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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliLa pittura di Lynette Yiadom-Boakye continua a muoversi sul terreno della sospensione. Le sue figure sembrano sempre esistere in una zona intermedia tra apparizione e memoria, tra presenza fisica e costruzione mentale. Con Many A Moonlit Caveat, la nuova mostra diffusa nelle due sedi newyorkesi di Jack Shainman Gallery a Chelsea e Lafayette Street, l’artista britannica approfondisce ulteriormente questa dimensione, costruendo un universo pittorico dove il racconto resta volutamente incompleto e l’identità continuamente mobile.
Negli ultimi anni Yiadom-Boakye si è affermata come una delle figure decisive della pittura contemporanea internazionale. La grande retrospettiva organizzata dalla Tate Britain nel 2021 e la personale al Guggenheim Bilbao nel 2023 hanno consolidato una ricerca che sfugge tanto alla pittura identitaria più didascalica quanto alla semplice riattivazione della tradizione figurativa. Il suo lavoro si fonda infatti su un paradosso molto preciso: dipingere figure profondamente riconoscibili senza concedere loro una biografia definita. I personaggi di Yiadom-Boakye non rappresentano individui reali. Non sono ritratti. Nascono da un processo di invenzione e condensazione immaginativa che intreccia memoria visiva, letteratura, fotografia, storia dell’arte e scrittura. Il risultato sono figure che sembrano appartenere simultaneamente a epoche diverse e a nessun tempo preciso.
In Many A Moonlit Caveat questa ambiguità si intensifica attraverso una struttura narrativa costruita anche sul testo poetico scritto dall’artista stessa. Barbagianni, succiacapre, re di quaglie, beccacce e usignoli diventano protagonisti di una sorta di favola oscura popolata da tensioni sotterranee, minacce implicite e strategie di sopravvivenza. Gli animali notturni funzionano come allegorie mobili. Rifiutano il contatto, sfuggono alla cattura, scelgono il silenzio o l’invisibilità come forma di autodifesa. La dimensione favolistica viene però continuamente attraversata da riferimenti più concreti: controllo sociale, violenza, sguardo coloniale, desiderio di sottrazione.
Particolarmente significativo è il ruolo attribuito all’usignolo, figura che sceglie deliberatamente l’invisibilità. “Essere invisibile significa spesso essere veramente liberi”, scrive l’artista nel testo che accompagna la mostra. È una frase che chiarisce molto del suo intero progetto pittorico. Da tempo infatti Yiadom-Boakye lavora sul rapporto tra visibilità e potere. I suoi personaggi occupano il centro della composizione ma sfuggono continuamente alla piena leggibilità psicologica o narrativa. Guardano altrove, sembrano immersi in un tempo rallentato, resistono alla trasformazione in simboli immediatamente consumabili. In questo senso la sua pittura agisce anche come critica silenziosa all’economia contemporanea dell’immagine, dominata dalla sovraesposizione e dalla richiesta continua di trasparenza identitaria.
Formalmente Yiadom-Boakye continua a costruire superfici pittoriche estremamente sofisticate. Le tonalità scure, i fondi atmosferici e la luce sospesa producono immagini che sembrano emergere lentamente dalla tela. I riferimenti alla tradizione europea del ritratto e alla pittura britannica del Novecento sono presenti, ma mai dichiarati apertamente. Anche la temporalità delle immagini resta volutamente instabile. Gli abiti, le posture e gli ambienti non permettono una collocazione precisa. Questa indeterminatezza produce uno spazio mentale in cui il soggetto nero viene sottratto tanto alla documentazione storica quanto alla riduzione simbolica. È uno degli elementi che hanno reso Yiadom-Boakye centrale nel dibattito internazionale sulla figurazione contemporanea: la capacità di rappresentare corpi neri senza trasformarli automaticamente in illustrazione sociologica o rivendicazione programmatica. La sua pittura mantiene sempre una componente di mistero e opacità.
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