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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPrima di diventare un editore, Giangiacomo Feltrinelli aveva già un problema piuttosto serio con il destino: era nato miliardario e decise di comportarsi come un rivoluzionario. In un Paese dove i figli delle grandi famiglie industriali ereditavano aziende, ville e consigli di amministrazione, lui preferì collezionare libri proibiti, finanziare movimenti di liberazione e litigare contemporaneamente con il Partito comunista, la borghesia, i servizi segreti e mezzo Occidente. Se esiste un personaggio che sembra scritto da Graham Greene ma è realmente esistito, è lui.
A cento anni dalla nascita, il 19 giugno 1926, è arrivato il momento di smettere di raccontarlo come il «grande editore illuminato» che pubblicò Il dottor Živago e Il Gattopardo. Quella è solo la versione rassicurante della storia. Quella che si trova nei cataloghi delle librerie e nelle celebrazioni ufficiali. L’altra racconta di un uomo che trasformò l’editoria in un’arma politica, convinto che pubblicare un libro potesse avere la stessa forza di una manifestazione, di un sabotaggio o di una rivoluzione.
Feltrinelli non vendeva semplicemente romanzi. Produceva fratture. Quando nel 1957 decide di pubblicare Il dottor Živago di Boris Pasternak contro il volere dell’Unione Sovietica, non sta facendo una scelta commerciale. Sta sfidando il più potente Partito comunista dell’Occidente. La conseguenza è immediata: il Pci gli ritira la tessera, Mosca lo considera un traditore e il romanzo diventa uno dei casi editoriali più importanti del Novecento. Un anno dopo arriva Il Gattopardo, rifiutato da altri editori perché giudicato inattuale. Ancora una volta Feltrinelli vede prima degli altri quello che gli altri non vedono. Aveva un talento raro: individuare libri destinati a cambiare il modo di leggere il mondo.
Figlio di una delle famiglie più ricche d’Italia, rimasto orfano del padre Carlo a soli nove anni, avrebbe potuto vivere come un aristocratico milanese. Preferì invece fondare una biblioteca dedicata alla storia del movimento operaio, immaginare libri economici accessibili a tutti e inventare un’idea di editoria democratica quando leggere era ancora un privilegio. La Biblioteca Feltrinelli, nata nel 1948 e poi diventata Fondazione, e la collana Universale Economica non sono soltanto intuizioni editoriali: sono un progetto politico mascherato da scaffale.
Poi qualcosa cambia. Gli anni Sessanta trasformano l’editore in un militante. Viaggia a Cuba, stringe un rapporto con Fidel Castro, pubblica il Diario di Bolivia di Ernesto Che Guevara e soprattutto diffonde in Italia la fotografia di Alberto Korda che renderà il Che un’icona globale. Paradossalmente, uno degli uomini che più contribuirono alla nascita dell’immaginario rivoluzionario contemporaneo era un marchese milanese cresciuto tra domestici, ville e partecipazioni industriali.
È una contraddizione che Feltrinelli non cerca mai di risolvere. La abita.
Dopo Piazza Fontana (la strage neofascista compiuta il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano. Una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, causando 17 morti e 88 feriti, Ndr) e convince sé stesso che l’Italia sia sull’orlo di un colpo di Stato fascista. È tra i primi a parlare di «strategia della tensione», rompe definitivamente con la politica istituzionale, entra in clandestinità, assume il nome di battaglia Osvaldo e fonda i Gap, i Gruppi d’Azione Partigiana.
È il passaggio che ancora oggi divide storici e biografi: visionario lucido o uomo travolto dalle proprie ossessioni? Intellettuale che sceglie l'azione o editore incapace di distinguere la rivoluzione dai romanzi che pubblicava? Il 14 marzo 1972 questa traiettoria impossibile si interrompe ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate, alle porte di Milano. La scena sembra scritta da Leonardo Sciascia più che da un verbale dei carabinieri: un corpo dilaniato dall’esplosione, un furgone Volkswagen parcheggiato poco distante, documenti intestati a un inesistente Vincenzo Maggioni e un uomo, Luigi Stringhetti, che passeggia con il fratello e con il suo bastardino Twist e si imbatte in uno dei misteri più celebri della Repubblica. Solo ventiquattr’ore dopo, all’obitorio, Inge Schönthal riconosce quel cadavere: è Giangiacomo Feltrinelli.
Da quel momento inizia un’altra storia, quella che sembra uscita da un noir italiano. Secondo la ricostruzione ufficiale Feltrinelli stava preparando un sabotaggio destinato a provocare un blackout durante il congresso del Pci quando un timer difettoso fece esplodere la carica che stava assemblando. Ma quasi subito prende corpo una narrazione parallela: i trecento milioni di lire che avrebbe dovuto consegnare a «il manifesto» e che non verranno mai ritrovati, la confidenza fatta all’amico ed ex partigiano Giambattista Lazagna («a uccidermi sarà il Mossad»), le ipotesi di un intervento della Cia in collaborazione con i servizi segreti italiani e gli articoli di Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari che sostengono apertamente la tesi dell’assassinio.
Sette anni dopo, durante il processo contro gli ex Gap, arriva però un’altra verità. Renato Curcio legge un comunicato destinato a entrare nella storia: «Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo». Anche il racconto registrato del militante Ernesto Grassi, nome di battaglia Gunther, descrive una scena quasi cinematografica: Feltrinelli seduto sui candelotti di dinamite mentre prepara l’innesco, un’imprecazione, poi un’esplosione improvvisa che lo scaraventa a terra. È la versione che la magistratura farà propria e che ancora oggi viene considerata la ricostruzione ufficiale. Eppure il dubbio continua a sopravvivere, alimentato da omissioni, coincidenze e da quel clima opaco che caratterizzò gli anni della strategia della tensione. Forse è proprio questa ambiguità ad aver reso Feltrinelli un personaggio impossibile da archiviare.
Ogni generazione trova il suo Feltrinelli. C'è quello che ha salvato Il Gattopardo quando nessuno ci credeva. Quello che ha regalato Il dottor Živago ai lettori occidentali sfidando Mosca. Quello che ha costruito una delle più importanti biblioteche europee dedicate alla storia sociale. Quello che ha trasformato il volto del Che in un’icona pop molto prima che la cultura visuale ne facesse un marchio globale. E c’è quello che sale su un traliccio con una bomba artigianale, convinto di poter cambiare il corso della storia con un blackout. La cosa più sorprendente è che tutte queste persone coincidono.
Rivista oggi, la figura di Giangiacomo Feltrinelli appare quasi fantascientifica. Era convinto che un libro potesse cambiare la società, che la cultura fosse un'infrastruttura politica e che pubblicare significasse prendere posizione. Forse aveva torto. Forse aveva ragione. Di certo aveva capito una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: un editore non è soltanto qualcuno che mette un testo in commercio. È qualcuno che decide quali idee meritano di entrare nello spazio pubblico.
Per questo, a cento anni dalla nascita, il mistero più interessante non riguarda la bomba di Segrate o le infinite teorie sulla sua morte. Riguarda una domanda molto più scomoda: come sarebbe l’editoria italiana se avesse conservato anche solo una parte del coraggio, dell’incoscienza e dell’ambizione di quell’uomo che preferì vivere come un personaggio di un romanzo invece di limitarsi a pubblicarne uno?
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