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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliEntrare nel mondo di Atelier Biagetti significa abbandonare immediatamente l’idea rassicurante di design come semplice produzione di oggetti. I lavori di Alberto Biagetti e Laura Baldassari sembrano infatti funzionare come piccole anomalie emotive: ambienti immersivi, scenografie psicologiche, dispositivi narrativi dove mobili, luci, suoni e materiali si comportano come attori dentro una storia mai completamente esplicitata. Tra opera lirica, cinema, architettura, performance e cultura digitale, il duo milanese costruisce universi sospesi tra seduzione e inquietudine, alterando il rapporto tra corpo, spazio e memoria collettiva. Non sorprende allora che abbiano collaborato con brand come Vuitton, Gufram o Venini, trasformando il design in qualcosa di più vicino a un’esperienza percettiva che a una semplice funzione domestica.
I vostri oggetti sembrano sul punto di fare qualcosa: attivarsi, collassare, raccontare una fantasia. Vi interessa ancora il design come funzione?
Funzione e design sono parole legate da un filo sottile, a volte teso fino all’impossibile, ma sempre presente nell’idea di un oggetto in equilibrio tra il nostro corpo e lo spazio che abitiamo. Se in passato progettare oggetti aveva il ruolo di «risolvere un problema funzionale», oggi gran parte di questi problemi sono già stati risolti. Per noi la funzione rimane un’equazione estremamente interessante, ma non si esaurisce nell’oggetto in sé quanto nella vibrazione che produce, nell’idea di risolvere un problema generandone magari altri, nell’innesco di un processo che travolge corpo, spazio, memoria, visioni future e sicuramente sì, la psicologia, ma soprattutto la paura. Per questo gli oggetti che creiamo spesso non risolvono problemi: li creano.
Tra opera lirica, performance, videogame, il vostro lavoro sembra rifiutare ogni categoria. Pensate che oggi il design debba diventare una disciplina «ibrida» per restare vivo?
Per noi oggi il design continua a riguardare la teoria della collisione. Ci interessa riflettere su come questa disciplina abbia ancora la capacità di assorbire e restituire la complessità del presente, mettendo in relazione corpi, immagini, desideri, tecnologie, memorie e linguaggi differenti. Per questo non ci interessa appartenere a una categoria precisa. Opera lirica, performance, videogame, architettura, cinema o musica sono strumenti che utilizziamo per costruire scenari complessi, dove gli elementi possono sovrapporsi, deformarsi e trasformarsi. In fondo lavoriamo proprio sull’idea che il caos non sia l’opposto del progetto, ma una parte integrante del progetto stesso.
Con Gufram o Vuitton avete lavorato con brand diversi ma fortemente identitari. Quanto spazio resta per la sperimentazione radicale dentro il lusso contemporaneo?
La radicalità secondo noi nasce anche dalla capacità di alterare un sistema dall’interno. Gufram e Vuitton hanno identità forti e codificate, ma proprio per questo possono diventare interessanti territori di ricerca. Per noi non rappresentano un limite, quanto piuttosto un linguaggio, un alfabeto con cui entrare in relazione e che può essere messo sotto pressione. In fondo la sperimentazione radicale nel design è sempre esistita dentro tensioni di questo tipo: tra controllo e instabilità, tra desiderio e perturbazione, tra riconoscibilità e deviazione.
Molte vostre collaborazioni sembrano usare il prodotto come pretesto narrativo più che come fine. Vi interessa ancora disegnare oggetti o ormai state progettando esperienze e mitologie?
Disegnare oggetti significa progettare dispositivi capaci di attivare immaginari, comportamenti e relazioni. Non pensiamo mai all’oggetto come a un punto d’arrivo, ma piuttosto come a una soglia: qualcosa che permette a una storia di prendere corpo, quasi un attore a cui dare una voce. Ogni nostro lavoro nasce da una sedimentazione di immagini, suggestioni e tensioni, spesso da una parola o addirittura da un titolo. L’oggetto arriva alla fine è quasi sempre un pezzo unico. Attraverso le collaborazioni, alcuni di questi oggetti attraversano però un altro stato e diventano prodotti. La produzione in serie cambia la loro natura: l’oggetto può essere acquistato, abitato, entrare nella vita quotidiana delle persone ma anche tramandato.
Il design di oggi sembra oscillare tra minimalismo anestetizzato e intrattenimento spettacolare. Dove vi sentite più vicini?
Crediamo che oggi uno dei rischi più grandi sia confondere il design con lo styling. Quando il progetto si riduce soltanto a superficie o a riferimenti ormai consumati, l’immagine fine a sé stessa perde la sua capacità critica. Diventa cenere nel giro di pochi secondi. Il design è una disciplina che deve continuare a indagare le zone di frizione tra seduzione e disturbo, tra superficie brillante e contenuto irriverente. Per questo usiamo spesso linguaggi che arrivano dal teatro, dal cinema o dalla performance, perché vogliamo costruire esperienze capaci di coinvolgere il corpo e la percezione.
In futuro immaginate uno studio più vicino all’arte, alla tecnologia o al cinema?
Vorremmo quasi regredire a figure rinascimentali che abitano case perfette in cui non funziona nulla: artefici di un futuro assurdo, ambiguo, ma perfettamente illuminato. Forse ci interessa proprio questa contraddizione. La tecnologia oggi tende a promettere efficienza, controllo, semplificazione. Noi invece siamo attratti dagli errori, dai sistemi fragili, persino inutili. In fondo il futuro che immaginiamo non è mai rassicurante, ma nemmeno apocalittico: è seducente, ironico, instabile e profondamente umano.
Germano D’Acquisto
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