La Spezia che arrivò nella Capitale nel 1970 per lavorare come incisore nella stamperia Il Cigno, e che scelse proprio via delle Zoccolette come base. Una vitalità unita a una propensione per le emergenze sociali, quella di Vaccarone, con una personale linea di ricerca, perché bisogna «imparare ad ascoltarsi, a fare in modo che le immagini, che nascono misteriosamente come dal nulla, talvolta quasi già pronte, a volte come accenni, come suggerimenti che matureranno con il tempo, con il loro tempo, maturino dentro di noi nel loro progressivo farsi», diceva. E a Roma, grazie a Il Cigno, c’erano Marino Marini, Orfeo Tamburi, Tono Zancanaro, Alberto Moravia, e tanti altri ancora. Oltre all’amicizia di un artista generoso come Ennio Calabria, il quale aveva sottolineato il «rapporto diretto, e nello stesso tempo ricco di implicazioni, in cui si esprimono i tuoi pensieri, le tue esperienze umane, il tuo segno». Anni intensi, quelli romani, una città vissuta fino al 1976. E i ritratti, anche se abbozzati, sono i testimoni di tensioni intellettuali, serate di incontri, stimoli culturali.

La mostra, visibile fino al 3 maggio, prodotta dall’associazione Startè, fortemente voluta e condivisa dalla famiglia Vaccarone, vuole evocare un periodo che Umberto Croppi, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, già assessore alla cultura della Capitale e presidente della Fondazione Quadriennale di Roma, unitamente a Paolo Asti, presidente dell’associazione culturale Startè, entrambi curatori della mostra, hanno deciso di approfondire per evidenziare il valore delle relazioni e dei rapporti di amicizia con i protagonisti dell’arte e della cultura. Lo stesso Vaccarone, a un convegno su «Il Gruppo 63 alla Spezia. 1966-2016», dove i protagonisti erano Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti e Umberto Eco, tracciava così il ritratto della sua esperienza singolare: «In Liguria fondammo il Sindacato Artisti più metafisico della storia, senza datori di lavoro. Il riferimento degli artisti era la Camera del Lavoro, facevamo i manifesti con gli operai. La riunione della redazione della rivista “Arti Visive” era aperta agli operai della Cgil. Avevamo rapporti con gli insegnanti delle materie artistiche, realizzammo due poesie visive con le bambine delle scuole medie». Non solo: «La rivista “Trerosso” prese il nome dalla via della sede della redazione, in vico Scanzi al numero 3 rosso. Era frequentata anche dai camalli del porto», e «una volta venne Luigi Nono, a parlarci de ‘La fabbrica illuminata’, la sua composizione realizzata con i suoni delle macchine della fabbrica Italsider di Cornigliano».

Per Croppi, a un autore come Vaccarone, «seppure prolifico nella produzione artistica così poliedrica e numerosissima, giovanissimo innovatore, ricercatore di tecniche pittoriche e intellettuale di grande rilievo, mancava il giusto riconoscimento», quello che spetta «a un grande artista. Da giovanissimo negli anni passati a Roma, nel suo studio, tra piazza del Popolo, via del Babuino, alla stamperia de Il Cigno, c’era una concentrazione di personalità che si scambiavano opinioni, una comunità anche di intellettuali, filmaker e musicisti, che rendono il periodo romano di Vaccarone molto prolifico e di grande creatività. Questa esposizione vuole essere non solo un omaggio alla sua figura, ma anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della storia dell’arte del Novecento raccontando uno spaccato temporale preciso». E Asti rileva che «gli anni romani hanno indubbiamente segnato il suo percorso artistico. Lo scarto di pensiero provocato in quegli anni ha fatto in modo che in lui si consolidasse l’idea che l’arte fosse prima di tutto una pratica, una modalità di vita, permettendomi di comprendere come sia un errore vedere l’opera dell’artista come risultato, perché la vera opera è per lui un modo di essere nel mondo, cioè la vita stessa. Per me Vaccarone era prima di tutto un vero intellettuale che scelse la pittura e la scultura come mezzo per relazionarsi con il mondo. Il suo studio era un luogo franco, anche frequentato da politici di partiti opposti, da lui attraverso l'arte si aprivano strade e soluzioni». La figlia, Alessandra Vaccarone, lo ricorda così: «È stato per me anche un modello per la sua vivacità intellettuale, per la sua passione artistica, la sua grande umanità e passione politica».

Gianfranco Ferroni, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Gli anni romani di Francesco Vaccarone, a Palazzo Merulana | Gianfranco Ferroni

Gli anni romani di Francesco Vaccarone, a Palazzo Merulana | Gianfranco Ferroni